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Randagismo, Incontro tra Scura e associazioni. Il caso del canile-carcere Terredonniche (AUDIO)

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Randagismo, Incontro tra Scura e associazioni. Il caso del canile-carcere Terredonniche (AUDIO)

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Solo una piccola parte delle richieste avanzate dalle 25 associazioni è stata discussa nell’incontro del 18 ottobre con il commissario per il piano di rientro sanitario Massimo Scura. Ma ancora c’è tanto da fare perchè in questa terra, dove manca la sensibilità e la cultura al rispetto. Oggi però la notizia dell’avviso di conclusione indagini per otto persone in merito al canile di Mendicino

 

COSENZA – Alla missiva inoltrata al commissario Scura, sono seguiti due incontri. Quello più importante si è svolto il 18 ottobre scorso che ha visto al tavolo tutti i protagonisti del fenomeno randagismo e il commissario Massimo Scura, il quale a sua volta ha convocato i direttori dell’Asp, dell’area A e dell’area C. L’avvocato Mariella Cipparrone responsabile provinciale di Cosenza del Movimento Animalista, ed Assunta Cosentino hanno rappresentato le 25 associazioni e all’incontro ha preso parte anche il nuovo coordinatore regionale del Movimento, Claudio Cricenti. Il primo problema affrontato durante l’incontro è stato quello dei canili sanitari che secondo la legge e il DCA 32 del 2015 emanato dallo stesso commissario Scura, prevede la presenza in Calabria di due canili sanitari per la provincia di Cosenza, due per Reggio, uno per Catanzaro, Vibo e Lamezia. Il problema è che finora hanno funzionato solo quelli di Cosenza perchè gli altri non esistono. I canili sanitari – ha spiegato l’avvocato Mariella Cipparrone in un’intervista ai microfoni di Rlb Radioattiva – sono come un’ospedale veterinario a gestione dell’Asp dove vengono identificati, microchippati e sterilizzati e curati i cani che ne hanno bisogno. Significa che se in provincia di Reggio o Catanzaro, un cane sta male, viene investito o altro non si sapeva dove portarlo. Le associazioni o privati si sono sempre presi l’onere di sostituirsi alle istituzioni”.

ASCOLTA L’INTERVISTA

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Dall’incontro è stato deciso che alcune strutture già esistenti in Calabria, se hanno i requisiti minimi e messi in condizione di poter operare, nelle more faranno da canili sanitari soprattutto nelle province scoperte. Nel frattempo sarà riattivata su provvedimento del commissario la possibilità di ingressare i cani, nelle strutture rifugio, anche in quelle prive del cosiddetto ‘accreditamento’. L’aver sospeso molte delle attività dei canili rifugio e delle oasi canine infatti, ha determinato un aumento del randagismo. Queste strutture non si sono adeguate ai parametri del DCA.  “Da questa riunione che è stata anche accesa nei toni –  ha spiegato la responsabile del Movimento Animalista di Cosenza – il commissario Scura ha stabilito di concedere un anno di proroga alle strutture per adeguarsi ai requisiti richiesti. E nel frattempo devono far fronte alle criticità. Tutto questo però, non ci soddisfa perchè i punti nella missiva da noi presentata sono tanti e questo è solo uno dei primi. Perchè il randagismo non si risolve riaprendo i canili ma svuotandoli. Il punto principale è la prevenzione e l’informazione che deve essere concessa ai cittadini, ai calabresi alla gente e anche campagne di sterilizzazione, adozione ed educazione”.

Terredonniche dal blitz nel canile rifugio di Mendicino all’avviso di conclusione indagini per 8 persone

canile-mendicino-03E’ notizia di oggi l’avviso di conclusione indagini per otto persone, tra cui i gestori della struttura rifugio di Mendicino, ma anche nei confronti degli operatori e di tecnici comunali, progettisti e veterinari. Indagini scattate dopo il blitz compiuto nel novembre del 2016  da IAPL Italia Onlus e Croce del Sud, insieme al deputato Paolo Bernini, con la presenza dei carabinieri.

Indagini dalle quali è emerso che all’interno della struttura erano presenti oltre 700 cani, in una struttura sovraffollata che ne avrebbe compromesso il loro benessere. Struttura che però, avrebbe comunque ottenuto l’accreditamento a canile rifugio. Nel corso delle indagini è emerso che il canile ospitato all’interno di un terreno sottoposto a vincolo idrogeologico, ricade nella fascia di protezione dell’argine del Torrente Caronte e che i lavori di ampliamento eseguiti dai coniugi titolari nel corso degli anni, sono stati realizzati senza richiedere alcuna autorizzazione paesaggistica. Per tali motivi non era possibile neanche, cosa invece avvenuta, realizzare e autorizzare la rete fognaria per la raccolta delle acque reflue provenienti dal canile e il successivo allaccio alla rete fognaria comunale.

