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Savina Donato: racconto di una precaria

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Savina Donato: racconto di una precaria

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COSENZA – Storie di ordinaria speranza. Sono quelle che vivono i precari, avvezzi a camminare come funamboli sul sottile filo d’acciacio,

sospeso da terra e senza protezione. Quella distanza che simboleggia il distacco tra la certezza di un posto di lavoro e la speranza di trovarlo sì, ma duraturo. Le storie della nostra quotidianità, soprattutto alle nostre latitudini e longitudini, sono storie piene di vita, di entusiasmo ma anche fatti di impennate di disperazione, quella che, a volte ti spinge a pensare di molare tutto, e andare. Sì andare, ma dove? Se il lavoro da noi, inteso come Calabria ma inteso anche come Mezzogiorno d’Italia, è a volte un miraggio, non è così diversa la situazione del Nord, dove il lavoro manca, ma la differenza sono le occasioni. Quelle non mancano. Soprattutto perchè ci sono più soldi, ci sono più realtà imprenditoriali, ci sono più storie, scritte da chi ce l’ha fatta. Ma tra Nord e Sud c’è una differenza abissale, e non legata ai soldi, ma alla convinzione che noi meridionali abbiamo una marcia in più. La marcia che ci dà la spinta di andare avanti, anche a costo di lottare con i denti per cambiare le cose, soprattutto per noi stessi. La voglia di lottare è la stessa che ha spinto Savina Donato, precaria di Spezzano Piccolo, centro della presila cosentina, a raccontare e a raccontarsi. Uno spaccato di vita che Corriere della Calabria ha pubblicato. Lo facciamo anche noi. Leggetelo. E’ un racconto pieno di speranza, ma anche di forza e di testardaggine. E’ un racconto nel quale ognuno di noi, ognuno di voi si sentirà parte integrante. Il 2012 ha da pochi giorni abbandonato il pianeta terra e stiamo per aprire le porte definitivamente al nuovo anno. Ciò che è stato, ha lasciato ferite, delusioni, incomprensioni e una buia scia. Ho 24 anni, un mezzo titolo di studio e soprattutto ho una “non indipendenza” che mi rattrista. Ho da sempre sacrificato il divertimento per lavorare, sottomettendo vergognosamente la mia dignità. Vorrei con queste parole, poter rispondere a persone senza cuore, ai giornalisti che in tv (come ad esempio quel tale, ospite a “L’Arena” su Raiuno), continuano a ripetere che la colpa è dei giovani, i quali non rinunciano alle baldorie del week-end. Carissimi, sapete quanti come me, hanno lavorato solo nel week-end per undici ore di lavoro, retribuite a 25/30 euro? Quanti come me, sfruttati e sottopagati, hanno accettato solo per poter dare una mano in casa? Ecco le mie esperienze lavorative: la prima, a sedici anni in un pub. Guadagnavo 20 euro per otto ore lavorative più o meno e, malgrado a volte non venissi pagata, tacevo, a causa del pudore che mi contraddistingueva. Seconda esperienza, dai diciannove ai ventiquattro anni in un bar, la più longeva. Secondo i calcoli dei titolari, undici ore di lavoro corrispondevano a 30 euro. Ora, non posso esimermi nel rammendare che, appena entrata a far parte di questo nuovo mondo, guadagnavo ben 15 euro ma sorvoliamo, era solo una gavetta! L’anno in cui mi sono decisa a far valere i miei diritti, facendo loro presente la regola delle “tre otto” (che voi tutti conoscerete sicuramente), mi sono sentita gridare contro che se non mi stava bene, la porta stava nella direzione di sempre. Per cui, ho deciso di rinunciare alle ore notturne d’estate, al lavoro settimanale, alle pulizie generali che ci stanno da fare in un bar, compreso il bagno ovviamente e alla paga. Ho lasciato tutto, tranne l’affetto che mi ha legato a quelle persone, le quali comunque per cinque anni mi hanno vista crescere. Nel lasso di tempo, tra il periodo non lavorativo e la quarta esperienza, mi sono laureata. Ebbene sì, ho avuto anche il tempo di studiare e laurearmi in tre anni. Questo è stato il momento più buio della mia vita: curriculum non letti, rifiutati, mai sfogliati o persino cestinati. Questo è stato il momento in cui la crisi ha iniziato a sciogliersi nella mia clessidra. Quarta esperienza lavorativa: estate 2012, in un bar del mio stesso paese. Ho resistito solo cinque giorni. Pertanto, carissimi che guadagnate uno stipendio, che blaterate tanto e affermate che siamo noi giovani a non voler creare un futuro, cosa mi rispondete? Cos’avete da dire ad una donna, ormai adulta, che ha lavorato per sette lunghi anni solo nei week-end e d’estate, rinunciando perciò al mare, al divertimento, agli amici e quant’altro contraddistingue coloro che conducono tutto ciò? Come se non bastasse, sono così sfortunata da non poter terminare i miei studi. Chi di voi ha letto bene, ha certamente colto che ho parlato di mezzo titolo di studio. Ordunque, come ci si comporta nel momento in cui le porte dell’università ti vengono chiuse, non per tuo volere? Mi spiego: finita la triennale, il totale abisso per la mia cultura. Ho conseguito la mia laurea presso l’Università della Calabria, ove però non mi è stato possibile continuare. Qui le vie d’uscita sono poche e il più delle volte non corrispondono al volere della propria realizzazione. Abisso ancora più profondo: non poter studiare fuori, data la poca disponibilità economica e la coscienza di non voler pesare sulla propria famiglia. Secondo voi, come ci si sente quando, bussando alle porte di un ufficio per chiedere consiglio, la risposta è «la tua laurea vale zero»? La giornata sembrò ancora più pesta in quel preciso istante ma nonostante tutto, ha prevalso la vivacità del mio essere. Sì, io sono così: so rialzarmi, so sorridere e donare un sorriso; so amare e abbracciare chi mi ama; so essere me stessa in tutto; so dedicarmi alla vita con la giusta passione. Lo ammetto, a volte mi demoralizzo e credo di non farcela ma fortunatamente sono ancora qui, pronta a rispettare la vita, al fine di continuare a correre per questa lunga staffetta senza fine, passando il testimone alla prossima esperienza tramite il sudore del sacrificio, il quale sottolineerà ciò che sarà mio: l’indipendenza. Ergo, al via la corsa. Grazie Savina, grazie.

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