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Carol, morta per una diagnosi sbagliata: sentenza di condanna per il medico

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Carol, morta per una diagnosi sbagliata: sentenza di condanna per il medico

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L’aneurisma cerebrale fu scambiato per crisi isterica. Cinque ore di ritardo nei soccorsi hanno portato a morte certa la 33enne madre di due bambini a cui fu somministrato un semplice Valium per calmare i dolori atroci che lamentava

 

CERZETO (CS) – E’ stato condannato ad otto mesi di reclusione, pena sospesa, Ciro Campanella, il medico in servizio presso il Suem 118 Cosenza che nel 2011 fece una diagnosi errata scambiando un aneurisma cerebrale per una crisi isterica, provocando un ritardo nei soccorsi e la conseguente morte della 33enne Carol Schellenberger, madre di due bambini e moglie di un giovane 38enne di Cerzeto. I due erano sposati da cinque anni; un matrimonio nato da una di quelle storie d’amore che si leggono nei libri. La 33enne era italo – canadese, nata da madre italiana. Era nata in Canada  ed era arrivata a Cerzeto in vacanza, nel 2003, in visita alla nonna. I due giovani si conobbero e da quel momento non si lasciarono più. Fu amore a prima vista. Ritornò definitivamente il 2005 e nel giugno dell’anno successivo convolarono a nozze.

LA MORTE DI CAROL, UN MONITO PER I MEDICI CHE NON SIA TUTTO CONSUETUDINE

“Un amore meraviglioso – racconta il marito, oggi 38enne – di quelli bellissimi, spezzati senza un perchè. Non provo nessun rancore e nessuna rabbia nei confronti del medico, ma questo episodio sia un insegnamento ed un input ai medici di non sottovalutare delle volte i casi: non gli sarebbe costato nulla al medico del 118 caricare mia moglie in ambulanza e trasportarla fino al pronto soccorso. Anche perchè da Cosenza è arrivato a Cerzeto: 40 minuti di strada, ed è ritornato vuoto con l’ambulanza. Che cosa gli sarebbe costato?». «Sto soffrendo insieme ai miei due figli che oggi hanno rispettivamente 11 e 9 anni – continua a parlare il 38enne -; stanno crescendo senza la mamma e si sa cosa significa l’importanza di una mamma. Due bambini oggi incoscienti e innocenti, i quali un giorno, quando saranno grandi, vorranno sapere ancora di quel maledetto luglio e la verità sulla morte della madre. Io sono andato avanti per giustizia, nei confronti di mia moglie e dei miei figli perchè un giorno potrebbero rinfacciarmi di non aver fatto nulla per la mamma. Ma soprattutto voglio che sia un monito per tutti i medici che oggi al primo sintomo non approfondiscono con esami specifici ma rispediscono a casa il mittente, pensando che gli uomini siano tutti uguali e i sintomi appartengano sempre ad una unica malattia, alla solita diagnosi che è più sovente fare. Ringrazio l’impegno, la professionalità e la caparbietà con cui l’avvocato che mi ha rappresentato, l’avvocato Renato Tocci, ha sposato la causa riuscendo a dimostrare la verità dei fatti, così come l’impegno del pubblico ministero d’Andrea».

LA STORIA DI CAROL, QUEGLI ATTIMI PRIMA DELLA MORTE

Nella fase preliminare, durante le indagini era stata chiesta per ben due volte l’archiviazione. il Gip in un primo momento dispose un supplemento di indagini; alla seconda richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura dispose l’imputazione coatta. Un processo che nell’arco di cinque anni ha visto succedersi due giudici e due pubblici ministeri di cui l’ultimo, la D’Andrea che, insieme all’avvocato Renato Tocci, con particolare scrupolo, non hanno mai abbassato la difesa.

A raccontare la storia è il marito, sentito telefonicamente : «Il 5 luglio 2011 alle 15.30 di pomeriggio Carol Schellenberger si trovava fuori casa, nella piazza di Cerzeto, dopo cuna mattina trascorsa a cucinare, mangiare, pulire, lavare, aver messo i bambini a dormire; ed eravamo usciti per il funerale della nonna che combinazione abita vicino la chiesa. Mia sorella è rimasta a casa a guardare i bambini perchè all’epoca i miei figli avevano rispettivamente un anno e dieci mesi e 4 anni e 4 mesi. Nel momento in cui eravamo fermi in piazza Carol teneva sottobraccio mia madre. Tutto d’un tratto lei dice a mamma “mi fa male la testa, ho un dolore fortissimo della testa”. Mette la mano sulla testa, si toglie l’elastico, perchè aveva acconciato i capelli in una coda, si gira verso di me perchè io ero dietro, mi mette le mani sulle spalle ed è svenuta. Io l’ho posata piano piano a terra, sai com’è nei paesini: ognuno è corso a casa a prendere chi un cuscino, chi altro, per darle soccorso. In principio lei ha perso totalmente conoscenza. In quel momento sembrava morta. Dopo un po’ ha iniziato ad aprire gli occhi però non parlava ma gridava; gli occhi li aveva strani…l’abbiamo messa in macchina, volevamo correre in ospedale. Ma abbiamo chiamato i soccorsi, in quel momento, sia io che altre persone insistendo con l’avere un’ambulanza.

