Cultura & Spettacolo
‘Sguardi a Sud’ è la prima rassegna teatrale che si svolgerà al Teatro Comunale di Mendicino, ogni domenica

Cinque appuntamenti di teatro d’autore e due di teatro ragazzi, si parte con ‘Letizia Forever’.
La rassegna è ideata dalla Compagnia Porta Cenere, con la direzione artistica di Mario Massaro.
Tema della rassegna è, appunto, il racconto dal e del Sud, pieno di contraddizioni, di intrecci, di vite, di silenzi, di armonie e di confusioni. Il primo appuntamento è previsto per il 6 Novembre 2016 alle 18,30, con ‘Letizia Forever’.
La drammaturgia del Sud, protende per i racconti legati alla famiglia, alle storie personali, semplici, in cui le elucubrazioni contorte non servono a nulla. Questo tipo di drammaturgia si identifica nel racconto, nel senso di “cunto”, di raccontare e di raccontarsi, momento atavico in cui è indispensabile che ci sia un “raccontatore”, un racconto, ed un pubblico di ascoltatori. Questo meccanismo è indispensabile ai personaggi per vivere e rivivere. L’intimismo diventa caratterizzazione specifica che, da un lato, coinvolge subito il pubblico, dall’altro spinge alla riflessione. Questo spettacolo segue un’evoluzione, tematica e linguistica, all’interno, invece, di un circolo vizioso, in cui è impossibile trovare uscita o soluzione. Una piccola storia che comincia da un rione palermitano, e che ricorda moltissimi fatti di cronaca. Proprio nei “fabulosi” anni ’80, così come li definisce Letizia, inizia questa storia. Letizia è un parlante di rione, non acculturato, che tende a storpiare le espressioni e a mescolare il dialetto con l’italiano e con il linguaggio della televisione e dei giornali. In particolare, la protagonista afferma di trovare la soluzione ai suoi problemi e di comprendere meglio il mondo attraverso la lettura della rivista “Sorrisi e Canzoni”. L’ambiguità dell’identità, il contrasto tra l’essere e l’apparire, tra la realtà e l’irrealtà, tra verità e sogno, tra ciò che è e ciò che è avvenuto. È questo il fulcro centrale dell’intero racconto, poiché gli avvenimenti che hanno colpito questa donna, in realtà appaiono a tratti racconto di vita reale, a tratti delirio, sogno o immaginazione. Ci ritroviamo davanti a tematiche sociali, culturali, psicologiche. In scena la donna è interpretata da un uomo, Salvatore Nocera, il cui volto è incorniciato da lunghi capelli e da una barba folta; indossa un abitino e delle ciabatte da donna, ed in effetti, il pubblico, durante lo spettacolo, non vedrà mai un uomo, ma sempre Letizia. La duplice identità, o meglio, l’ambigua identità, è insita nello stesso personaggio, madre di due figli: solo Michelino andrà a trovarla, dopo il misfatto, nell’istituto in cui è stata rinchiusa e in cui è sottoposta, quotidianamente, alla “terapia della musica”. La figlia non vuole assolutamente vederla, ricordando la scissione edipica madre- figlia, che si ripete ancora una volta. La stessa Letizia affermerà che il figlio, a volte, non comprende più chi è la madre o il padre: emerge, dunque, non solo il contrasto edipico, ma soprattutto si instilla nello spettatore il forte dubbio che Letizia si vesta anche dei panni dello stesso marito, o viceversa. E se fosse proprio il marito ad aver ucciso la moglie diventandone poi il portavoce immaginario?

Il racconto, quello della vita passata, si interseca alla musica anni ’80, attraverso quelle canzoni che identificano la prima parte della vita della protagonista e dei suoi ricordi giovanili, quel periodo ambientato nel Rione che, nonostante gli scontri con la madre e la morte prematura del padre, appare, alla fine, ricordo positivo. Il 1990 viene invece identificato con l’anno del cambiamento e della disgrazia. La musica e il teatro caratterizzano una terapia del dolore in cui ci si aspetta che Letizia confessi, posta su un palchetto illuminato da luci stroboscopiche, corredato da un lettore cd, che lei definisce “mangiacassette”, da un microfono, e da un pubblico immaginario. Immaginare di parlare su un palco di un teatro aiuta la protagonista a rivolgersi al suo pubblico, a raccontare agli spettatori, definiti stolti e poco intelligenti, a svelare il suo mistero, a sciogliere la lingua. Ma forse il palchetto teatrale diventa anche altare di sacrificio imposto dalla società, luogo di imputazione, in cui la protagonista è costretta a raccontare e a svelare dolorosamente. Ma chi comprenderà a fondo il suo malessera mai compreso? Il teatro che “traveste”, che attraverso il travestimento, la metafora, l’allegoria, racconta la realtà, ci pone davanti ad un personaggio scisso e travestito, femmineo e mascolino, vittima e carnefice insieme. È importante, all’interno di questo spettacolo, il collegamento a ritroso, poiché l’intero testo è costruito sull’alternanza tra il presente, quindi l’internamento nell’Istituto di igiene mentale, e il passato, e quindi è comprensibile anche il titolo e la simbologia della storia che si ripete senza soluzione. Quest’uomo diventa Letizia, e la sensazione finale è che vorremmo abbracciarlo e consolarlo, perché ci ha fatto ridere, ci ha fatto commuovere, ci ha fatto riflettere. Letizia è “forever”, come un cd che ricomincia dalla prima traccia, come un discorso mai concluso, come una storia che si ripete e che non si scioglie, né si svela del tutto.


















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