Fino a quel giorno di novembre, va sottolineato, per anni e anni la proprietà del canile non avrebbe fatto entrare nessuno, in sfregio alle norme che obbligano in primo luogo le strutture rifugio (con le quali i Comuni stipulano convenzioni e pagano fior di soldi) a  favorire le adozioni nell’anno solare, di almeno il 10% dei cani ospiti; pena l’esclusione dell’accreditamento.

E se la sensibilità e la cultura di tutti ancora faticano ad avere rispetto per gli animali, quantomeno è necessario mettere nelle condizioni i cittadini e i comuni di sapere che, quella del canile Terredonniche di Mendicino, è una problematica che dovrebbe interessare tutti, Comuni e contribuenti che pagano per ogni singolo cane proveniente dal territorio di riferimento per mantenerlo nel canile. Costi che si abbatterebbero se ogni Comune controllasse la custodia e promuovesse per competenza, l’adozione dei cani del proprio territorio. Un bene per le casse comunali e per i cani che vivono da troppi anni nella speranza di essere liberi.

E oltre a Mendicino, esisterebbero altre strutture della provincia, in particolare una di queste sul tirreno cosentino, che addirittura non avrebbe mai dichiarato ad uno dei tanti comuni ‘paganti’ il decesso dei cani del proprio territorio di competenza continuando ad intascare il denaro per il servizio di custodia e mantenimento. Questo perchè ancora manca una cultura del rispetto degli animali in questa terra.

cani mendicino terredonniche

I canili privati, cosiddetti “rifugio” dunque, sono e continuano ad essere un business per i proprietari e Mendicino, Terredonniche, è uno degli esempi. Ospita decine e decine di cani di vari comuni, da anni e anni. A novembre 2016, all’atto del blitz, all’interno c’erano circa 900 cani, molti dei quali sono entrati cuccioli e sono diventati anziani. E se a pochi importa il destino di questi poveri animali, forse potrebbe importare ai cittadini e alle amministrazioni comunali il fatto di continuare a pagare per una spesa che potrebbe essere abbattuta.

Prima del 17 novembre scorso a Terredonniche non si poteva neanche entrare. Da quel giorno, un’ora al giorno e con un regolamento (che possiamo tranquillamente definire ostativo e fatto di numerosi cavilli) si può accedere. Ma il problema è che, nonostante la delega dei comuni con i quali Cino Sport ha la convenzione, l’accesso è consentito solo alle associazioni animaliste riconosciute e inserite nell’elenco dell’albo regionale e queste associazioni, che potrebbero favorire l’adozione  non possono fare foto ai cani e di conseguenza promuovere l’adozione stessa. Il risultato è che i cani restano in canile, i comuni continuano a pagare per ognuno di loro, e le tasche dei proprietari della struttura si gonfiano sulla pelle dei poveri animali. Neanche alle associazioni è permesso, nonostante questa delega, fare le foto dei cani.

canile lager mendicino

I requisiti ‘mancanti’

Al momento del blitz nel novembre scorso, non c’era l’energia elettrica, non c’era l’area di sgambamento, non c’era l’ambulatorio, non era consentito l’ingresso al pubblico e soprattutto non era mai stato garantito il 10% delle adozioni. E già su questo, qualcuno dovrebbe rispondere e dare spiegazioni.

Per non parlare della struttura, a situata in un’area a vincolo idrogeologico, ricadente nella fascia di protezione dell’argine del Torrente Caronte, aumentata di volume e spazio nel corso degli anni senza richiedere alcuna autorizzazione paesaggistica ma solo attraverso la presentazione al Comune di Mendicino di una semplice Dia. Come è stato possibile?

In redazione, dopo esserci occupati tante volte del caso Terredonniche, sono più volte arrivate segnalazioni circa le pessime condizioni igienico sanitarie in cui vivono gli animali ospiti, e sospetti su cani con malattie gravi ma sopratutto cani che non sono mai usciti dalla cella e dunque obesi o con gli arti semi atrofizzati. Cani “detenuti” come se avessero commesso reati,  ai quali non è stata mai data una speranza, diventati numeri su cui incassare (più ne entrano e più si guadagna); il tutto, in assenza delle minime condizioni necessarie atte a garantire il loro stato di benessere. A conclusione di ciò, sarebbe utile che le istituzioni competenti si attivassero non solo per regolamentare al meglio il funzionamento di queste strutture, ma soprattutto per svuotare i canili e non per ampliarli.

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