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Violò il segreto istruttorio: indagato mons. Bonanno

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Violò il segreto istruttorio: indagato mons. Bonanno

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COSENZA – Segreti “inconfessabili”. Sono quelli che hanno messo nei guai Monsignor Leonardo Bonanno, vescovo dell’Arcidiocs San Marco Argentano-Scalea, indagato dalla Procura della Repubblica cittadina, per violazione del segreto istruttorio. La vicenda giudiziaria di monsignor Bonanno

è strettamente connessa a quella di un altro uomo di chiesa, l’ex parroco dell’Abbazia di San Giovanni in Fiore, don Franco Spadafora, condannato, con la formula del patteggiamento, ad un anno di reclusione, per appropriazione indebita e truffa. Per capire meglio la vicenda, occorre fare un salto indietro nel tempo. Don Franco Spadafora, fino al 2006 parroco della chiesa di Santa Maria delle Grazie di San Giovanni in Fiore, Durante quel periodo, l’abate avrebbe “fatto sparire” beni di proprietà della chiesa, vendendoli a privati. La vendita avrebbe fruttato, secondo gli accertamenti investigativi, coordinati dai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, diretti dal capitano Raffaele Giovinazzo, circa 600mila euro. A far scoprire la “sparizione” dei beni sacri, era stato don Franco Germano, insediatosi a San Giovanni in Fiore, come nuovo abate. Il nuovo abate di quella sparizione d’oggetti sacri ne aveva nformato la Curia. I Patti Lateranensi stabiliscono infatti che «nel caso di deferimento al magistrato penale di un ecclesiastico o di un religioso per delitto», la Procura «deve informarne immediatamente l’Ordinario della diocesi, nel cui territorio egli esercita giurisdizione; e deve sollecitamente trasmettere di ufficio al medesimo la decisione istruttoria». Bonanno, che nel 2006 era vicario generale dell’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, oltre che moderatore della Curia metropolitana, canonico del Capitolo della Cattedrale di Cosenza e giudice del Tribunale ecclesiastico regionale calabro, aveva ricevuto l’atto d’indagine su Spadafora dall’arcivescovo, mons. Salvatore Nunnari, con l’incarico di predisporre alcuni documenti richiesti dalla Procura. Secondo l’accusa, Bonanno ne avrebbe indebitamente rivelato il contenuto a Spadafora ed ai suoi legali. Agli atti dell’inchiesta ci sono anche le conversazioni telefoniche intercorse tra Bonanno e Spadafora. Le indagini, condotte dai carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale, erano partite nel 2006, quando il parroco subentrato a Spadafora, don Germano Anastasio, si accorse sia della sparizione del “tesoro” di oggetti antichi e arredi sacri che della vendita dei loculi e del terreno. Sotto processo, insieme a Spadafora ed al vescovo Bonanno, sono finiti anche il commercialista e il restauratore torinesi, Scalabrino e Fragale, indagati per ricettazione; un impiegato della Provincia di Cosenza, Pasqualino Garofalo, incriminato per la ricettazione di due dipinti trafugati da una chiesa di Drapia (Vibo Valentia) e il geometra De Marco. La sentenza del 22 febbraio riguardava però il solo Spadafora, che aveva chiesto ed ottenuto il rito abbreviato. Mons. Bonanno, rinviato a giudizio insieme agli altri indagati, aveva inizialmente chiesto il rito abbreviato, ma aveva poi cambiato idea. Questa marcia indietro, non era stata gradita dal sostituto procuratore della Repubblica, Giuseppe Francesco Cozzolino. Il pm, titolare dell’inchiesta, ha presentato ricorso in Cassazione contro la decisione dell’alto prelato di ritirare la richiesta di patteggiamento. Ma i giudici della Corte suprema hanno dato toto al magistrato. Ora monsignor Bonanno che in tutto questo lasso di tempo s’è sempre processato innocente, avrà venti giorni di tempo per chiarire la sua posizione.

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