Cosenza
Apocalisse, Quintieri: «Un oceano di contraddizioni»

Discussioni del collegio difensivo in dirittura d’arrivo prima della sentenza finale nel processo che vede i 21 imputati accusati di associazione, detenzione e spaccio di stupefacente
COSENZA – Ha parlato di contraddizioni, falsità e di ricostruzioni di prove probabilmente false l’avvocato Antonio Quintieri difensore degli imputati Riccardo Gaglianese, Andrea Minieri, Danilo Giannone a vario titolo imputati nel processo che vede al centro questo presunto gruppo dedito allo spaccio di droga. I 21 imputati tra cui Marco Perna a capo del presunto clan, sono accusati a vario titolo di “associazione tra loro al fine di commettere più delitti e in particolare quelli di importazione, trasporto, detenzione e cessione, a qualsiasi titolo, di quantitativi di sostanza stupefacente tipo marijuana, hashish e cocaina, svolgendo in seno al sodalizio i ruoli Marco Perna di promotore e dirigente che svolge tenendo i rapporti con i cedenti lo stupefacente e quale necessario referente dell’organizzazione e degli altri affiliati, che gli si rivolgono per ogni decisione riguardante l’attività di approvvigionamento e spaccio dello stupefacente, nonchè, per qualsiasi altra operazione di rilievo.
Durante la discussione tenutasi nell’udienza collegiale di venerdì scorso, presieduta dal giudice Carpino, la difesa ha dimostrato per Riccardo Gaglianese che per tutto il periodo contestatogli negli atti, è stato detenuto quasi ininterrottamente tra carcere e domiciliari. In più, accusato di avere venduto droga agli arresti domiciliari, la difesa ha fatto acquisire la copia delle sentenze, già patteggiate, di fatti risaputi in cui Pellicori era stato detenuto con lui in cella. Per Andrea Minieri non ci sono intercettazioni ambientali e telefoniche. Per la posizione di questo imputato la difesa ha fatto emergere la contraddittorietà delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Per Danilo Giannone che occupa una posizione marginale, si è evidenziato come le stesse dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gioia lo abbiano scagionato dalle accuse a lui imputate.
Una difesa agguerrita ma chiara e “certificata” quella tenuta dall’avvocato Quintieri in riferimento ai tre impuattai. Con certificati di carcerazione ha minato la credibilità dei collaboratori di giustizia, con la produzione sia di provvedimenti dell’autorità giudiziaria , riferito ad ordinanze, sia con certificati di detenzione. In pratica la difesa ha dimostrato come alcune operazioni erano successive all’ingresso in carcere dei pentiti e quindi impossibile la credibilità delle dichiarazioni dei collaboratori quando avrebbero raccontato di scambi e fatti tra imputati e terze persone o tra pentiti e imputati. Un fatto importante se si pensa che i collaboratori hanno reso dichiarazioni agli inquirenti di fatti che sarebbero successi in un secondo momento.
Facendo riferimento ad un ordinanza del giudice Di Dedda, che ha fatto trascrivere solo una parte delle intercettazioni ambientali che telefoniche, la difesa ha ravvisato che solo quelle riferito all’ordinanza possono essere utilizzate in sede di sentenza finale e non tutte per come ha dichiarato la Procura Distrettuale nella requisitoria, dimenticando che l’ordinanza del giudice aveva fatto da filtro. Quindi la prova del processo rientra solo nelle trascrizioni previste dall’ordinanza di Di Dedda.
Sempre la difesa ha chiesto l’acquisizione di certificati di detenzione sia dei collaboratori che degli assistiti; certificati che smentiscono i collaboratori di giustizia sulle dichiarazioni in riferimento al periodo di detenzione: ogni qualvolta il pentito ha dichiarato di avere consegnato merce o altro, un dato giorno ad uno dei tre imputati, la difesa ha dimostrato che o il collaboratore era detenuto o gli assistiti erano detenuti.
Per quanto riguarda le dichiarazioni del collaboratore di giustizia De Rose, inerente il periodo di detenzione in carcere in cui avrebbe fatto “da corriere” con il recupero della droga che sarebbe entrata nella casa circondariale durante i colloqui tra i familiari e i detenuti, la difesa ha fatto acquisire il provvedimento, da parte della casa circondariale, in cui si asserisce che De Rose ha lavorato come inserviente ai colloqui solo per 17 giorni in cui si faceva colloquio solo un giorno della settimana. Quindi, nell’ipotesi abbia lavorato durante i giorni di colloquio, ha potuto svolgere servizio al massimo per sole quattro volte, perchè nei 17 giorni bisogna tenere conto delle domeniche e dei giorni feriali in cui non si possono tenere colloqui previsti di martedì o di giovedì.
Sempre la difesa ha fatto acquisire l’ordinanza dell’inchiesta “Gentlman”, per cui Pellicori aveva scritto un memoriale in cui si parlava della contabilità della droga in cui è menzionato Maurizio Rango con 20 mila euro di “roba” acquistata dal clan Perna. La difesa ha fatto presente al collegio giudicante, che la Procura distrettuale chiese al pentito “lei si rivolge al capo (come da sentenza capo associazione Rango – Zingari, ndc) della criminalità e lui chiede droga a voi?” e Pellicori risponde “Sì, sì, perchè durante l’operazione Gentleman con sequestri enormi di droga sono stati costretti a rivolgersi a me e al gruppo”. La difesa ha dimostrato presentando l’ordinanza della non veridicità delle affermazioni del pentito. L’ordinanza è del 2015, circa un anno dopo la notizia che ha rilasciato Pellicori. Per cui la difesa si domanda come faceva Pellicori a sapere un fatto che ancora non era accaduto?
Pellicori tra l’altro, ha evidenziato la difesa, ha fatto acquisire un cd che lo smentisce sulle stesse dichiarazioni. Il pentito aveva riferito che il giorno del pentimento, la sera che ancdò via di casa, portò con se una busta di 150 grammi di cocaina che gli avrebbe consegnato Marco Perna. Nelle registrazioni – ha evidenziato la difesa – in cui parla con la moglie, con la quale non poteva parlare perchè ancora doveva entrare nel programma di collaboratore si sente che le dice: ” Tu devi dire che io quando sono andato via avevo una busta in mano: hai capito cosa devi dire!”. “Lo so che tu non ne sai niente, ricordati che avevo una busta in mano. Devi dire così se no non ti prendono nel programma di protezione”. Per la difesa questa è la ricostruzione di una prova falsa per colpire Perna e in generale tutti gli imputati. Le discussioni riprenderanno il prossimo 17 giugno in cui probabilmente sarà prevista la sentenza
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