AVEVA LA BOCCA SERRATA

Nel frattempo in macchina arriviamo a casa mia, che dista circa un chilometro dalla piazza. Dalla macchina portiamo Carol dentro casa. Passa un amico, nonchè compare, un farmacista mio coetaneo, da poco laureato, e attiva le manovre di primo soccorso. L’adagiamo a terra su un tappeto dentro casa, nel salotto, la mette in una posizione di sicurezza. Abbiamo avuto moltissima difficoltà perchè Carol aveva serrata la bocca. Col senno di poi, abbiamo fatto bene a desistere dal caricarla in macchina per portarla in ospedale, perchè con la bocca serrata in quel modo si sarebbe affogata lungo il tragitto. Mi chiamano i sanitari del 118, perchè non sapevano neanche la strada per arrivare a Cerzeto. Io e un altro signore usciamo ed andiamo incontro all’ambulanza e ci siamo incontrati a Torano, a 4 – 5 chilometri da Cerzeto.

PER IL MEDICO ERA CRISI ISTERICA

Per il medico era una crisi isterica ricollegabile alla emotività della morte della nonna. Però i segni non erano quelli, perchè lei aveva mani e piedi rigidi, non collaborava, non parlava, gridava solamente e spesso si toccava il capo con una sola mano. Diceva frasi sconnesse, strane, del tipo che era già a casa e diceva “voglio andare a casa”. Le uniche cose vere che Carol ha fatto con lucidità, dopo che l’ambulanza è andata via, mentre era sdraiata sul divano e si sono avvicinati i bambini, con una mano ha cercato di avvicinarli e dargli un bacio sulla testa.

Ritornando all’intervento dei sanitari, il medico arrivato in ambulanza, ha fatto gli accertamenti ritenendo che la signora avesse una crisi isterica. Nonostante i nostri solleciti a trasportarla in ospedale “come fai a lasciarla in questo modo, non ha mai avuto crisi  isteriche”, il medico ha soltanto risposto a me e al sindaco del paese, che in quel momento si trovava a casa ( era di passaggio ed aveva visto confusione e si era fermato a controllare cosa stesse succedendo, ed è stato teste nel processo, ndc.),  “fate il vostro lavoro che io faccio il mio”. Non ha ritenuto trasportarla in ospedale. La sottopone a trattamento con delle flebo, le inietta del Valium e dice di stare tranquilli che la signora dormirà almeno per un paio d’ore e poi si riprenderà. Ci lascia la carta dell’intervento  con una diagnosi di crisi isterica e se ne va».

LA CORSA IN OSPEDALE

Il Valium non ha mai addormentato Carol che continuava a peggiorare drasticamente. Sono passate tre ore e mezza nell’attesa che terminasse l’effetto della medicina. «L’ho presa in braccio, aiutato da mia zia – continua il racconto il marito – e l’abbiamo portata in ospedale. Giunti al pronto soccorso dell’Annunziata a Cosenza, spiego i fatti ai medici che non si sono preoccupati di fare gli accertamenti di routine: immediatamente il medico, non ha perso neanche un secondo di tempo, ha mandato mia moglie ad eseguire un esame Tac. E’ stato difficile perchè ho dovuto tenere mia moglie ferma, legata sul letto, con il camice di piombo: lei era agitata, non capiva, faceva movimenti innaturali. Vedevo questo radiologo agitatissimo che forse ha fatto una decina di telefonate. Esce fuori e gli domando cosa avesse visto e mi risponde “non sono un medico, ma un tecnico, però io vedo una brutta emorragia”: mi è caduto il mondo in testa!.

LA RIANIMAZIONE, LA SALA OPERATORIA, IL MIRACOLO CHE NON ARRIVA

In quel momento arrivano subito medici, infermieri, anestesisti e la sedano. In quel momento ho realizzato che sarebbe stato giusto trasportarla immediatamente in ospedale. Era un caso da elisoccorso, neanche da ambulanza e fargli nell’immediato il drenaggio al cervello; drenaggio che le hanno fatto alle dieci di sera quando avrebbero potuto farlo alle cinque del pomeriggio: quelle cinque ore sono state abbastanza devastanti. La sedano, eseguono un’altra tac con contrasto e la ricoverano in rianimazione. Dopo sei giorni, quindi l’11 luglio, viene operata, ma le condizioni erano gravissime. Uscito dalla sala operatoria il medico mi guarda e mi dice “solo un miracolo potrà salvarla”. Il 13 luglio è morta, a distanza di otto giorni dal fatto. A distanza di sette anni di cui sei anni e mezzo di processo ieri 13 luglio, nell’anniversario della sua morte è stata emessa sentenza di condanna nei confronti del medico a otto mesi: nessuno mi ridarà indietro mia moglie ma spero che questo processo e questa condanna, oggi, serva a non far piangere altri bambini»

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