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“Al CAS di Pedivigliano migranti trattati con disprezzo”, intervista ad Eugenio Naccarato (AUDIO)

Una delegazione costituita da Emilia Corea (Ass. La Kasbah), Luca Mannarino (attivista), Eugenio Naccarato (Amnesty International), Yasmine Accardo (Garibaldi 101) ha visitato per la terza volta nel giro di sei mesi il C.A.S di Pedivigliano riscontrando “il pessimo trattamento riservato alle persone accolte, il totale disprezzo della dignità umana, e l’assoluta mancanza di rispetto dei più elementari diritti umani”.
COSENZA – Da settembre 2015 ad oggi nulla è cambiato nel C.A.S. di Pedivigliano, nel cosentino, gestito dalla Cooperativa Sociale Calabria Assistenza Onlus di Angelo Barbiero. E’ quanto sostiene una delegazione costituita daEmilia Corea (Ass. La Kasbah), Luca Mannarino (attivista), Eugenio Naccarato (Amnesty International), Yasmine Accardo (Garibaldi 101) che denuncia “il pessimo trattamento riservato alle persone accolte, il totale disprezzo della dignità umana, e l’assoluta mancanza di rispetto dei più elementari diritti umani”.
Eugenio Naccarato, di Amnesty International, questa mattina è intervenuto ai microfoni di Rlb Radioattiva per raccontare quanto avviene nella struttura di Pedivigliano
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“In seguito alle due precedenti visite – sostengono gli operatori sociali – sono state inviate al Prefetto di Cosenza due conseguenti segnalazioni della situazione all’interno della struttura. Ci aspettavamo, dunque, di trovare qualcosa di diverso durante la nostra visita effettuata lo scorso 5 febbraio; speravamo in una “redenzione” dei gestori del centro, o in un cambio di gestione, o, meglio ancora, nella chiusura dell’ennesimo non luogo dell’accoglienza perché potesse lasciare il posto a reali forme di coabitazione e contaminazione culturale. Ma, evidentemente, siamo degli utopisti, dei sognatori, che troppo in là si sono spinti con le loro fantasticherie. Come si può, infatti, minimamente pensare che la quantità di cibo si sia adeguata al normale consumo di 19 persone; come si può pretendere che nella struttura siano presenti mediatori culturali, psicologi, assistenti sociali (al nostro arrivo abbiamo trovato un unico “operatore” che ha subito allertato il titolare); attraverso quale fantasiosa ricostruzione si è potuto immaginare che gli ospiti della struttura avessero ricevuto assistenza medica (ancora nessuno risulta iscritto al S.S.N.)”.
“Al nostro arrivo – proseguono Corea, Mannarino, Naccarato e Accardo – il titolare della struttura, sopraggiunto dopo la telefonata informativa della nostra presenza, si è ‘prodigato ad accoglierci’ intimandoci di allontanarci perché sprovvisti di ‘un mandato da parte del giudice’ (CSI docet). Spostatici immediatamente all’esterno della struttura i ragazzi, palesando tutti i timori relativi a probabili ritorsioni nei loro confronti da parte del gestore (così come successo dopo la nostra prima visita in seguito alla quale vennero lasciati senza cibo per giorni), ci spiegano l’immutata condizione in cui sono costretti a vivere. Molti sono stati denegati dalla commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato: solo qualche giorno fa, dopo settimane di stallo, la struttura ha contattato un avvocato lametino perché i richiedenti potessero presentare i relativi ricorsi. Hanno palesato più volte la loro volontà di ottenere la residenza per trovare lavoro, o anche per trovare una sistemazione abitativa alternativa; ma anche questo diritto è stato loro negato. Insomma, nulla è cambiato nel corso di questi mesi; i migranti continuano ad essere parcheggiati all’interno di quel “non luogo” che risponde al nome di “Villa Barbiero”; persone che reclamano a più riprese un’assistenza sanitaria, ragazzi che chiedono costantemente di essere trasferiti altrove, uomini la cui memoria è attraversata da vicende di violenza politica, repressione, soprusi e povertà”.
Immagine di repertorio




















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