Italia
Figlia non riesce ad avvelenare il padre e assolda un killer, si chiede l’arresto

In soli cinque anni la donna era riuscita a spendere 800mila euro dilapidando il patrimonio del papà che drogava per non farlo reagire
MILANO – Ha pagato per fare uccidere il papà, questa la tesi dell’accusa. Simona Pozzi avrebbe ordinato a una persona non ancora identificata l’omicidio del padre Maurizio nella sua casa di Milano due anni fa. La quarantacinquenne sembrerebbe avesse già “assoldato” nel 2013 un uomo legato alla cosca mafiosa dei Pompeo-Tallarico, il quale in cambio di 3mila euro tentò di ammazzare il commerciante di 69enne con un bastone. Lo si legge nel provvedimento del Tribunale del Riesame di Milano che, accogliendo il ricorso dei pm contro la decisione del gip, ha chiesto la detenzione in carcere per la donna che però impugnando il provvedimento di custodia cautelare resterà libera fino alla decisione della Cassazione. Stando gli atti, inoltre, la donna 5 anni fa aveva chiesto sempre a quell’uomo, Pasquale Tallarico, “del veleno sempre per uccidere il padre lamentandosi poi che quanto Tallarico le aveva fornito non aveva alcun effetto“. Dalle indagini, condotte dalla Sezione omicidi della Squadra Mobile diretta da Achille Perone, è emerso anche che la donna avrebbe “dilapidato il patrimonio del padre”, quasi 800mila euro tra il 2006 e il 2011. Da qui il movente dell’omicidio.
PADRE DROGATO DALLA FIGLIA
Simona, ritenuta mandante dell’omicidio del padre Maurizio avvenuto nel febbraio 2016, “gli somministrava alte dosi di tranquillanti”, benzodiazepine in particolare, “per ‘tenerlo buono’ ed evitare le sfuriate aggressive che aveva quando si arrabbiava“. Lo scrive il Tribunale del Riesame di Milano che ha detto sì all’arresto della donna, negato invece dal gip. Per il 16 marzo 2016, ossia poco più di un mese dopo l’omicidio, ricorda il Riesame, elencando gli elementi a carico della donna, era fissata un’udienza “per la vendita all’asta dell’appartamento dove Pozzi viveva con la moglie, per il mancato pagamento delle spese condominiali, circostanza del tutto ignota al Pozzi e che avrebbe fatto emergere la dilapidazione del patrimonio” di famiglia. La figlia, a cui il padre aveva affidato la gestione del suo negozio di scarpe, tra l’altro, “ritirava tutta la posta indirizzata ai genitori”, ignari così del fatto che stesse anche accumulando debiti su debiti, e falsificava i documenti bancari che poi mostrava al padre.
“Da questa bisogna stare alla larga”, dicevano di lei, intercettati, uomini legati alla cosca mafiosa Pompeo-Tallarico. Ad uno di loro la donna si sarebbe rivolta, come confermato dallo stesso arrestato per tentato omicidio, per uccidere il padre già nel 2013 a Piazzatorre nei pressi di Bergamo.Quell’intercettazione assieme ad altri elementi, secondo gli inquirenti, mette in rilievo la personalità “manipolatrice” della donna, la quale cercava anche di apparire come la ‘brava figlia’. Aveva comprato, ad esempio, anche un monolocale vicino a casa dei genitori, ma coi loro soldi. In più, sempre stando alle indagini, per far vedere che il negozio di scarpe non era in crisi faceva gli scontrini di merce acquistata e poi li pagava lei con la sua carta di credito. Per il Riesame a carico di Simona Pozzi c’è una “prova logica”, ossia un quadro di indizi che, però, non era bastato al gip. Per quel pomeriggio lei si era costruita un “alibi inoppugnabile”, perché era a lavoro nel negozio e aveva conservato tutti gli scontrini dei suoi spostamenti. Tuttavia, spiegano i giudici, lei ha avuto il ruolo di “mandante”. La vittima, tra l’altro, venne trovata nella casa che era “chiusa a chiave” e gli unici ad avere quelle chiavi erano lo stesso commerciante, sua moglie e proprio la figlia.
LA DINAMICA DELL’OMICIDIO
Il 5 febbraio del 2016 Maurizio Pozzi, titolare di uno ‘storico’ negozio di scarpe nel quartiere Affori di Milano – negozio nel quale ha sempre lavorato anche la figlia – era tornato a casa nel pomeriggio. Il suo cadavere, poi, era stato trovato dalla moglie nella camera da letto con “otto ferite lacero-contuse” alla testa, inferte “con un oggetto contundente”. Inizialmente si era ipotizzata una caduta accidentale in casa, ma subito l’autopsia aveva evidenziato che si era trattato di un omicidio. I sospetti si sono concentrati poco dopo sulla figlia dell’uomo e nei mesi scorsi il gip Franco Cantù Rajnoldi ha negato l’arresto chiesto dai pm, sostenendo che c’era sì un quadro indiziario, ma mancava una prova oggettiva nei confronti della donna. Lo stesso gip, tra l’altro, non si era pronunciato sulla richiesta d’arresto formulata dai pm anche per il tentato omicidio del 2013, per il quale la donna avrebbe svolto sempre il ruolo di mandante. Ora il Riesame (giudici Rizzardi-Pendino-Cucciniello) su questa imputazione ha stabilito che i pm potranno di nuovo formulare una richiesta di custodia cautelare e il gip dovrà provvedere. E’ stato già arrestato, invece, a seguito delle indagini dei pm di Bergamo, Pasquale Tallarico, accusato del tentato omicidio di 5 anni fa.




















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