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Operazione Propaggine, Morra: “‘ndrangheta tra le realtà criminali più pericolose del pianeta”

Calabria

Operazione Propaggine, Morra: “‘ndrangheta tra le realtà criminali più pericolose del pianeta”

“In Italia la combattiamo blandamente. Ma se a Roma non si capisce la gravità della situazione, la colpa non può essere addossata alla sola Calabria”

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Nicola Morra 13

REGGIO CALABRIA – Ci sono tutti i presunti esponenti di vertice della cosca Alvaro di Sinopoli tra gli arrestati del filone reggino dell’inchiesta condotta dalla Dia che stamani ha portato all’esecuzione di due ordinanze di custodia cautelare emesse dai gip di Roma e di Reggio Calabria. In carcere sono finiti Carmelo Alvaro, detto “Bin Laden”, Carmine Alvaro, detto “u cuvertuni”, ritenuto il capo locale di Sinopoli, e i capi locale di Cosoleto Francesco Alvaro detto “ciccio testazza”, Antonio Alvaro detto “u massaru”, Nicola Alvaro detto “u beccausu” e Domenico Carzo detto “scarpacotta”. Dalle indagini condotte dalla Dia reggina, infatti, è emerso che la cosca, oltre ad essere operativa nel territorio di Sinopoli, dominava anche il centro urbano di Cosoleto, paese aspromontano, ove insiste un locale di ‘ndrangheta autonomo ma funzionalmente dipendente da quello di Sinopoli.

Al termine dell’indagine “Propaggine” condotta dalla Dia con il coordinamento della Dda di Reggio Calabria guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri, sono state arrestate 34 persone, 29 in carcere e 5 ai domiciliari. Tra questi il sindaco di Cosoleto Antonino Gioffré. Gli interessi della cosca Alvaro-Penna, infatti, secondo la Dia, si sarebbero estesi all’amministrazione locale. Dalle indagini è emerso un forte interesse dei sodali per la competizione elettorale del Comune di Cosoleto del 2018. In particolare Antonio Carzo, ritenuto capo del locale romano, è accusato con il sindaco Gioffré di scambio politico-elettorale. Oltre a questo reato, gli indagati rispondono a vario titolo di associazione mafiosa, favoreggiamento commesso al fine di agevolare l’attività del sodalizio mafioso e detenzione e vendita di armi comuni da sparo ed armi da guerra aggravate.

L’attività investigativa è stata avviata nel 2016 dal Centro operativo della Dia con il coordinamento della Procura di Roma. Successivamente, a seguito dell’emersione di numerosi e significativi punti di contatto con soggetti calabresi operanti a Sinopoli, Cosoleto e territori limitrofi, parte degli atti sono stati trasmessi per competenza e le indagini, per tale parte, sono proseguite con il coordinamento della Dda di Reggio Calabria. Le indagini hanno consentito di appurare come la cosca abbia dato vita, nella capitale, ad un’articolazione (denominata locale di Roma), che rappresenta un “distaccamento” autonomo, del sodalizio radicato in Calabria. Roma è stata esportata anche l’osservanza dei riti e dei linguaggi tradizionali. I due capi del locale romano limitavano al minimo gli incontri di persona con i vertici calabresi, facendoli coincidere con eventi particolari, quali matrimoni o funerali.

Nicola Morra: “sono bravissime nel presentarsi come realtà insospettabili”

“Non ci si deve stupire, come fanno tanti. Le mafie, ed in particolare la ‘ndrangheta, sono bravissime nel presentarsi come realtà insospettabili. E poi ti fregano”. – Lo scrive su Facebook il Presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra commentando le 43 misure cautelari odierne emesse grazie ad una operazione della Direzione Distrettuale antimafia di Roma.

“La DIA, avendo competenze particolari e consolidate in ambito economico, ha intuito quanto stava avvenendo ed è intervenuta, con un’operazione svoltasi sia a Roma sia in Calabria, ove fra l’altro è stato tratto in arresto un sindaco del reggino. Tutti però – prosegue il Presidente Morra – possiamo leggere certi segnali, possiamo intuire certe trasformazioni. La ‘ndrangheta è, oggi, fra le realtà criminali più pericolose del pianeta. Ed ancora noi in Italia la tolleriamo, combattendola blandamente. Chi l’ha apertamente sfidata (vedi Gratteri ad esempio) è costretto a vivere in condizioni di privazione della libertà personale perché lo Stato non reagisce con la dovuta fermezza e con la necessaria prevenzione, dissuadendo la popolazione calabrese a dare fiducia ad una struttura organizzativa capace incredibilmente di riempire i vuoti lasciati dallo Stato, che in quella terra, scusate il gioco di parole, spesso è latitante.

Per questo non stupisce – conclude Morra – che si scoprano ‘ndrine e locali di ‘ndrangheta un po’ dappertutto, e non solo in Italia. Ma se a Roma non si capisce la gravità della situazione, la colpa non può essere addossata alla sola Calabria”.

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