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La Calabria di Saviano: la nuova Bolivia d’Europa tra ‘ndrine e cocaina

COSENZA – Padrini e narcos. Sono i protagonisti del nuovo libro di Roberto Saviano. L’autore di “Gomorra”, lasciate le atmosfere camorristiche all’ombra del Vesuvio, ha deciso di puntare la sua penna sulla Calabria, raccontando il malaffare e i traffici di droga che la ‘ndrangheta ha trasformato in business, intrattenendo raporti “preferenziali” con i narcos più famosi e spietati al mondo: i colombiani. L’effetto di questa trama, destinata al successo, raccontato in “Zero zero zero”. Dove lo zero, ripetuto tre volte, non indica la qualità della farina, ma parla di polvere, nè magica, nè di stelle, ma polvere finissima che sniffandola porta diritti al Nirvana: la cocaina. Polvere finissima – come scrive Vito Barresi – che mette in pista una giostra planetaria, che fa raggiungere il perfetto equilibrio di mercato tra domanda e offerta, piacere e dannazione, costo e prestazione. Parla di Calabria in odor di cocaina nel suo ultimo libro, Roberto Saviano. Con frasi e immagini, descrizioni e denunce che incutono terrore. A leggerle, a sentirle nelle prime interviste di lancio, l’ectoplasma dell’economia nera calabrese si materializza in una struttura di lunga gittata, un circuito colossale. Racconta Saviano che la pianta della coca è una specie davvero strana. Che ha sì le foglie nel Sudamerica ma le radici in Italia, in Calabria. Perchè le regole del business del narcotraffico sono state costruite dalle organizzazioni calabresi, in associazione con la camorra campana. Saviano – scrive ancora lo studioso calabrese – prova a dimostrare in questo libro che i narcotrafficanti italiani, ‘ndranghetisti, camorristi, alcuni affiliati di Cosa Nostra, sono davvero gli ultimi calvinisti d’occidente. Gli affiliati, capi, gregari, padroni, schiavi e proletari di questa ‘drogoneria’ universale cartografata da Saviano, sono persone che non hanno in mente semplicemente l’arricchimento, il godimento cash, effimero e immediato, bensì soggetti caratterialmente ben stagliati che, per raggiungere il potere rinunciano alla vita, vivono in dei pozzi chiamati bunker, padri di famiglia che trascurano i figli, scegliendo consapevolmente di entrare in una terribile catena di violenza e delitti. Per il vero si tratta di una tesi weberiana abbastanza antiquariata, sociologicamente grossolana e molto invalidata dalle più serie e faticose analisi etnografiche ravvicinate. Gli intrecci tra ascetismo e ‘ndrangheta sono assolutamente improbabili e oggettivamente, oltre che ideologicamente indimostrabili. Ci sarebbe l’immenso e secolare giacimento di cultura e storia spagnola da sondare per comprendere come, e non casualmente la Calabria, possa andare così straordinariamente in rapida sintonia contemporanea con questa America Latina della cocaina. Ma per la potenziale platea dei lettori del suo secondo romanzo, per il momento basta lo storytelling in accento partenopeo, la voce fuoricampo dello scrittore campano che in web annuncia in una tipografia padana l’imminente uscita del suo volume appena fresco di stampa. Saviano sostiene che nella geopolitica del crimine globale la Calabria è una tra le più importanti e attive cabine di regia, sito di una mente lucida e operativa che detta le linea guida al grande mercato planetario della cocaina. Un’accusa pesante che fa impressione, scuote profondamente, tanto da rendere persino irreale le annose contraddizioni socio economiche di una regione del sottosviluppo, la società calabrese in cui viviamo. Ma non si tratta di letteratura nè tanto meno di fiction quanto di una logica (ispanica o protestante?) che con precisione ha deterritorializzato luoghi e paesi, coste e contrade trasformando l’intera Calabria in un mero aggancio, una piattaforma costiera strategica sulle rotte della droga tra il Mediterraneo, l’Europa, il Sud America e l’Asia. Millimetricamente, simmetricamente la ‘ndrangheta ha fattualmente capovolto in negativo il ruolo e la missione assegnate a quella vera e propria cattedrale nel deserto in cui si è ridotto il Porto di Gioia Tauro. Doveva essere la porta europea aperta sui mercati del Medio Oriente e dell’Asia. Ora secondo Roberto Saviano la Calabria è la nuova Bolivia dell’Europa. Che dire? Peccato. La Calabria trova sempre risalto, offrendo la parte peggiore di se, la parte più brutta di noi calabresi.



















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