Rende
Megacanile a Rende nel ‘quadrilatero dei veleni’, i cittadini: “Un business a cui ci opponiamo”

L’area è frequentata da oltre 20mila persone. Si teme il rischio di propagazione di malattie contagiose per l’uomo e l’ulteriore contaminazione di un’area già martoriata dall’inquinamento
RENDE (CS) – Una rappresentanza di cittadini e lavoratori della zona, il comitato Tutela Salute Pubblica RO.MO.RE. (ROse, MOntalto Uffugo, REnde) e l’associazione Crocevia denunciano di subire nel ‘quadrilatero dei veleni’ oltre al danno la beffa. “Nell’area nord, – allertano in una nota – tra Rende e Montalto, non bastavano le gravi problematiche ambientali già presenti, adesso vi si vuole realizzare addirittura un megacanile. Una maledizione oscura sembra accanirsi contro questo martoriato territorio a nord del Comune di Rende (dove vivono e lavorano oltre 20.000 persone), ovvero quello ricompreso nella fascia che va da Quattromiglia, Via
Cristoforo Colombo, Cancello Magdalone, Contrada Lecco, Via Roald Amundsen, fino ad arrivare a Contrada Coda di Volpe, e poco più a nord sino a Settimo di
Montalto/Sant’Antonello, nel comune di Montalto Uffugo.
L’amministrazione comunale di Rende, con in prima linea un assessore che abita proprio in quelle zone, incuranti della grave situazione ambientale di quest’area e dell’elevata percentuale di patologie tumorali, hanno pensato bene di prevedere in contrada Coda di Volpe (per intenderci a meno di 250 metri dal call center COMDATA, dove lavorano oltre 400 persone), una struttura classificata dalla legislazione vigente come “insalubre di prima categoria”, ovvero un mega canile con box per 430 cani su un’area di oltre 15000 metri quadri (vedi Delibera di Giunta Comunale N. 163 del 22-06-2018). Una scelta folle che ha il sapore della beffa, considerato che quest’assessore vive proprio in quelle zone e conosce bene le problematiche ambientali e sanitarie. I cittadini, appresa la notizia, si sono sentiti traditi e pugnalati alle spalle”.
I ‘VELENI’ TRA RENDE E MONTALTO
“Il carico ambientale di quest’area – spiegano lavoratori, residenti e associazioni ambientaliste – si è aggravato sempre di più nel corso degli anni per la presenza di diverse fonti diffuse di emissioni; vedi problematiche causate dall’ex inceneritore, chiuso anni addietro dopo che la magistratura ha accertato numerose illegalità con contaminazione dell’aria e del sottosuolo da sostanze cancerogene, Centrale a biomasse, con emissioni continue in atmosfera, 24 ore su 24, l’impianto di produzione pectina, l’impianto di trattamento rifiuti Calabra Maceri, con miasmi che si spostano nell’arco della giornata in base alla direzione dei venti, i bacini contaminati dell’ex Legnochimica, mai bonificati e con elevato rischio di inquinamento delle falde acquifere, condotte fognarie che vanno in tilt dopo ogni acquazzone, con riversamento dei liquami maleodoranti e inquinanti sul nudo terreno, il depuratore consortile, che provoca l’emissione di esalazioni nauseabonde (ultimamente è stato anche sequestrato dalla magistratura per gravi violazioni in materie ambientale). I continui miasmi e l’aria malsana costringono i cittadini a stare barricati in casa con le finestre chiuse, anche in questi giorni di forte calura.
