Rende
Ex Legnochimica, bonifica al palo. L’autocombustione si combatte tagliando l’erba (FOTO)

Ruspe al lavoro per ripulire l’area intorno ai ‘laghi chimici’. Il Testo Unico Ambientale indica come tutelare i cittadini beffati da malattie e disoccupazione
RENDE (CS) – Le temperature iniziano ad alzarsi e su contrada Lecco aleggia già lo spettro dell’autocombustione. Nell’area dei laghi dell’ex Legnochimica ieri erano presenti delle ruspe chiamate a ripulire i terreni dalle sterpaglie. Per evitare il rischio incendi, che puntualmente si verificano ogni estate con pericolose esalazioni di benzene, si è proceduto al taglio dell’erba. Con pale meccaniche gli sfalci di potatura sono stati accatastati in cumuli. I militari del Corpo Forestale, su richiesta dei residenti insospettiti dai camion che sembravano stessero sversando il terriccio smosso nei laghi, sono intervenuti per verificare cosa stesse succedendo e che le operazioni fossero compiute senza arrecare danno o modificare lo stato dei luoghi. E mentre si lavora per gli interventi minimi di messa in sicurezza dell’area industriale, l’iter per la bonifica è ancora al palo. Manca un’analisi del rischio (non si sa se il sito sia contaminato o meno) e un progetto di bonifica attuabile. Il Comune di Rende ha stanziato, in totale, 125mila euro per far redigere entrambi i piani ad un pool di esperti dell’Università della Calabria. Da quasi un anno lavorano per stabilire le modalità del trasporto di contaminanti nelle acque sotterranee, il rischio sanitario ambientale e la miglior tecnologia disponibile per il risanamento dell’area.
LE INDAGINI DELLA PROCURA DI COSENZA

