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Storie di donne rapite dalla … morte

COSENZA – Quando l’emigrazione e l’amore portano alla morte. Spesso questi tre elementi, miscelati perversamente tra di loro,
sono stati il comune denominatore di tante, troppe storie tristi. Storie di donne, di differente provenienza geografica, di variegata età e di ogni condizione sociale, arrivati in Italia per inseguire un sogno, spesso un riscatto personale che, però, proprio nel Belpaese, quello in cui aveva scelto di passare il resto della loro vita, hanno trovato la morte. Spesso per mano di chi, si era offerto di aiutarle, spesso per mano di chi le ha punite solo per un sentimento non ricambiato, o anche, per la sola sfortuna, di essersi trovate nel momento sbagliato, nel posto sbagliato e con la persona sbagliata. Sono storie che spezzano il fiato, trame di vita, interrotte bruscamente, racconti di viaggi di sola andata verso il paese d’origine, chiuse in una bara. Molte, tante, troppe di queste storie hanno avuto il loro epicentro nell’hinterland cosentino. Il collega Domenico Marino, una delle migliori penne del giornalismo calabrese, cronista di punta della Gazzetta del Sud e autore di numerosi libri, su varie tematiche, dedica uno speciale su questa “mattanza”, scegliendo tre storie, tre racconti di vita. Spezzata. La prima storia è quella di Katarzyna Pacholak. Aveva 25 anni, era una bellissima ragazza di origine polacca e venne condannata a morte da due sicari che, fecero fuoco, mentre lei era in auto con il vero obiettivo dell’agguato: Saverio Albamonte. Le regole della ‘ndrangheta sono spietate: non bisogna mai lasciare testimoni. Katarzyna, quel lontano 30 novembre del 2001, aveva deciso di accettare un passaggio da saverio Albamonte per fare un giro. Non poteva immaginare che quello sarebbe stato il suo ultimo giro in auto, non immaginava che la morte l’avrebbe rapita a 25 anni, a soli due giorni dal suo ritorno in Polonia. Programmato da tempo. Quando i carabinieri della Compagnia di Corigliano, infatti, arrivarono sul posto, nella borsetta della 25enne trovarono il biglietto per la Polonia, insieme a tanti altri documenti. Lei quel viaggio nella sua patria, lo fece, ma diverse settimane dopo, in compagnia dei suoi familiari che vennero a Corigliano per riconoscerla. Era stesa su un freddo marmo dell’obitorio dell’ospedale sibarita. Nove anni dopo, esattamente nel dicembre del 2010, lo Jonio racconta un’altra storia. Triste. Per lungo tempo il suo restò un giallo senza soluzione. Anzi lo è ancora oggi. In quella fredda giornata di dicembre, il calendario dice che era un giovedì, due persone passeggiando sul lungomare, notarono dei capelli che svolazzavano per il vento. All’inizio pensarono fosse una ragazza distesa sulla spiaggia. S’avvicinarono per curiosità e restarono agghiacciati. Quella ragazza, con il volto tumefatto, la testa fracassata, era sepolta, seminuda sotto la sabbia bagnata. Aveva indosso il reggiseno e la mutandina abbassata fino quasi fino a giù. Per giorni e giorni, i carabinieri cercarono di darle un nome e un volto. Ma niente. Il mare, la sabbia, la lunga esposizione agli agenti atmosferici, ne avevano cancellato anche il dna. L’unico indizio sul quale i detective dell’Arma, riuscirono a orientare le indagini, furono delle catenine, trovate sepolte sotto la sabbia, a poca distanza dal luogo di ritrovamento di quella donna misteriosa. Quelle catenine, di fattura artigianale e di modestissimo valore economico, vennero mostrate alle tante donne straniere della zona. All’inizio nessuno seppe fornire notizie. Poi un giorno, alcuine donne si presentarono dai carabinieri, per dire che quelle catenine appartenevano ad una donna di nazionalità romena, di circa 40 anni, di cui, però, non seppero fornire alcun ulteriore indizio. Solo dopo diverse settimane, qualcuno riconobbe quella donna. Fu possibile darle un volto e un nome, nonchè fu possibile mettersi in contatto con i suoi parenti che, partirono dalla Romania, per venire a riprendere la loro congiunta. Ad oggi, come dicevamo, quell’omicidio non ha un colpevole. Per i carabinieri è stato un delitto passionale o un omicidio commesso in un delirio d’impeto sessuale. Un’ipotesi investigativa, avvalorata anche dal fatto che la 40enne aveva addosso solo la biancheria intima, con le mutandine abbassate. Segno di un rifiuto, segno di una ribellione ad una violenza sessuale. pagata con la vita. L’ultima storia, la cui eco è ancora forte è quella della 19enne Florentina Boaru, ammazzata da Cosimo De Luca, il 42enne che oltre ad invaghirsi di “Flo”, s’è preso anche la sua vita. Ciao angeli, volati in cielo troppo presto, rapite dalla morte solo per essersi trovate al momento sbagliato, nel posto sbagliato e con la perosna sbagliata.


















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