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Il Teatro dell’Acquario di Cosenza dopo 42 anni rischia di chiudere battenti

Cosenza

Il Teatro dell’Acquario di Cosenza dopo 42 anni rischia di chiudere battenti

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Il Ministero dei Beni Culturali, in soli quattro minuti, ha deciso che non finanzierà più le attività del teatro di via Galluppi. Lettera aperta agli spettatori

 

COSENZA – Il noto teatro cosentino è stato escluso dalla lista dei beneficiari dei fondi per lo spettacolo. In una lettera aperta indirizzata al proprio pubblico i gestori della struttura spiegano ciò che è accaduto dopo più di 40 anni di attività.

 

 

“Con molta amarezza vi comunichiamo che dal 2018 il Centro R.A.T. / Teatro dell’Acquario di Cosenza non sarà più finanziato dal Ministero dei Beni Culturali. Dopo quarantadue anni di contributi dal FUS (Fondo Unico dello Spettacolo), la Commissione consultiva del Mibact ha deciso di escluderci dalla graduatoria dei beneficiari. Vi scriviamo – scrive nella lettera il Centro RAT/Teatro dell’Acquario – perché sentiamo il dovere, oltre che verso noi stessi, di informare anche voi, che a migliaia ci avete seguito in tutti questi anni, su quanto è inaspettatamente e inspiegabilmente accaduto. Il nuovo Decreto Ministeriale ha dato a 5 esperti il potere di decidere, in una prima fase istruttoria di valutazione qualitativa, quali imprese di produzione teatrale possono essere ammesse alla seconda fase di valutazione quantitativa per il triennio 2018/2020. Pur non conoscendo il territorio e la geopolitica del Teatro, ancor prima della valutazione della Storia, dei bilanci, del lavoro prodotto e da produrre, dei contesti in cui si opera, questi 5 esperti indicano chi è dentro e chi è fuori dal FUS. Questa commissione ha il potere, in una manciata di minuti (mediamente 4, per l’esattezza), di leggere i progetti e, con discrezionalità insindacabile, cancellare quarantadue anni di Storia e di Professionalità.

 

 

Capita, così, che il Centro Rat, che nel 2017 ottenne una valutazione qualitativa di 20/30 (il 66% dei punti disponibili), abbia assegnata una valutazione di 9,20/35 (il 26% dei punti disponibili), ed essendo la soglia minima fissata a 10/35 per poter accedere alla successiva valutazione quantitativa del contributo, per 0,80 centesimi non saremo beneficiari del FUS, nonostante il nostro progetto abbia caratteristiche coerenti e migliorative rispetto agli anni precedenti. Come si possa svalutare, da un anno all’altro, un progetto di 40 punti percentuali rimane un mistero. Nei verbali non c’è traccia di discussione pertinente, solo punti in una griglia di campi che devastano la precedente. Questa è. Il Teatro, lo ricordiamo, è un agire difficile, ancor più a Sud di Roma. Sarà certamente una casualità, ma dalla valutazione della commissione di “qualità” riguardo le istanze del 2018 complessivamente pervenute al Mibact per accedere ai finanziamenti relativi alle “Imprese di produzione”, il 60% delle imprese eliminate sono residenti in Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Ci viene spontaneo, a questo punto, fare i complimenti alle imprese del Veneto (accolte al 100%), della Lombardia (94%), del Friuli (100%), della Toscana (100%), o dell’Emilia (85%).

 

 

Dati alla mano, al Centro/Nord sono state presentate 117 istanze e solo 16 sono state bocciate (vale a dire, l’86% sono state accolte); al Sud, sono state presentate 47 istanze e ben 22 sono state bocciate (accolte il 46%). Queste sono le percentuali e le decisioni adottate dai 5 esperti della commissione che, politicamente, confermano la netta desertificazione del Teatro al Sud. Ora, capirete bene che, dopo quarantadue anni di lavoro teso a “resistere”, a fare Teatro in un contesto socio-economico già difficile e ai confini del mondo, ostaggi dell’Agenzia Entrate Riscossioni e dei suoi pignoramenti irrevocabili, ostaggi dell’Inps (che se accumuli 3 mesi di ritardo per pagare i contributi, ti nega il Certificato d’Agibilità e ti impedisce di fare spettacoli, ovvero di incassare denaro per sanare il debito, sospendendo di fatto il diritto al lavoro sancito dall’art 1 della Costituzione), e oggi anche con il “nostro” Ministero indifferente al valore che meritiamo (e che dovrebbe tutelare e incentivare la nostra professionalità e la nostra storia, anziché trovarsi, a causa di 5 persone, in una situazione alquanto imbarazzante), questa esclusione ci lascia basiti abbastanza per ritenere che sia stato tutto inutile, lavoro sprecato, un fallimento frustrante, che sia il caso di smettere di ostinarci a realizzare missioni impossibili, fagocitati definitivamente dal sistema.

 

 

Gli sforzi delle imprese culturali sono enormi, encomiabili, eroici in un sistema con queste caratteristiche. Noi, come la maggior parte dei teatranti italiani, per quarantadue anni abbiamo dovuto rinunciare a stipendi, tagliare progetti, continuare a indebitarci per potere continuare a lavorare. Sottolineamo: non per comprare beni di lusso, ma per poter continuare a lavorare. Quarantadue anni sono una vita, non un triennio o un bando o un progetto, ma una vita intera. Sappiamo di aver costruito un patrimonio, giorno dopo giorno, ma sappiamo anche che questo patrimonio, in realtà, non è più solo nostro ma della collettività; è diventato ormai da tempo un bene comune. Il Centro Rat ha semplicemente realizzato ciò che era necessario per la comunità che lo ha sostenuto. Il Teatro dell’Acquario, la compagnia teatrale che ne fa parte, le attività di formazione, tutto ciò che avviene dentro e intorno al nostro agire teatrale, insomma, sono, oggi, anche una vostra proprietà, un vostro diritto/dovere, un bene coltivato insieme da tutti coloro che ne hanno fruito, dando e ricevendo linfa vitale.

 

 

Per cui, Amici cari, non è solo una nostra battaglia. E’ un’intera comunità ad essere impoverita da quei cinque esperti. Noi e voi siamo stati privati delle risorse che avrebbero permesso la sopravvivenza di un’oasi resistente, il vostro patrimonio è stato valutato 9,20/35, la vostra possibilità di ritrovarvi in un luogo storico di cultura, di vedere spettacoli, di proporre idee, di realizzare progetti, è stata minata almeno quanto la nostra. Quindi se è vero che come diceva Albert Einstein “la crisi è la più grande benedizione per le persone perché porta progressi e creatività alla ricerca della soluzione”, noi rimarremo qui, perché lo dobbiamo innanzitutto alla nostra memoria, che è stata costruita da compagni che non si sarebbero mai tirati indietro. Mai. Ringraziamo quanti hanno già espresso posizioni solidali e quanti lo faranno. Chiunque di voi ritenga di avere una soluzione, un’idea, un contributo alla discussione, lo faccia, davvero. Sta a noi e a voi il potere di cancellare quegli 0,80 centesimi e riproporre altri quarantadue anni di teatro”.

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