Cosenza
Sangue infetto, sì al risarcimento per la famiglia Ruffolo, ma l’Annunziata non paga

Il caso chiuso in primo grado con una condanna esecutiva dal Tribunale Penale di Cosenza, continua a non avere una legittima conclusione
COSENZA – Dopo la sentenza di condanna emessa dal Tribunale Penale di Cosenza a carico di Marcello Bossio, primario del reparto di immunoematologia, e di Osvaldo Perfetti, Direttore Sanitario di Presidio, con la quale veniva inflitta anche una provvisionale di molte centinaia di migliaia di euro a favore della famiglia Ruffolo e dei suoi legali gli avvocati Massimiliano Coppa, Paolo Coppa, Luigi Forciniti, Marianna De Lia ad oggi – seppur più volte sollecitata al pagamento – l’Azienda Ospedaliera è rimasta ulteriormente sorda più di prima, come già era stato lamentato nel processo dai difensori della famiglia Ruffolo sin dal 2013.
In particolare nonostante la gravità della vicenda oggetto del processo i cui esiti sono stati definiti dai vertici stessi dell’Ospedale bruzio negli atti del processo “…prevedibili e prevenibili…”, risulta che mai una parola di scuse o di condoglianze sia stata mai trasmessa dagli allora ed attuali vertici dall’Azienda Ospedaliera di Cosenza alla famiglia di Cesare Ruffolo, neanche all’esito della sentenza del 1 febbraio, né risulta alcuna risposta alla richiesta di pagamento della cifra a titolo di provvisionale stabilita dal Tribunale, costringendo i legali della famiglia ad iniziare l’azione giudiziaria di recupero coattivo delle somme dovute che – certamente – dovranno essere totalmente corrisposte dall’Azienda Ospedaliera in solido con il Ministero della Salute e con l’Azienda Sanitaria Provinciale, considerato che, a causa delle gravissime condotte preesistenti dal 2012, la compagnia di assicurazione dell’Ospedale ha respinto il sinistro comunicando formalmente l’inoperatività delle garanzie di polizza a causa della volontarietà delle condotte connotate da dolo e colpa grave, riconosciute sussistenti dal Tribunale di Cosenza con la sentenza di condanna.
Né potrà essere invocata la normativa di cui all’art.14del DL 669/96 da parte degli Enti Sanitari periferici considerato che la natura giuridica delle Aziende Ospedaliere e/o Aziende Sanitarie le esclude dal novero dei soggetti che possono beneficiare del termine dilatorio di cui al citato art. 14 in quanto, a seguito del complessivo riassetto del sistema sanitario nazionale, le aziende medesime hanno assunto la natura di enti pubblici economici dotati di una propria personalità giuridica, un proprio patrimonio ed un proprio personale dipendente.
Tale impianto normativo trova conferma nella giurisprudenza che ha sancito che “…per quel che concerne la dedotta violazione del termine “dilatorio” previsto dall’art. 14 D.L. n. 669/96, al riguardo, giova rilevare che, come affermato e di recente ribadito dalla Corte di legittimità, le Aziende USL, in genere, hanno carattere imprenditoriale, strumentale al raggiungimento del fine pubblico perseguito, agiscono, quindi, “iure privatorum” e la loro organizzazione è regolata da normativa di diritto privato, sicchè la giurisdizione sulle controversie che le riguardano spetta all’A.G.O. anziché al Giudice Amministrativo. Da quanto sopra discende che l’art. 14 – qualora dovesse essere invocato per ritardare ulteriormente il pagamento delle somme vergate dal giudice penale – la cui operatività presuppone la natura di amministrazione pubblica in capo al debitore esecutato – non è applicabile alle Aziende Sanitarie cui detta qualitas soggettiva non è, appunto, riconoscibile.
Ciò pare stia accadendo solo per questa famiglia perché varie sono state le transazioni operate negli anni dall’Azienda Ospedaliera di Cosenza e dai suoi vertici in situazioni consimili, anche in assenza di condanne con provvisionali, per le quali sono state troppo frettolosamente erogate ingenti somme, oggi al vaglio della Corte dei Conti. A questo punto, alla luce di questa incredibile vicenda, si può tranquillamente ipotizzare che vi sia stato un passaggio di consegne di gestione contabile amministrativa che molto probabilmente va in contrasto con la normativa e continua a violarla tenacemente.
Risulta, pertanto, che la famiglia Ruffolo, per il tramite dei suoi legali, abbia già richiesto una valutazione alla Magistratura Contabile competente su un danno erariale corrispondente a circa tre milioni di euro riconducibili al premio assicurativo corrisposto dall’Ospedale con soldi pubblici ad un grosso gruppo assicurativo che ha respinto un sinistro di una gravità come quello di Cesare Ruffolo, mentre dall’altra parte c’è una Ospedale come quello di Cosenza che non rispetta le sentenze esecutive. La preoccupazione della famiglia Ruffolo e dei loro legali è che – come sempre accade – i conti dell’Azienda Ospedaliera sono in rosso e l’azione esecutiva non troverà capienza per il recupero delle somme da considerarsi oggi l’unico segno di una rivincita morale e sociale che ancora non può considerarsi raggiunta, malgrado l’esistenza di una sentenza emessa da un Tribunale della Repubblica, in nome del Popolo Italiano.
















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