I mutamenti di questi luoghi sono la conseguenza delle scelte sbagliate fatte dall’uomo che hanno stravolto e deturpato il paesaggio di quest’area a nord di Rende, dove la zona industriale è diventata un tutt’uno con i due centri fortemente urbanizzati: Quattromiglia e Settimo. Quello del mega canile è un progetto folle che, se andrà in porto, aggraverà ulteriormente i disagi e la qualità della vita dei cittadini che vivono o lavorano in quest’area. La struttura è stata prevista su un’area produttiva in piena espansione; una delle zone più belle e pianeggianti dell’intero Comune, che si affaccia da un lato sul fiume Crati e dall’altro a ridosso di un’arteria stradale aperta da pochi mesi (la strada delle industrie, tanto pubblicizzata dal Sindaco Manna), che collega le zone a sud (Cosenza/Rende), con quelle a nord (Montalto Uffugo, Rose, Luzzi, Acri, Bisignano), dove si sta riversando gran parte del traffico della ss19bis, e dove a poche centinaia di metri dovrebbe sorgere il nuovo svincolo a nord dell’autostrada, per collegarsi all’università e alla zona industriale. Lungo tale arteria si sono impiantate in questi ultimi anni numerose attività produttive, commerciali e piccole aziende, quali Concessionarie auto, Cash and Carry, Brico, Bar, Call Center, dove operano e lavorano migliaia di persone”.
I PROFILI DI INCOMPATIBILITA’
“La zona in questione – chiariscono residenti, lavoratori e attivisti – risulta incompatibile per vari motivi: distanza dai nuclei abitati e dagli insediamenti produttivi inferiore ai 500 metri; i canili, in base al D.M. 5 settembre 1994, sono parificati a industrie insalubri di prima categoria e pertanto devono essere realizzati lontano dai nuclei abitati e dalle attività commerciali; ubicazione a ridosso del Crati, a meno di 150 metri dalle sponde del fiume, nei pressi di un’area alluvionale
ad elevato rischio erosivo; ironia della sorte, si tratta della stessa zona dove alcuni anni addietro il Comune voleva realizzare addirittura una discarica consortile; progetto poi revocato dopo le proteste dei cittadini e dopo vari esposti presentati alla magistratura, ai Ministeri dell’ambiente e dei Beni Culturali, al Nucleo Ecologico dei Carabinieri ed alla Polizia Forestale, che ne hanno accertato l’incompatibilità ambientale. I politici e gli amministratori continuano ad accanirsi nei confronti dei cittadini e dell’ambiente, dimostrando tra l’altro di non avere la memoria storica di quei luoghi.
Altri impatti e rischi del megacanile riguardano: disturbo della quiete pubblica, causato dal latrato dei cani, ancor di più accentuato dall’effetto moltiplicativo (nel progetto si parla di oltre 400 unità); emissione di odori nauseabondi; rischio inquinamento delle falde acquifere; rischio di epidemie, ad esempio causate dal batterio leptospirosi o dalla zoonosi, ovvero malattie che potrebbero colpire anche l’uomo se non riconosciute in tempo. In canili di grandi dimensioni (quale quello previsto in quest’area), la probabilità di propagazione di eventuali malattie è ancora maggiore, anche perché dopo l’infezione, i cani guariti eliminano il patogeno nell’urina in modo intermittente per mesi e mesi. Le vie principali di trasmissione indiretta possono essere: le acque, il terreno, il cibo e le lettiere contaminate; rischio di deprezzamento dei terreni e degli immobili, nel raggio di almeno 2 chilometri. Siamo quindi meravigliati per la totale miopia degli amministratori rendesi che non hanno valutato la reale espansione urbanistica di quell’area, con il rischio di non attrarre nuove attività produttive, o addirittura costringere quelle che già vi operano a chiudere i battenti”.
L’ALTERNATIVA AL CANILE
Un comportamento, quello del Sindaco di Rende, assolutamente contraddittorio: da un lato ammette che quell’area è fortemente disagiata e con problematiche ambientali serie, al punto di esonerare i cittadini che ricadono nell’area ricompresa tra l’ex Legnochimica ed il Depuratore di Coda di Volpe, dal pagamento delle tasse sulla spazzatura; nello stesso tempo però si programmano nella stessa zona altre strutture a elevato impatto, che di fatto andranno ad aggravare ancora di più le condizioni di vita dei cittadini e degli operatori che vivono e lavorano in quella zona. Se veramente si vuole dare un segnale positivo per migliorare le condizioni di vita in quell’area e cercare di compensare i danni subiti sino ad ora dai cittadini e dai lavoratori, il sindaco farebbe bene a destinare quei terreni di proprietà del comune, che costeggiano il fiume Crati, per un parco naturalistico che faccia da polmone per l’intero territorio comunale, favorisca il riposo degli uccelli migratori, consenta ai possessori di cani di portarli a spasso e che comprenda anche un itinerario per passeggiate a cavallo e un parco avventura/giochi, con annessa area pic-nic.
