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Università della Calabria, dove anche il ‘dottor Pulce’ ha la tosse

E’ la conditio sine qua non per partecipare al ‘fantomatico’ concorso. Per i più fortunati, al superamento del concorso inizierà il percorso vero e proprio che consiste in un primo anno dedicato ad attività di studio, tirocinio diretto (250 ore) e indiretto (150 ore); che si concluderà con l’esame finale e il diploma di specializzazione (retribuito con 600 euro lordi mensili per 10 mesi). Il secondo anno sarà incentrato, su attività di studio, supplenze brevi fino a 15 giorni con retribuzione pari a 600 euro mensili lordi per 10 mesi più lo stipendio per le supplenze brevi effettuate. Nel terzo e ultimo anno si avrà un incarico di supplenza annuale con stipendio pieno, valutazione finale e assunzione a tempo indeterminato presso l’ambito scelto (tutto questo sempre in linea teorica, ma in Italia si sa, teoria e pratica poche volte riescono a incontrarsi).
Per affrontare il primo passo verso il FIT, il Ministero ha ben pensato di passare la patata bollente dell’istituzione di corsi, del riconoscimento, e della eventuale convalida dei crediti formativi sui requisiti curriculari riguardante i 24 crediti, alle Università. I più maliziosi dicono che le Università, siano state ben liete di recuperare i soldi usciti dalla porta con il TFA (Tirocinio attivo formativo), per farli rientrare dalla finestra con il FIT. Gli Atenei di tutto lo stivale, si sono così trovati a definire e impostare un lavoro elefantiaco, per stabilire i criteri per la valutazione e il riconoscimento degli esami svolti da studenti ed ex studenti, negli ambiti delle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche. Il tutto delegato alla commissione di valutazione e agli organi di ateneo preposti ai percorsi FIT.


















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