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Donne uccise dalla ‘ndrangheta: l’analisi di Arcangelo Badolati

COSENZA – Quando il piombo non rispetta le signore. Sono tante le donne ammazzate, per caso o per necessità, in Calabria. Uccise in spregio alla “regola” non scritta che vieterebbe di rivolgere fucili e pistole contro il gentil sesso. Di questo ne ha fatto una ricerca di studio, Arcangelo Badolati, caposervizi della redazione cosentina di Gazzetta del Sud,
e autore di numerosi libri sulla ‘ndrangheta e sui tanti fatti di sangue che hanno macchiato il territorio di Cosenza e della sua vasta provincia. «La tragica fine riservata a Rosellina e Barbara Indrieri a San Lorenzo del Vallo, – dice il cronista di nera – riapre dunque una ferita mai cicatrizzata. Una ferita aperta nel lontano 1962, a Drosi, piccolo centro della Piana di Gioia Tauro, dove la sera del 22 dicembre vennero massacrate a colpi di fucile e pistola due donne. Si chiamavano Maria e Natalina Stillitano, rispettivamente di 22 e 21 anni, facevano le sarte ed erano nella loro abitazione in compagnia d’una nipotina quindicenne intente a confezionare degli abiti che avrebbero dovuto consegnare il giorno dopo ad alcuni clienti. Un uomo, Domenico Maisano, passato alla storia come la “belva di Drosi”, bussò all’uscio di casa e, appena Maria spalancò la porta, le scaricò addosso una fucilata, uccidendola. L’assassino, armato fino ai denti, fece quindi irruzione nello stabile e chiese, con la bava alla bocca, alla terrorizzata Natalina dove fosse il padre Francesco. La donna, in preda allo choc, non fu in grado di rispondere. Urlava in preda al terrore e Maisano per zittirla, le scaricò contro tutti i proiettili contenuti nel caricatore della pistola che teneva alla cintola. Alla ragazzina quindicenne riservò invece solo tre pallottole esplose alle gambe. Compiuta la strage, fuggì per le campagne. L’omicida, poi ucciso dalla stessa ‘ndrangheta, agì per vendetta perchè ascriveva alla zio delle vittime il ferimento dell’amato nipote, Martino Seva, ridotto sulla sedia a rotelle dalle pistolettate ricevute. Tre anni dopo, a Sant’Eufemia d’Aspromonte, la notte del 17 gennaio 1965, un commando di killer mai identificati, sfondò il portone d’ingresso della casa in cui viveva Concetta Iaria, 36 anni, con i quattro figli. L’irruzione provocò un forte rumore che svegliò il dodicenne Cosimo che dormiva in un lettino insieme con il fratellino Giovanni. Il ragazzino si ritrovò davanti i “vendicatori” che gli esplosero contro una luparata che gli squarciò il petto. La morte del minore fu istantanea. Cosimo, rimasto in maglietta e mutandine, cadde all’indietro sul letto, coprendo con il suo corpo il fratellino di otto anni che venne raggiunto dal piombo rovente solo al fianco destro. Sul letto matrimoniale poco distante, erano sdraiate Concetta Iaria e le bimbe Maria, cinque anni, e Carmelina, sei mesi. Gli attentatori rivolsero le armi contro la casalinga colpendola alla testa e ferendo le figliolette. Poi fuggirono. Il marito della vittima e padre dei minori, Giuseppe Gioffrè, sette mesi prima, aveva ucciso al culmine di una lite, a Sinopoli, due persone: Antonio Dalmato e Antonio Alvaro. Poi s’era costituito finendo in galera. Dopo aver perso la moglie e un figlio, scontata la pena inflittagli per il duplice omicidio, si era trasferito a San Mauro Torinese. Lì è stato assassinato l’undici luglio del 2004. Esattamente trent’anni dopo il duplice delitto che aveva commesso. A Seminara, invece, il 26 gennaio del 1973, è stata assassinata Francesca Bardo, 40 anni, vedova di Rocco Pellegrino, ucciso durante la sanguinosa faida combattuta tra la famiglia del marito ed i Gioffrè. La donna era appena tornata dalla messa funebre celebrata in occasione dell’anniversario della morte del marito quando un killer le scaricò addosso una “rosata” di pallettoni. Due anni dopo, a Cittanova, il 13 aprile del 1975, un gruppo di attentatori aprì il fuoco contro Giuseppe Facchineri, appartenente all’omonima famiglia impegnata in uno scontro con i Raso-Albanese, la moglie, Carmela Guerrisi, ed il nipotino, Vincenzo, di sette anni. Facchineri fu ucciso, la consorte, incinta al settimo mese, rimase ferita e abortì e il nipotino si beccò due pallottole