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Casole Bruzio: pizzeria distrutta dalle fiamme

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Casole Bruzio: pizzeria distrutta dalle fiamme

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CASOLE BRUZIO – Fiamme nemiche. I fantasmi dell’Antistato hanno messo la firma sull’ennesima intimidazione ai danni di un esercizio commerciale. Nella notte, infatti, è stata distrutta dalle fiamme la pizzeria “Da Michele”, noto locale del centro presilano.

I “picciotti” della mala, con l’utilizzo di liquido infiammabile, hanno appiccato il fuoco alla saracinesca esterna dell’esercizio commerciale. Le fiamme hanno, con rapidità, aggredito l’interno del locale, “divorando” tutto quello che trovavano sul loro cammino. Il crepitio del fuoco ha richiamato l’attenzione di chi, vedendo le fiamme e il fumo, allarmato per quanto stesse accadendo, ha allertato la sala operativa del comando provinciale dei vigili del fuoco, nonchè il 112. I pompieri, partiti dal Comando di viale della Repubblica, con più squadre di soccorso, giunti sul posto, hanno dovuto fare i conti con un incendio di vaste proporzioni. Con idranti, motoventilatori e cesoie, hanno combattuto per ore contro le fiamme e, soprattutto, contro il fumo che ha reso l’area all’interno della pizzeria irrespirabile. Stessa identica cosa anche all’esterno.

Mentre i vigili del fuoco effettuavano gli interventi di loro competenza, i carabinieri della stazione di Casole Bruzio, sotto il coordinamento dei militari dell’Arma della Compagnia di Cosenza, diretti dal capitano in pectore Pierluigi Satriano, hanno avviato le indagini, cercando di raccogliere quanti più indizi possibili sulla scena del crimine. Il lavoro degli inquirenti non è stato certo facilitato dal rogo. Le fiamme, infatti, hanno cancellato quasi tutto, rendendo forse inutilizzabili alcune tracce raccolte. I detective hanno, durante un minuzioso sopralluogo, repertato una serie di elementi di analisi dalla scena del crimine. Il materiale, imbustato accuratamente e consegnato agli esperti del Ris, verra’ analizzato al microscopio per permettere agli inquirenti di trovare eventuali impronte digitali o particelle di tracce biologiche, che protrebbero servire come spunto investigativo per imboccare una pista. Al momento non viene esclusa alcuna ipotesi investigativa, anche se la presenza di liquido infiammabile, i cui segni erano evidenti sia sul pavimento d’ingresso, sia sulla saracinesca della pizzeria, fanno concentrare l’attenzione delle indagini sull’ipotesi di un’intimidazione a scopo estorsivo.

Il proprietario del locale, informato dell’accaduto, giunto sul posto, ha risposto alle domande dei carabinieri, ai quali ha dichiarato di non aver ricevuto pressioni o minacce, nè di aver notato, nell’ultimo periodo, nulla di strano, all’interno o all’esterno del negozio. Una dettagliata informativa sull’accaduto, nonchè sui primi riscontri investigativi, effettuati dai carabinieri e dai vigili del fuoco, è stata trasmessa dal capitano in pectore Pierluigi Satriano al procuratore capo della Repubblica di Cosenza, Dario Granieri. Non è compito nostro entrare nel merito della vicenda, dal punto di vista investigativo, ma siamo convinti che di fronte alla sfrontatezza dei clan e alla recrudescenza delinquenziale che, da sempre, a Cosenza e provincia, disturba il sonno e la tranquillità di cittadini e commercianti, molti scelgano la strada del silenzio e dell’omertà, preferendo ricevere “minacce”, “bussate di piombo”, taniche di benzina e non denunciare i soprusi. Da queste parti, la ‘ndrangheta continua a vivere di “mazzette” e di prestiti a “strozzo”. E, ogni notte, batte cassa, va alla ricerca di nuovi contribuenti, pretende di campare coi sacrifici di commercianti, bottegai, piccoli imprenditori e, persino, di anonimi ambulanti. A Cosenza pagano tutti, nessuno è escluso. E la legge del “pizzo” viene scandita da una sequenza impressionante d’intimidazioni. Un segnale che alimenta l’inquietudine. È la sfida alle istituzioni. La tensione serpeggia tra i commercianti. Qui, la ‘ndrangheta si è riorganizzata dopo la conclusione dei grandi processi. E, adesso, si muove indisturbata sul territorio alla ricerca di soldi per riempire quella “bacinella” ormai vuota. Quattrini che servono per le famiglie dei detenuti, per gli amici degli amici, per coprire le spese legali e, naturalmente, per mantenere un plotone di malacarne. I destinatari degli “avvertimenti” hanno paura e tacciono costringendo gl’inquirenti a rubricare i capitoli di questa scia di terrore sotto la generica voce di «atti intimidatori a carico di ignoti». Tanti, troppi episodi annotati negli ultimi tempi sul registro degl’interventi di carabinieri e polizia. Appunti d’una strategia del terrore che sembra, per ora, vincente. Stavolta, però, i carabinieri sembrano fiduciosi. La verità, però, è che la capacità di risposta attuale dello Stato appare limitata, forse, anche a causa di leggi che non garantiscono la certezza della pena. Tutto ciò nonostante polizia e carabinieri facciano i salti mortali per fronteggiare la tracotanza criminale. Un’arroganza che a Cosenza e nel suo hinterland ha superato ogni limite. Qui, la malavita organizzata è tornata a puntare dove aveva sempre puntato: al tessuto economico e produttivo del territorio. I mafiosi vecchi e nuovi hanno allungato le loro mani sulla città. Vogliono i soldi che fattura il commercio, l’unico settore produttivo che dà la forza di sopravvivere a questa terra. Difficile, per chi sta dietro ad un bancone, sentirsi tranquillo davanti all’offerta di sicurezza proposta dalle ‘ndrine. Meglio accettare quella che affidarsi allo Stato, rivelando a polizia e carabinieri i nomi di boss e picciotti che li spremono. Chi tenta di ribellarsi rischia di perdere tutto. Ed è così che i boss si sono ripresi parzialmente il controllo di alcune aree, anche se lo Stato assicura che l’azione di contrasto darà i suoi frutti. Immediati e decisivi.

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