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Morì a 13 anni, per la consulente del pm: poteva essere salvato

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Morì a 13 anni, per la consulente del pm: poteva essere salvato

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COSENZA – E la sanità ritorna di nuovo in cronaca. Nera. Il caso di buona, anzi definiamola, normale sanità che abbiamo raccontato ieri,

quella cioè relativa all’intervento chirurgico al cuore (primo in Italia) effettuato sulla “signorinella” di 105, all’ospedale Ferrari di Castrovillari, viene subito spodestato da una storia, che di buono non ha proprio nulla. Ha per protagonista un ragazzino di 13 anni, volato in cielo troppo presto e la sua famiglia distrutta dal dolore. La storia, come spesso capita, hanno riacceso la luce sulle colpe mediche. Colpe, ben inteso, presunte, almeno fino a quando, non ci sarà un terzo grado di giudizio che riconosca sviste mediche e negligenze sanitarie. Il caso è quello di Marino Romano, come detto di soli tredici anni, morto all’ospedale “Bambin Gesù” di Roma, ma “condannato a morte”, secondo gli accertamenti della Procura della Repubblica di Cosenza dai medici del reparto di Pediatria dell’Annunziata, rei di non aver, per tempo, diagnosticato e curato una patologia grave. Il procuratore capo della Repubblica cittadina Dario Granieri e il pm, Antonio Bruno Tridico, titolare dell’inchiesta, dopo il decesso del piccolo, avvenuto il 12 marzo del 2010, su sollecitazione della famiglia di Marino Romano, hanno aperto un’indagine. Indagine che ha fatto finire sotto processo sei “camici bianchi”, tutti in servizio nel reparto di Pediatria dell’Annunziata. Nella lista “nera”, oltre al nome del primario Domenico Sperlì, compaiono i dirigenti medici Rossana Camodeca, Vittoria Greco, Rosaria De Marco, Marianna Neri e Clementina Rossi. Il quadro di colpevolezza, lo ribadiamo, allo stato presunta, è stata certificata anche dal perito dell’accusa: Romina Gallizzi, docente di Pediatria all’Università di Messina. L’esperta, incaricata dal pm Antonio Bruno Tridico, di “diagnosticare” sulle cartelle cliniche e sugli altri certificati medici, precise responsabilità dei sanitari, ha individuato un errore diagnostico. Al ragazzino, infatti, non sarebbe stato accertata una specifica patologa grave, curata per altro. Nella sua relazione finale, la consulente della Procura scrive anche che “il paziente poteva essere salvato. Sarebbe bastato solo che i medici che l’ebbero in cura – precisa ancora – avessero individuato con certezza la patologia esatta, esistono – ha concluso – dei criteri, per accertarla”. Marino Romano, venne ricoverato all’Annunziata il 7 marzo. Il 13enne arrivò già in condizioni gravi. Il piccolo, venne sottoposto subito a specifici accertamenti clinici ed ematici, che evidenziarono la presenza dell’Hlh, patologia che non sarebbe stata in tempo diagnosticata. Le condizioni del piccolo, peggiorarono, fino a far maturare nei genitori, la decisione di trasferirlo d’urgenza nella Capitale. Dove il 12 marzo, purtroppo, spirò. Nell’incredulità generale. Sempre secondo la consulente Gallizzi, i medici del reparto di Pediatria dell’Annunziata, avrebbero sottoposto il ragazzino ad una terapia non conforme al protocollo internazionale dell’Hl4 2004, ipotizzando una Mas e sbagliando. Marino Romano è stato stroncato dall’Hlh (Linfoistocitosi emofagocitica, ndr) non individuata tempestivamente. I medici finiti sotto processo, dal canto loro rigettano le accuse e, attraverso il pool di avvocati difensori e consulenti di parte, proveranno a discolparsi. Anche l’avvocato Enrico Iacovino, legale di fiducia della famiglia, costituitasi parte civile, ha “arruolato” un gruppo di esperti medici per studiare il caso e che hanno già depositato i loro lavori. Si ritornerà in aula, il prossimo 5 luglio. E in aula farà caldo. E non solo dal punto di vista metereologico.

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