Il problema del randagismo, a nostro avviso (e su questo concordano anche gran parte delle associazioni animaliste), non si risolve con dei mega canili rifugio gestiti dai privati (che spesso rischiano di trasformarsi in veri e propri “lager”), bensì attraverso: maggiori controlli, con pene più severe per chi abbandona e maltratta i cani; campagne contro gli abbandoni e sulle adozioni; maggiore prevenzione, con sterilizzazioni di massa, realizzate anche attraverso convenzioni dei municipi
con i veterinari, (non facendo i controlli e le sterilizzazioni, si moltiplicano a dismisura i casi di randagismo, con enorme dispendio di fondi pubblici) e maggiori controlli sull’inserimento obbligatorio del microchip, utile per individuare la provenienza del cane in caso di smarrimento o di abbandono.
Proponiamo un eventuale canile parco o canile sanitario di piccole dimensioni, ubicato in area idonea, gestito da volontari e da associazioni di impronta protezionistica, che abbiano come unico scopo la cura e l’affido del cane. Purtroppo, specie nel sud dell’italia, i canili stanno diventando un vero e proprio business; in pratica i gestori (quasi sempre soggetti privati), con l’aiuto di amministratori compiacenti, spesso lucrano sui lauti contributi che il comune dà per ogni singolo cane “rinchiuso” nella struttura. I canili non dovrebbero essere delle carceri per i cani, bensì strutture di transizione affinché il cane recuperato in strada sia poi dato in affidamento ad una famiglia. Nella realtà però, specie nel meridione, ciò spesso non avviene, poiché avendo più cani nella struttura, si hanno maggiori fondi pubblici, e quindi chi gestisce il canile è poco interessano alle adozioni; a seguito di questo meccanismo perverso il gestore privato, più cani ha, più guadagna: il vero cancro del randagismo in Italia. Da notare inoltre che proprio sui canili si è acceso ultimamente il faro della magistratura: dalle indagini svolte su vari canili della Calabria, è emerso che anche la ‘ndrangheta ha messo le mani sul business dei randagi”.
CITTADINI ANNUNCIANO MOBILITAZIONE
“I cittadini e le associazioni continueranno a stare vigili e si opporranno con tutte le loro forze a questo folle progetto su un’area assolutamente inidonea. Nel caso in cui il Sindaco non si ravvedrà, stanno già pensando a una petizione popolare, a manifestazioni, ad eventuale Class Action, nonché a un ricorso alla Corte Europea per i diritti dell’uomo per i continui soprusi e persecuzioni che continuano a subire, per le scelte scellerate che nel corso degli anni hanno creato una zona ghetto, rendendo invivibile l’intera area a nord di Rende, rovinando l’esistenza di chi vi risiede o vi lavora, compromettendo anche la loro salute psico-fisica. Diritti fondamentali, garantiti dalla Costituzione Italiana, come quello di respirare aria pura senza inquinanti chimici, polveri ed esalazioni nauseabonde, vivere in un ambiente salubre e prelevare acqua dai pozzi per irrigare i campi e gli orti senza avere il terrore che sia contaminata, continuano ad esserci negati e nessuno fa qualcosa per ripristinare la legalità. Chiediamo pertanto al Sindaco di fare un passo indietro, revocando la delibera di giunta comunale del 22 giugno 2018 e rinunciando definitivamente a tale intervento in quell’area, già fin troppo compromessa (anche perché si è ancora in una fase dove l’opera non è stata neanche appaltata). Compia pertanto un atto di umiltà: i cittadini, la società civile e le generazioni future gliene saranno riconoscenti”.

















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