Calabria
Al via la campagna “Un mare di Mascherine” contro l’abbandono dei Dpi

Il dipartimento ambiente dell’Associazione Valentia lancia il progetto denominato “Un mare di mascherine” contro l’abbandono di mascherine e guanti usati
VIBO VALENTIA – Appositi contenitori, realizzati ad hoc per evitare la dispersione di mascherine e guanti usati, saranno posizionati agli ingressi e alle uscite di alcuni centri commerciali della Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia, e attraverso una campagna di sensibilizzazione sia sul web che sugli impianti pubblicitari dei centri commerciali, si cercherà di incoraggiare i cittadini a non disperdere questi dispositivi di sicurezza nell’ambiente dopo il loro utilizzo. L’iniziativa coinvolgerà anche due centri commerciali della provincia di Cosenza.
“Il 2020 è un anno che sarà sicuramente ricordato per la capacità repentina con cui il virus Covid-19 è riuscito a propagarsi tra la popolazione diventando in poco tempo una pandemia globale – dichiara il Presidente dell’Associazione Valentia Anthony Lo Bianco – e i DPI ci difendono, ogni tanto ci asfissiano, spesso ci irritano. Siamo allora felici quando ce ne liberiamo. Ma rischiano di diventare una nuova fonte di inquinamento non essendo materiali riciclabili. Da qui la nostra idea di sensibilizzare i cittadini a smaltirli adeguatamente attraverso questa campagna che porterà all’installazione di appositi contenitori in diversi centri commerciali della Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia”.
Le mascherine non sono un prodotto riciclabile
Cosa succede dunque a quei miliardi di guanti e mascherine gettati nell’ambiente? Nel momento in cui sempre più Paesi e città introducono l’obbligo di indossarle, nasce la problematica della gestione di questa nuova fonte di inquinamento. L’emergenza Covid-19 ha provocato un aumento significativo nella produzione e nel consumo delle mascherine in tutto il mondo, e conseguentemente il pianeta dovrà affrontare un problema potenzialmente devastante: il loro smaltimento. In base a un recente rapporto si stima in Italia che il fabbisogno giornaliero di mascherine dovrebbe essere di 35/40 milioni di pezzi, con una produzione di rifiuti quotidiana fino a 720 tonnellate (considerando un peso medio di 11 grammi per le mascherine chirurgiche).
Sino alla fine del 2020 si produrranno in media 100mila tonnellate di questi rifiuti, con un minimo di 60mila e un massimo di 175mila tonnellate. Nel caso in cui fossero coinvolti anche i guanti, si arriverebbe a produrre ben 440mila tonnellate di rifiuti entro la fine dell’anno, con una media stimata di 300mila tonnellate. Se anche solo l’1% delle mascherine fosse smaltito in modo non corretto, significherebbe che ritroveremo ogni mese milioni di dispositivi dispersi nell’ambiente, con un numero incalcolabile di mascherine che dall’inizio alla fine dell’emergenza circoleranno nel mondo. Sarà dunque l’inquinamento del futuro se non viene fatto nulla e correremo il rischio di trovare più mascherine che meduse nel Mediterraneo.
I Dpi sono pericolosi per la fauna
I guanti possono essere scambiati per meduse dai delfini o dalle tartarughe marine. Se li ingeriscono, questi animali sono condannati a morte certa. Rischiano anche di impigliarsi negli elastici delle maschere ed essere così ostacolati nei movimenti, con conseguenze che vanno dall’impossibilità a nutrirsi al soffocamento. Inoltre, degradandosi, i DPI rilasciano microparticelle di plastica. In mare, sono inghiottite dai pesci che poi ritroviamo nei nostri piatti. Il problema continua anche sulla terra ferma, dove le mascherine vengono trasportate dagli agenti atmosferici e degradate lentamente, iniziando ad inquinare in modo costante le matrici ambientali come il suolo e l’acqua. Proprio le stesse matrici ambientali di cui noi ci serviamo per le attività agricole e pastorizie e da cui captiamo l’acqua potabile di falda.



















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