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Due anni fa il primo caso Covid in Italia. Speranza “lockdown fu una scelta inevitabile”

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Due anni fa il primo caso Covid in Italia. Speranza “lockdown fu una scelta inevitabile”

A scoprire il “Paziente uno”, grazie al suo intuito, Annalisa Malara, una dottoressa che lavorava come anestesista all’ospedale di Codogno che quel giorno decise di forzare il protocollo

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Infermiera simbolo covid

COSENZA – Era la sera del 20 febbraio 2020 e all’ospedale di Codogno l’Italia scopriva il primo caso di Covid in quel giovane uomo di 38 anni, Mattia Maestri, che poi venne chiamato da tutti il ‘Paziente 1’. Sono passati due anni dall’esito di quel tampone che scoprì il primo positivo in Italia cambiando le sorti non solo di Codogno, comune della bassa lodigiana che divenne la prima zona rossa del Paese, ma di tutta l’Italia. E a due anni dal ‘paziente zero’ di Codogno, il ministro della Salute, Roberto Speranza, ricorda così in una intervista a Repubblica i primi momenti della pandemia e di tutte le conseguenze a cominciare dalle chiusure “Il lockdown fu una scelta inevitabile”. L’Italia non era preparata ma chi lo era nel mondo? Abbiamo sempre seguito la scienza” ha spiegato Speranza ricordando quella sera terribile sera di due anni fa.

Il primo caso positivo e la zona rossa

A scoprire il ‘Paziente 1’ è stata, grazie al suo intuito, una dottoressa che lavorava come anestesista all’ospedale di Codogno, Annalisa Malara, che quel giorno decise di forzare il protocollo che prescriveva a chi fare i test per il Covid e di sottoporre al tampone quel 38enne sano e sportivo che era devastato da una polmonite. Il tampone rivelò la positività dell’uomo al Sars-CoV-2. Quella sera di due anni fa “ricordo tanta tensione e tanta concentrazione sul curare questo paziente – ha ricordato Annalisa Malara al telefono con l’ANSA – e al contempo c’era anche tanta paura per quello che stava succedendo. Infatti era chiaro che eravamo davanti a qualcosa di molto grande, l’apprensione è stata da subito elevatissima”. Dopo un po’ “mi sono chiesta come mai questo ragazzo che lavorava in un’azienda in cui i viaggi all’estero erano all’ordine del giorno ed era in contatto con colleghi che viaggiano – ha continuato – non avesse potuto entrare in contatto con il virus. Quindi mi sono detta che avrei dovuto fare questo tampone”. Dopo il tampone positivo in poche ore è stato evacuato il pronto soccorso dell’ospedale e il 23 febbraio è scattata la prima zona rossa d’Italia a Codogno e in altri dieci Comuni limitrofi, con l’arrivo dei militari che hanno iniziato a presidiare i confini dei paesi, mentre ai cittadini è stato raccomandato di rimanere nelle loro abitazioni e di non avere contatti con nessuno.

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Le strade deserte di Codogno, la Wuhan italiana, con le serrande abbassate dei negozi e il senso di paura tra le persone e gli stessi sanitari, che non conoscevano questo virus così devastante, hanno fatto il giro del mondo. In poco tempo tutta l’Italia sarebbe diventata una grande zona rossa con l’inizio del lockdown. Dopo due anni e grazie ai vaccini la vita sembra tornare quasi alla normalità. “Rispetto a due anni fa mi sento molto meglio – ha detto la dottoressa Malara -, quella fu una giornata difficile da tutti i punti di vista. Oggi sono molto più serena e tranquilla, anche per quanto riguarda la salute dei miei famigliari e delle persone a me più care perchè sono tutte vaccinate”. A Codogno sono giorni di ricordo, questa mattina nel paese si è svolta una biciclettata, la ‘Zona rossa grave’. Mentre domani all’ex ospedale Soave di Codogno si terrà l’evento commemorativo ‘Codogno 2020 – 2022’, a cui parteciperà il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, con i sindaci di Codogno e dei Comuni della prima zona rossa. E Annalisa Malara.

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Il sacrificio di centinaia di sanitari: quasi 500 morti

Quasi 500 vittime tra il personale sanitario. Morti di Covid-19, soprattutto quando contro le impennate del virus non c’erano ancora i vaccini. Dei circa 500 decessi, 370 erano medici e odontoiatri, e di questi, 216 erano medici di famiglia, del 118, guardie mediche, specialisti ambulatoriali, liberi professionisti, e 30 gli odontoiatri. A questi si aggiungono 90 infermieri, tre ostetriche e 32 farmacisti. In questa cifra ci sono tante storie e dietro tante famiglie. Storie di camici bianchi che si sono lanciati nel campo di battaglia, molti anche rientrando dalla pensione, per curare i loro pazienti. Oggi si celebra la Giornata nazionale del personale sanitario. Ma anche il giorno in cui per tanti operatori in camice iniziò, del tutto inaspettata, la prova più difficile. Tanti, troppi, non ce l’hanno fatta, come Roberto Stella, il primo medico italiano a morire di Coronavirus, presidente dell’Ordine di Varese, l’11 marzo del 2020. “I nostri eroi” li chiamano, i medici e gli infermieri in prima linea contro il virus, la maggior parte rimasti noti solo alle persone vicine. Alcuni dei loro volti però, o anche solo dei loro gesti – fissati dall’obiettivo di uno smartphone – sono diventati in Italia se non in tutto il mondo un simbolo di impegno, professionalità, ma anche di caparbia umanità di fronte alla marea pandemica. Di fatica, soprattutto. Elena Pagliarini, un’infermiera di Cremona, fu forse la prima – era solo l’8 marzo del 2020 – a dare corpo nell’immaginario allo sforzo della battaglia al Covid. Aveva concluso un turno in terapia intensiva, crollò stremata sulla tastiera di un PC. Qualcuno scattò la foto. Pochi mesi dopo il presidente Mattarella la nominò cavaliere. Simile la foto di Aurora Tocco, infermiera di Palermo, ritratta con la testa abbandonata sul volante della sua ambulanza dopo sette, otto ore con la tuta di protezione addosso in attesa del tampone per un paziente. La foto la scattò una collega. Un’altra infermiera, Alessia Bonari, volle condividere invece i lividi che le avevano lasciato sul viso le ore di maschera di protezione in un ospedale di Milano. Lo scatto fece il giro del mondo, e la ragazza fu invitata a scendere lo scalone del Festival di Sanremo 2021 e dal palco più amato del Paese diffuse un messaggio di prudenza e di solidarietà.

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La prima vaccinazione

La prima vaccinata d’Italia è Claudia Alivernini, un’infermiera dello Spallanzani di Roma. Neanche le assurde minacce che ricevette dai no-vax riuscirono a spegnere negli italiani il ricordo del suo sorriso, così luminoso anche dietro alla mascherina. E la speranza di un ritorno alla normalità è tutta nello scatto, ormai storico, dei medici dello Spallanzani e dell’hub vaccinale della Croce Rossa di Fiumicino in posa assieme ai leader del G20 a Roma. Tra gli abiti formali i loro camici bianchi e le loro tute rosse. Chi è ancora qui lo deve anche loro.

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