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Bonifica Legnochimica, quattro indagati a Cosenza e una relazione ‘top secret’ a Cuneo

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Bonifica Legnochimica, quattro indagati a Cosenza e una relazione ‘top secret’ a Cuneo

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L’azienda ha in cassa 20 euro, ma ha venduto capannoni per decine di milioni di euro. In attesa della pronuncia del gup il sindaco di Rende e l’ex liquidatore

 

COSENZA – Indagini sull’ex Legnochimica, udienza rinviata al prossimo 19 dicembre. Ieri, presso il Tribunale di Cosenza, il giudice per l’udienza preliminare Piero Santese avrebbe dovuto valutare le posizioni degli indagati per l’omessa bonifica dei laghi chimici di contrada Lecco. Si tratta dell’attuale sindaco del Comune di Rende Marcello Manna, dell’ex liquidatore dell’azienda Pasquale Bilotta, dell’ex assessore all’Ambiente Francesco D’Ippolito e del dirigente comunale del settore Francesco Azzato. Il primo provvedimento (per omissione di atti d’ufficio) era già stato notificato nel novembre del 2015. Quest’estate, dopo l’incendio che costrinse il municipio rendese ad emanare un’ordinanza in cui si ordinava di non aprire le finestre e di non vendere i prodotti coltivati in quella zona, furono notificati i nuovi avvisi di garanzia.

 

LE PRESUNTE RESPONSABILITA’ DEGLI INDAGATI

A Manna, D’Ippolito e Azzato viene contestato che “pur avendo consapevolezza dell’avvenuta decorrenza dei termini procedurali fissati dall’art. 242 TUA, e pur in presenza della perdurante evidente inerzia del liquidatore della società Legnochimica Pasquale Bilotta non provvedevano, essendovi obbligati per legge ai sensi dell’art. 250 TUA, ad attivare il potere/dovere sostituto di bonifica ponendo in essere le procedure e gli interventi previsti dall’art. 242 TUA volti a risanare le acque sotterranee ai terreni interessati risultate fortemente contaminate per la presenza oltre le soglie di concentrazione consentite (CSC) equivalenti alle CSR, di metalli pesanti quali alluminio, manganese e ferro, nonché cromo, nichel arsenico e piombo”.

 

Dal suo canto, secondo gli inquirenti, il liquidatore Bilotta avrebbe, per presunta negligenza, provocato “un disastro ambientale consistito nell’arrecare offesa alla pubblica incolumità in ragione sia della rilevanza del fatto che del numero delle persone esposte a pericolo”. La mancata messa in sicurezza dell’area avrebbe così consentito, per la condotta dei quattro indagati, che “le costanti emissioni nocive e la conseguente forte esposizione al rischio per la salute dei residenti nella zona e di tutti coloro che, nel medesimo ambito territoriale, svolgono attività lavorative. Esposizione a rischio che aumentava in occasione dei ripetuti e prevedibili incendi verificatisi anche per autocombustione nei pressi dei siti inquinati, con la conseguente propagazione di fumi altamente tossici per l’uomo, in specie di emissioni nocive oltre le soglie massime consentite dalla legge”.

 

DOVE SONO FINITI I SOLDI DELL’EX LEGNOCHIMICA?

 

Intanto presso il Tribunale di Cuneo è stata depositata la relazione del curatore fallimentare Giovanni Imberti. L’atto, per ora, risulta secretato. A decidere se intervenire, sarà nei prossimi mesi la Procura di Cuneo. Il documento riassume in circa cento pagine la storia finanziaria dell’ex Legnochimica e tutti i suoi rapporti economici. Una sintesi che parte dalla sua nascita, nel 1967, al suo fallimento. Attualmente sui conti correnti dell’azienda, per come dichiarato dal tutore, pare vi siano circa venti euro. La relazione dovrebbe far chiarezza su come la famiglia Battaglia di Mondovì abbia speso il denaro accumulato dalla vendita di buona parte di terreni e capannoni. Oltre venti dei trenta ettari su cui sorgeva la fabbrica di contrada Lecco, con sede legale a San Michele di Mondovì in Piemonte, sono infatti stati acquistati da privati. Una buona parte da Calabra Maceri per un corrispettivo di otto milioni di euro, un’altra pare alla centrale a biomasse Ecosesto del gruppo Falck per circa 38 milioni di euro.

 

Gli altri stabilimenti, come noto, furono ceduti alla Silvateam azienda di Mondovì riconducibile a Legnochimica. I suoi amministratori sono infatti i cugini Battaglia arrestati per una presunta truffa da venti milioni di euro in cui venne coinvolto anche il chimico Giovanni Sindona, nominato dalla Procura di Cosenza per valutare lo stato d’inquinamento dei terreni. Incarico revocato per il perito che doveva chiarire la contaminazione dell’area, mentre restano ancora sotto sequestro i terreni di cui ad oggi si tenta di quantificare il valore monetario. Un dato che potrebbe far gola alla famiglia Pellegrino di Calabra Maceri che non si esclude possa avere interesse ad acquistare ciò che resta di Legnochimica per ampliare il proprio impianto. E, perché no, magari rispondere alla ‘chiamata alle armi’ di Mario Oliverio che chiede sia, a breve termine, individuato un luogo in cui trattare i rifiuti dell’area urbana di Cosenza e del litorale tirrenico. Il Comune di Rende infatti ha già risposto alla manifestazione d’interesse. Su Rende aleggia ora il fantasma di una messa in sicurezza che potrebbe essere funzionale alla costruzione di una nuova fabbrica di veleni.

 

 

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