alle gambe. Il commando, allontanandosi dal luogo dell’agguato, sparò e uccise pure due bambini, Domenico e Michele Facchineri, rispettivamente di 12 e 9 anni. A Crotone, il 31 agosto del 1973, sulla Statale 106 ionica, – prosegue il caposervizi di Gazzetta del Sud – i killer della ‘ndrangheta spararono all’impazzata contro l’auto su cui viaggiava Concetta Feudale, 47 anni, appartenente ad una famiglia impegnata in uno scontro con i Vrenna. Con lei c’erano Giovanna Catanea, 26, ed il figlioletto, Enzo, di quattro anni. Le donne erano dirette al carcere di Lamezia Terme dove si trovava recluso Umberto Feudale, fratello di Concetta. Gli attentatori fecero fuoco con i fucili caricati a lupara da una Fiat 124, ferendo gravemente le vittime. Il cinque maggio del 1991, a Cosenza, in uno stabile di piazza Zumbini, furono trovati due corpi posizionati a pochi metri l’uno dall’altro. Antonio De Luca, 36 anni, ex rapinatore, era disteso all’ingresso del vano cucina; la madre, Luigina, 55 anni, giaceva dietro l’uscio di casa. Qualcuno li aveva selvaggiamente ammazzati a colpi di pistola e bastone. Le due vittime erano la suocera e il cognato di un temuto e potente boss del “cartello” cittadino: Franco Garofalo. Il malavitoso, dopo la morte degli affini, scatenò una vendetta terribile chiedendo la testa di Francesco Pagano, “uomo di rispetto” del clan di Franco Pino, e fratello di Roberto Pagano che Garofalo riteneva responsabile del duplice omicidio insieme con Lucio Bassano e Giovanni Leanza. Fu lo stesso boss, poi pentitosi, a raccontare i retroscena della “mattanza” pretesa e ottenuta per lavare col sangue l’affronto subito. Il nove giugno del ’91, a Civita, venne ritrovato il cadavere putrefatto di Antonella Cauteruccio, giovane cosentina. Accanto ai suoi resti, contenuti in un sacco di iuta, c’erano pure quelli del fidanzato, Rodomondo Giannotta, anche lui di Cosenza. Qualcuno aveva massacrato i due giovani seppellendoli poi tra i boschi. I pentiti Carmela Peloni e Francesco Montesano parlarono dei presunti responsabili del duplice delitto ma le loro dichiarazioni rimasero prive di riscontri. L’undici agosto del 1997, a Oppido Mamertina, quattro “azionisti” assaltarono invece la casa in cui viveva Antonio Gugliotta, coinvolto nella faida che da anni insanguinava il piccolo centro della Piana di Gioia Tauro, un tempo “regno” del superboss (ora pentito) Saro Mammoliti. I sicari non guardarono in faccia nessuno e, insieme a Gugliotta, uccisero la madre, Angela Bonarrigo e un loro conoscente, Antonio Gangemi. Giovedì 16 novembre del 2000, nell’area industriale di Rende, venne assassinato Sergio Perri con la moglie, Silvana De Marco, all’uscita dal cantiere della ditta di cui l’imprenditore era titolare. La duplice esecuzione avvenne ad una settimana esatta dalla strage costata la vita, a Cosenza, a Benito Aldo Chiodo e Francesco Tucci. Nel cantiere di Perri, sotto una montagna di sabbia, fu successivamente ritrovata dai carabinieri la Lancia Thema utilizzata per compiere l’agguato contro Chiodo e Tucci in via Popilia. Infine, San Luca, dove il giorno di Natale del 2006, un gruppo di killer sparò contro l’abitazione dove si trovavano Giovanni Nirta e la moglie, Maria Strangio. La donna cadde falciata dalle raffiche dei kalashnikov. E si scatenò un inferno culminato nella strage di Duisburg. Molti credono – conclude Badolati – che esista una sorta di “codice” capace di affrancare dalla violenza mafiosa donne e bambini. In effetti non è così. La storia della criminalità calabrese dimostra il contrario. In più occasioni, già dai lontani anni ’60, donne e minori sono periti a causa di agguati scaturiti nell’ambito di guerre di mafia o di faide. I sicari, al momento di entrare in azione, perdono infatti lucidità. Per la foga di compiere la missione sparano all’impazzata provocando spesso vittime collaterali. In taluni casi, tuttavia, i sicari hanno puntato direttamente alle donne per eliminarle, ritenendole complici di mariti e familiari. La storia che in questi anni ha maggiormente colpito l’opinione pubblica è quella di Maria Strangio. La sua morte ha determinato una reazione ferocissima e imprevedibile culminata nella famigerata strage di Duisburg. Un crimine che è ora oggetto di un processo».
