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Tre parti cesarei e una garza dimenticata nell’intestino

Cosenza

Tre parti cesarei e una garza dimenticata nell’intestino

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Dopo i primi due parti accusò forti dolori addominali durante il ciclo mestruale. Dopo 4 anni, a trentanni, scoprì di portare “in grembo” una garza

 

COSENZA – Tre parti cesarei e una garza dimenticata di 40 x 40 cm. La storia risale al 2014 e la vittima all’epoca dei fatti aveva solo trentanni. Ma a distanza ancora di tre anni non ci sono vinti e vincitori e soprattutto ancora non è chiaro in quali delle due strutture sanitarie i medici dimenticarono la garza, se la clinica o l’ospedale (anche se da una prima perizia sembra che quest’ultimo sia escluso,ndc). Di proposito non citiamo i nomi per una par condicio, attualmente giusta e legittima, considerato che la garza in questione, ancora non è accertato ufficialmente in quale dei tre parti cesarei sia stata dimenticata. I tre parti sono avvenuti rispettivamente a gennaio 2013, a settembre 2011 e a gennaio 2014. Tre i medici attualmente iscritti nel registro degli indagati.

 

IL FATTO

A gennaio 2010 la neo mamma, in attesa del primo figlio, decise di ricoverarsi nella struttura privata dove venne sottoposta a taglio cesareo. Stessa operazione venne ripetuta a settembre del 2011. Da sottolineare che in sede di denuncia la neo mamma dichiarò che prima della famosa scoperta della garza, a gennaio del 2014, dopo il terzo parto cesareo, avrebbe accusato forti dolori all’addome, solo durante il ciclo mestruale. Il medico che l’aveva in cura continuava a ripeterle che erano complicanza dovute al parto subito. Dichiarò ancora che non si sottopose mai ad altri esami radiografici fino alla nascita del terzo figlio.

 

Il terzo parto, i forti dolori, la radiografia e la scoperta della garza

A gennaio 2014 la giovane madre venne ricoverata, al suo terzo parto, nella struttura sanitaria pubblica, in Ginecologia ed Ostetricia dove, sottoposta all’ennesimo parto cesareo diede alla luce il terzo figlio senza complicanze “intra – operatorie”, con espulsione completa della placenta. Nel caso specifico dal modulo di controllo si evinse l’utilizzo delle pezze laparotomiche delle dimensioni di 30×30 cm, 45×70 cm e 10×12 cm, con conta esatta. Dopo tre giorni di degenza venne dimessa con un quadro clinico stabile. Nei giorni a seguire, però, la donna lamentò la comparsa di dolori all’addome. Il tutto fu attribuito dai sanitari al normale decorso post – chirurgico. Dopo quasi venti giorni di continui dolori all’addome che aumentavano d’intensità, non riuscendo più a sostenere la situazione, la neo mamma decide di recarsi al Pronto Soccorso. Venne sottoposta ad una radiografia dell’addome in cui si evinse la presenza di “filo radiopaco in sede pelvica”. La donna fu ricoverata nell’immediatezza nel reparto di Ginecologia e Ostetricia per essere sottoposta ad un esame approfondito, in particolare una tac all’addome che confermò la presenza “a livello pelvico di filo radiopaco a decorso trasversale, da riferire a repere metallico”. Da qui la donna fu sottoposta ad una laparotomica esplorativa in cui si repertò la presenza di una formazione tipo manicotto di consistenza in parte dura  ed in parte elastica nelle anse intestinali simile ad una garza laparotomica. La garza in questione non presenterebbe le caratteristiche tecniche delle pezze usate nella struttura pubblica, più precisamente del reparto in cui la paziente venne ricoverata al suo terzo cesareo.

Sottoposta ad intervento chirurgico venne notato una parte dell’intestino tenue, a 50 cm dalla valvola, molto ispessito e iperemico con chiazze di decubito, in cui si evinse “la presenza di garza di notevoli dimensioni “laparotomica)”. La garza fu estratta e considerato lo stato precario del tratto di intestino tenue interessato dal deposito di garza, si decise di resecarlo. Dopo una settimana di degenza la paziente venne dimessa con la diagnosi di “Occlusione intestinale da bezoari. Secondo una prima perizia sembra che i sanitari del secondo e terzo intervento, ossia parti cesarei, dovrebbero essere estranei perchè nella scheda d’intervento risultano utilizzate pezze di dimensioni 60×60 cm e 30×30, 45×70, 10×12 cm (quest’ultimo riferiti al terzo ricovero nella struttura ospedaliera pubblica). Ma è stata richiesta un’ulteriore perizia e la giovane madre oggi è ancora in attesa di sapere la verità 

 

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