Area Urbana
La storia assurda di Carol, bimba cardiopatica. E i ‘dispetti’ dei medici dell’Annunziata

Una lettrice racconta la sua vicenda e quella della sua bambina di sei mesi, cardiopatica, ‘incappata’ nell’arroganza di medici e infermieri dell’ospedale di Cosenza che avrebbe potuto costargli la vita. La bimba è stata poi trasferita, dopo diverse peripezie, a Bologna.
COSENZA – Vorrei dare un titolo a queste mie poche righe: “non venite in Calabria”, ma per davvero! Inizia così il racconto della mamma della piccola Carol, che il 18 settembre scorso è stata trasferita dall’ospedale di San Giovanni in Fiore a quello di Cosenza e che ha voluto affidarci la sua storia.
“Arriviamo al Pronto Soccorso pediatrico dell’Ospedale Civile “Annunziata” di Cosenza. La bimba, sei mesi, cardiopatica, ha subito ricevuto le prime cure in un clima però di arroganza dei dottori e di scarsa professionalità. L’intero reparto ha provato invano a prendere gli accessi venosi di Carol che ancora oggi presenta significativi lividi sulle braccine. Hanno persino provveduto a costruire una stecca rudimentale a sostegno del braccio, affinché non lo muovesse. Risultato? Dopo un giorno, braccio e spalla molto gonfi.
Riprovano a scovare altri accessi venosi (ascella, testa, piedino), tutti invano. Io e mio marito, molto infastiditi abbiamo iniziato ad opporci a questi tentativi poco ‘ortodossi’, fino a quando si sono degnati di chiamare il personale del reparto di neonatologia per far si che questo benedetto accesso venisse preso nel modo corretto. Il giorno seguente, vista la brutta nottata trascorsa, la piccola viene trasferita al piano superiore (reparto di neonatologia).
Le infermiere, inizialmente poco garbate, dopo aver saputo che siamo ‘parenti’ di una loro ex collega, sono diventate improvvisamente le nostre migliori amiche. Ad onor del vero persone umili, buone, gentili, ma – sottolinea la mamma di Carol – non molto professionali. Carol, ormai senza voce per via dei pianti inconsolabili e per il dolore acuto trascorre altri tre giorni in questo reparto, dove ogni giorno la pressione psicologica dei dottori (cardiologa in primis), diventa più pesante”.
“A Bologna? Vi hanno sbagliato la diagnosi signora”
“Ci hanno accusato – prosegue la donna nel racconto – di poca attenzione nei confronti di nostra figlia, in quanto avevamo deciso (per via della cardiopatia congenita) di farla nascere a Bologna e non a Cosenza dove le hanno diagnosticato per la prima volta la cardiopatia”. Qui parte la sfida ‘personale’ con il Sant’Orsola: “Vi hanno sbagliato la diagnosi, siamo stupiti che adesso vi trovate qui a voler ricevere le nostre cure, se avete, in passato, preferito il Sant’Orsola a noi…”. “Direi che può bastare” scrive la signora.
Intanto, la situazione di Carol è andata via via peggiorando e la madre prende contatti con il Sant’Orsola che aspettava la decisione dell’Ospedale di Cosenza decidesse, come più volte da lei chiesto, di attuare il trasferimento: “Il 21 settembre, non ce l’ho più fatta e mi sono messa ad urlare chiedendo il trasferimento per Bologna. Mi hanno tutti derisa, umiliata e presa a brutte parole. Una delle frasi più “gentili” è stata questa: “signora, ma che crede? che possiamo fare un trasferimento per Bologna così? Il nostro elicottero del 118 arriva fino a Napoli o a Roma”.
“Ho addirittura chiesto se fosse possibile, vista la gravità delle condizioni della piccola, far intervenire l’aereo di Stato per Carol e mi hanno risposto: “ma, signora, forse non ci siamo capite, Bologna (che tra l’altro ha anche sbagliato la diagnosi di sua figlia… se la può scordare”.
Da qui la competizione unilaterale con Bologna mentre io, presa dal panico, ho chiesto aiuto finanche al Presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, il quale per fortuna, al mio grido disperato ha dato subito ascolto. La Prefettura è stata messa al corrente, e l’aereo dell’Aeronautica Militare era pronto per noi. Ci siamo riusciti”.
La bombola d’ossigeno per la piccola era… chiusa
“Quando ho riferito il tutto ai “dottoroni” – racconta la donna – si sono mostrati tutti molto gentili ed hanno provveduto a compilare tutta la documentazione del caso. Nel primo pomeriggio, nel preparare Carol per caricare la culletta in ambulanza, accade un altro fatto molto increscioso: attaccano la bimba ad una bombola di ossigeno che è quella che può essere caricata sui mezzi di trasporto, ma la saturazione scendeva sempre più… fino a raggiungere il 9%. Io ho urlato, Carol aveva bisogno d’aria e non respirava più. Ho urlato affinché la riattaccassero all’ossigeno che aveva avuto fino a quel momento. Ad un tratto è entrato nella stanzetta un signore che io definisco “un Santo mandato dal cielo”, ovvero l’autista del 118 che fa notare al medico che la bombola di ossigeno era chiusa”.
A Bologna hanno salvato mia figlia, senza presunzione
“Alle 16:30, grazie a Dio, lasciamo finalmente l’Annunziata ed alle 20.00 siamo arrivati al Sant’Orsola, dove c’erano ad accoglierla i dottori e tutti gli operatori ma sopratutto dove abbiamo trovato gentilezza e professionalità quasi disarmanti rispetto a quello che abbiamo trovato in Calabria. Nel salutare il dottore e l’infermiera di Cosenza che ci hanno accompagnato in aereo, succede un’altra cosa… che mi lascia di stucco. Il dottore mi dice: “signora, le lascio tutta l’attrezzatura, la valigetta per l’intubazione, i monitor, la culletta, il saturimetro ecc… magari poi li riporta lei in ospedale a Cosenza, quando ritorna giù…”.
In pratica hanno abbandonato gli strumenti da lavoro e io non so che fine abbiano fatto e dove li hanno poggiati; so solo che se dovessero servire ad un altro bimbo, non ci sono più. Oggi, Carol è viva grazie al Sant’Orsola, grazie a la tecnologia ECMO (in Calabria non sanno nemmeno cos’è). La ripresa sarà lunga, ma ce la stanno mettendo tutta e senza presunzione, con professionalità e amore. E intanto in paesi come San Giovanni in Fiore il tutto è motivo di gossip”. La lettera si chiude con una frase emblematica: “Non venite in Calabria. In Calabria si muore”.
La mamma di Carol



















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