Italia
Ndrangheta: “se non pagano gli taglio il cuore”. Minacce e violenze su dipendenti
I retroscena nel filone toscano e lombardo nell’ambito del maxi blitz contro la cosca calabrese dei Molè definiti ‘i nuovi narcos calabresi’

LIVORNO – “Comunque qualche cosa di soldi ci danno lo stesso, certo non tutto” ma “ce li devono dare, noi abbiamo rischiato, ce li devono dare se no… Se no entro dentro casa e gli taglio il cuore”. Così uno degli arrestati nell’ambito dell‘operazione condotta oggi dalla Dda di Firenze, Fabio Molé, intercettato mentre parla con suoi complici del compenso previsto per un recupero di cocaina al porto di Livorno. Recupero sfumato perché la droga non era arrivata a destinazione. Un tornaconto economico, sosteneva Molè, doveva essere loro riconosciuto comunque, se non altro per il rischio corso di essere scoperti.
In un’altra conversazione, relativa al recupero di un altro carico di cocaina, nel novembre del 2019, Molè fa riferimento a un ingente quantitativo di denaro, 500.000 euro, che aveva portato con sé a Livorno e che avrebbe dovuto in parte essere utilizzato per pagare tutti coloro che aveva preso parte all’operazione, compresi i portuali. Nel corso della stessa discussione il portuale Massimo Antonini manifesta la paura di essere arrestato e di finire in carcere: “Non sono come voi – dice rivolto al calabrese Molè – che avete tutti i parenti che vi vengono a trovare, io rimango solo abbandonato”.
Gli arresti del filone toscano
I destinatari degli arresti in carcere del filone curato dalla Dda di Firenze oltre a Rocco Molè, 26 anni di Cinquefrondi (Reggio Calabria), e a Massimo Antonini, 64 anni di Livorno, sono Francesco Riitano, 41 anni di Guardavalle (Catanzaro); Giuseppe Antonio Ierace, 42 anni di Catanzaro; Antonino Fonti, 39 anni di Messina; Mario Billi, 43 anni di Livorno; Fabio Cioni, 60 anni di Livorno; Francesco Nicodemo Callà, nato a Mileto (Catanzaro) di 67 anni; Simone Ficarra 20enne di Gioia Tauro (Reggio Calabria); Domenico Ficarra, 38enne nato a Saronno (Varese). Altri due soggetti sono al momento latitanti.
La società finita nel mirino dei clan: minacce e violenze su dipendenti
I componenti della “famiglia Salerni”, alcuni dei quali fermati oggi nella tranche lombarda della maxi inchiesta contro la ‘ndrangheta, avrebbero vantato “nei confronti dell’azienda dei diritti assolutamente non dovuti, pretendendo l’aggiudicazione di varie tratte di trasporto anche al di fuori delle convenienze aziendali”, rivendicando la “loro vicinanza alla criminalità organizzata calabrese” e sentendosi “autorizzati a minacciare pesantemente il personale e addirittura a farlo oggetto di atti di violenza fisica”.
Lo ha messo a verbale nel luglio 2018 l’allora ad di Spumador spa, società del Comasco nota per la produzione di bevande gassate che sarebbe finita ‘nella morsa’ dei clan. “Le minacce – ha spiegato ancora l’ad – sarebbero molto gravi, anche di morte, coinvolgendo anche le famiglie dei dipendenti“. Le angherie subite da alcuni dipendenti da parte dei Salerni, a cui era “riconducibile” la Sea Trasporti che prese appalti per il trasporto di bevande della Spumador, sono raccontate nelle testimonianze presenti nel decreto di fermo. Uno dei dipendenti ha raccontato, ad esempio, che le minacce arrivavano con frasi come “guarda che adesso vengo lì e sparo prima a quel cogli… a fianco a te e poi a te, perché io non ho niente da perdere”.



















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