IL PROFILO: Arcangelo Badolati (1966), giornalista professionista, laureato in Giurisprudenza, è caposervizio del quotidiano “Gazzetta del Sud”. È autore di numerose pubblicazioni sulle devianze criminali e i misteri calabresi, ha seguito, negli ultimi venti anni, i più importanti processi celebrati in Calabria. È componente del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell’Università della Calabria e docente presso l’ateneo al Master sull’Intelligence. Ha collaborato con il “Tempo” di Roma, “L’Indipendente” di Milano e l’Agenzia giornalistica Italia (Agi). È autore, inoltre, con Marisa Fallico, di “Nera di Calabria” una delle trasmissioni televisive più seguite della regione. Ha vinto la quinta edizione del Premio “Alarico” per il settore Cronaca (2003); il Premio “Aurora” per il giornalismo (2005); il Premio “Internazionale del Mediterraneo” Sezione professioni (2006); il Premio letterario “Pasquale Rossi” (2006); il Premio “Riccio” (2007); il Premio “Cristo d’argento” (2008), il Premio Unesco per il giornalismo (2009), il Premio “Vienna da Fuscaldo” (2009), il “Premio Renato Caminiti” (2009); il Premio “Giuseppe Calogero” (2009); il Premio “Capo Spulico” (2010); il Premio per il “Giornalismo d’inchiesta” (2010); il Premio “Vela d’argento” (2010), il “Paul Harris Fellow” dalla Fondazione Rotary International (2010), il Premio “Bernardino Telesio” (2010), il Premio Internazionale Calabria-Mondo (2010), il Premio “Vivi con noi nella legalità” (2011), il Premio “Gerbera Gialla” (2011), il Premio “Strill&Rischia-Tabula rasa” (2011), “Un Pacchero d’argento alla ‘ndrangheta” (2011) il Premio internazionale “Custodi della memoria” (2011) il Premio “Luigi Malafarina” per il giornalismo (2012). Ha ricevuto due riconoscimenti speciali (2010 e 2011) dall’Associazione Nazionale Polizia di Stato per le inchieste giornalistiche condotte negli ultimi sedici anni; un riconoscimento speciale per la cronaca al Premio “Giovanni Losardo” (2004), e una menzione d’onore al Premio “Ramoscello d’ulivo” (2007). Un riconoscimento speciale per le pubblicazioni prodotte in Italia gli è stato inoltre assegnato dalla prestigiosa “Accademia di Calabria” di Toronto (Canada) nel 2010. Un riconoscimento speciale per la caparbietà mostrata nell’attività giornalistica gli è stato conferito dall’Osservatorio “Falcone – Borsellino – Scopelliti” (2011) e dal Laboratorio “Giovanni Losardo” (2012).
Ha pubblicato: I segreti dei boss (2001); Malandrini (2002); Omicidi nel Cosentino ’98-2001 (2001); Sette casi per sette delitti (2003); Il Mig delle bugie (2005); il Mammasantissima (2006); Crimini (2007); ’Ndrangheta eversiva (2007); I segreti dei boss – 2 (2008); Faide (2009); Banditi e Schiave (2009); La Giustizia italiana raccontata ad un alieno (2010); Stragi, delitti e misteri (2011).



















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