Incendio giugno 2016
Terminate le indagini della Procura di Cosenza che avevano portato il sindaco di Rende Marcello Manna, il liquidatore della società Pasquale Bilotta, l’ex assessore all’Ambiente Francesco D’Ippolito e il responsabile dell’ufficio tecnico settore Ambiente Francesco Azzato a rispondere, in concorso, dei reati di omessa bonifica e disastro ambientale la situazione pare vegeti in una fase di stasi. L’assessore D’Ippolito che aveva scelto di essere giudicato in abbreviato è stato assolto, il sindaco Manna e il dirigente Azzato sono stati prosciolti dalla prima accusa ‘perché il fatto non costituisce reato’ e dal reato di disastro ambientale ‘per non aver commesso il fatto’. Resta sul banco degli imputati Pasquale Bilotta il liquidatore della società, noto per affermato che ”l’acqua dei laghi chimici è quasi potabile”, accusato anche di inquinamento del suolo, del sottosuolo e delle acque sotterranee.
LA ‘FINTA’ BONIFICA E IL DISSEQUESTRO
La società Legnochimica nasce nel 1968 e cessa, formalmente, la propria attività su Rende nel 2002. Nel 2010 la Procura di Cosenza aveva già acceso i riflettori sull’area dell’ex Legnochimica. Il sito venne sequestrato e poi dissequestrato perché per il sostituto procuratore Giuseppe Salvatore Casciaro erano state “fattivamente avviate le operazioni di bonifica, così come programmate”. Il procedimento fu poi archiviato per morte dell’ex liquidatore di Legnochimica, l’avvio della bonifica avvenne solo sulla carta. Servì però a rendere noti, con uno studio del professor Gino Mirocle Crisci attuale rettore dell’Università della Calabria, quali agenti inquinanti e in quale misura fossero presenti nel sito. Fu lui a sostenere, in tempi non sospetti, che la mancata impermeabilizzazione delle vasche aveva permesso che i metalli pesanti percolassero dai laghi alle falde acquifere diffondendosi nei territori limitrofi. Seguirono negli anni conferenze dei servizi che si concretizzano in nulla di fatto. Il sindaco Cavalcanti, ultimo delfino dell’era Principe, prima di dimettersi, nel 2012, era riuscito a stilare il piano di caratterizzazione dell’area.
All’appello mancavano due vasche ormai ricoperte con ceneri, scarti legnosi e cementificate, ma resta comunque un documento indispensabile per intervenire. Certificava: l’assenza di contaminazione dei suoli, la presenza di rifiuti all’interno dei laghi e la contaminazione delle acque sotterranee da metalli pesanti. Seguì nel 2013 un progetto di bonifica proposto dalla Legnochimica che venne bocciato dalle autorità competenti. Nel 2014 si insedia il sindaco Marcello Manna, il nuovo corso del ‘Principato’. Legnochimica, ormai in liquidazione, ha già ingurgitato milioni di euro. Sono spariti sia i soldi finanziati dallo Stato sia gli incassi ottenuti dalla vendita degli stabili (a Calabria Maceri, alla Centrale a biomasse del gruppo Falck e a se stessa con la Silva Team). I piemontesi della famiglia Battaglia
di Mondovì pare che, per ora, non abbianno il denaro necessario per bonificare ciò che hanno inquinato e abbandonato. Nelle casse dell’ex Legnochimica, si dirà, vi sono soli venti euro. Inizia il rimpallo di responsabilità.
DISINQUINARE A NORMA DI LEGGE: L’ITER
Il Testo Unico Ambientale parla chiaro. Per evitare che residenti e migliaia di lavoratori dell’area industriale di Rende continuino a respirare le esalazioni degli scarti industriali, lasciati da venti anni a putrefare nelle vasche e sui terreni, bisogna procedere d’urgenza a una messa in sicurezza. Una fase che precede la bonifica e si impone nel caso di accertamento di contaminazione o pericolo di contaminazione, come in contrada Lecco dove nelle acque sotterranee è stata rilevata la presenza con valori ben superiori ai limiti consentiti dalla legge di alluminio (23.74 ppb anziché 200 ppb), manganese, ferro (1.434 ppb anziché 200 ppb), arsenico, piombo, cromo e nichel. Sarebbe indispensabile, anche se non è mai stata effettuata. Per prevenire ed eliminare pericoli per la salute umana e l’ambiente circostante tra gli interventi principali da attuare vi sarebbero: la rimozione dei rifiuti ammassati in superficie, lo svuotamento delle vasche, la raccolta delle sostanze pericolose sversate, il pompaggio dei liquidi inquinanti, l’istallazione di recinzioni, segnali di pericolo, misure di videosorveglianza, la stabilizzazione degli argini, la copertura o impermeabilizzazione temporanea di suoli e fanghi contaminati.
Nulla di ciò è stato fatto per mitigare gli effetti degli incendi, a parte il taglio d’erba di ieri. Una situazione che potrebbe portare all’alterazione irreversibile dell’ecosistema e sicuramente all’offesa alla pubblica incolumità. Dagli atti di indagine è infatti emerso che nell’area dell’ex Legnochimica è tuttora presente un rischio di propagazione degli agenti tossici, enfatizzato durante gli incendi estivi. La norma prevede che nei casi in cui i soggetti responsabili della contaminazione non provvedano alla bonifica, il Comune territorialmente competente debba sostituirsi a loro nell’interesse della comunità per contenere ed eliminare l’inquinamento. Come peraltro è già accaduto nel Comune di Roncegno Terme, in provincia di Trento. L’intervento della pubblica amministrazione è obbligatorio. Le spese saranno poi addebitate all’’inquinatore’ e i terreni acquisiti come ‘acconto’. L’amministrazione è tenuta ad intervenire dato che chi vive il territorio non ha alcuna possibilità di neutralizzare i danni degli inquinanti a cui è esposto. Il tutto a prescindere dall’analisi del
rischio sanitario e ambientale, ma solo sulla base dello sforamento dei valori soglia dei contaminanti.
L’inerzia di Legnochimica appare evidente. L’amministrazione comunale, dal suo canto, si è attivata si da subito con sopralluoghi, contattando il liquidatore, istituendo una commissione consiliare speciale, sollecitando e valutando un nuovo piano di bonifica rivelatosi inattuabile ed è arrivata sino al punto di denunciare lo stesso Pasquale Bilotta per omessa bonifica e deposito incontrollato di rifiuti (i liquidi dei laghi chimici). Chiede alla Regione Calabria che il sito venga inserito Piano Regionale delle Bonifiche e fa presente di essere impossibilitata ad intervenire solo nel 2016. Il potere sostitutivo di Comune e Regione, viene finalmente invocato nei primi mesi del 2017 con una lettera in cui il sindaco chiede alla Regione in via ufficiale “di provvedere alla bonifica dell’area di proprietà della società Legnochimica, sita in località Cancello Magdaloni di questo comune, agendo in surroga del responsabile della contaminazione, così come prevede l’articolo 250 del decreto legislativo 3/04-2006 n.152 (Norma in materia ambientale)”. Poi l’oblio. Intanto i laghi continuano ad esalare fumi tossici e l’autocombustione ogni estate sprigiona nubi di benzene che avvolgono l’intera area industriale di Rende.
LE BOLLICINE DI GAS E I MALORI DEI RESIDENTI
Tre i problemi: la presenza di metalli pesanti nelle acque sotterranee, l’esalazione di benzene durante gli incendi e l’emissione
di fumi maleodoranti potenzialmente nocivi. Nei laghi sono state notate una serie di risalite di gas, sotto forma di bollicine, prodotte dalla putrefazione dei ‘fanghi tossici’. In estate la diminuzione dell’altezza dell’acqua nei laghi ed l’aumento della temperatura causano un notevole aumento della produzione di questo gas che, spinto dal vento, invade i quartieri limitrofi. Agli atti sono stati depositati i certificati medici in cui si attestano i disturbi sofferti dai residenti costretti a respirarne le esalazioni: cefalea con nausea e vomito, tosse, irritazione cutanea e congiuntivite. Se la fonte di contaminazione fosse isolata, come impone il Testo Unico Ambientale, si porrebbe fine anche a tale fenomeno.
Rende pagato così il prezzo dell’industrializzazione selvaggia dopo aver sacrificato un’area florida di sorgenti e coltivazioni. Distrutta l’economia agricola i posti di lavoro sono stati ‘barattati’ con gravi malattie per operai e residenti. Del resto la Calabria non è nuova a questo genere di dinamiche, la vicenda della Marlane dei Marzotto a Praia a Mare lo insegna. Necessario, al più presto, il disinquinamento. A tutela dei cittadini a cui oggi restano solo tumori e disoccupazione.

















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