Calabria
“Malefix”, boss di tre generazioni e gregari delle più potenti cosche di ‘ndrangheta

Con l’esecuzione di 21 ordinanze di custodia cautelare in carcere si è conclusa l’indagine “Malefix” coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, che ha portato dietro le sbarre diversi capi storici, elementi di vertice ed appartenenti di spicco delle cosche di ’Ndrangheta De Stefano-Tegano e Libri, attive a Reggio Calabria
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REGGIO CALABRIA – Boss di tre generazioni e gregari di alcune delle più potenti cosche di ‘ndrangheta, i De Stefano-Tegano ed i Libri, finiti dietro le sbarre, ed una pericolosissima frizione al loro interno che poteva portare ad una guerra di mafia. Il tutto grazie al lavoro degli investigatori della squadra mobile di Reggio Calabria e dello Sco di Roma, coordinati dalla Dda reggina che all’alba hanno arrestato 21 persone. E tra loro anche quello che per gli investigatori è il rampollo dei De Stefano, Giorgio Condello Sibio, che in età adulta è stato autorizzato dalla famiglia a prendere il cognome De Stefano che gli deriva dall’essere il figlio illegittimo del boss Paolo De Stefano, ucciso nel 1985 ed il cui omicidio scatenò una guerra di mafia che provocò oltre 700 morti a Reggio Calabria. Giorgio De Stefano si divideva tra Milano – dove era nato – e Reggio Calabria, dove, secondo l’accusa, interveniva per trattare da pari a pari con boss ben più anziani ed esperti di lui, ma col piglio da vero capo. Le dinamiche inerenti i contrasti interni alle cosche sono emersi chiaramente da due vertici di ’ndrangheta svoltisi a Napoli nell’agosto del 2019, accuratamente monitorati dagli investigatori della Polizia.
La doppia vita di “Malefix”
Così si chiamava sul profilo Instagram, nome che con cui è stata ribattezzata anche l’inchiesta che lo ha portato in carcere – finito un paio di anni fa sulla stampa “rosa” per la sua relazione con Silvia Provvedi, la ex di Fabrizio Corona – totalmente estranea all’inchiesta e dalla quale ha avuto una figlia nei giorni scorsi – che dalla casa del Grande Fratello Vip parlava del suo nuovo fidanzato chiamandolo col suo soprannome “Malefix” generando un alone di mistero intorno alla sua identità. A Milano era considerato un “famoso imprenditore calabrese che viene da una importante famiglia” anche grazie alla sua partecipazione societaria nel Ristorante Oro, un locale alla moda. Ma non solo Milano. Quando l’aria si faceva pesante, come quando, gli arrestarono il fratello, Giorgio De Stefano volava in Spagna per allontanarsi dalle zone calde e mettersi al sicuro. E quando scendeva in Calabria, secondo l’accusa, svestiva i panni da “famoso imprenditore” per vestire quello di boss, usando tutte le cautele del caso, viaggiando fino a Roma o Napoli in treno e proseguendo poi in auto, ma non prima di avere lasciato i telefoni cellulari.
Volevano rendersi autonomi dai De Stefano
E’ stato Giorgio De Stefano, insieme al fratello Carmine, ad intervenire con il boss ex ergastolano Alfonso Molinetti, uno dei loro alleati più fedeli, mentre si trovava in semilibertà come cuoco in una struttura Caritas a Giugliano (Napoli) per indurlo a “richiamare” il fratello Gino e i suoi figli a “non allargarsi troppo“, a non assumere iniziative non concordate con i vertici dei De Stefano in nome di un’antica amicizia e perché “abbiamo tante potenzialità, senza dover litigare”. Perché dall’inchiesta della Dda emerge che Gino Molinetti ed i suoi figli, dopo anni ed anni di fedeltà ai De Stefano, volevano rendersi autonomi per avere più potere e più denaro dalle estorsioni compiute in città e conquistare magari un pezzo di territorio di Reggio Calabria da “gestire autonomamente”. Una “deriva pericolosa – è stato il commento del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri – disinnescata dall’operazione Malefix”. Un’operazione che ha evidenziato, una volta ancora, come gli interessi ‘ndranghetisti si estandano praticamente ovunque. Un pericolo evidenziato anche dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho che intervenendo in videoconferenza con i Paesi aderenti al progetto I-Can (Interpol cooperation against ‘Ndrangheta), ha messo in guardia su come “la ‘ndrangheta è diventata un problema globale, parla tutte le lingue, è capace di essere presente ovunque e a volte riesce a mimetizzarsi. Il nostro ritardo nei confronti della ‘ndrangheta può essere rappresentato dalla comunicazione e dalla collaborazione, perciò la fiducia tra polizie è fondamentale. Senza di essa la ‘ndrangheta vince”.



















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