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Chiesti 21 anni di carcere per i familiari di Maria Concetta Cacciola

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Chiesti 21 anni di carcere per i familiari di Maria Concetta Cacciola

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PALMI (RC) – Da donna del clan a simbolo dell’antimafia nazionale. Maria Concetta Cacciola era nata a Rosarno, feudo di due delle cosche di ‘ndrangheta piu’ potenti dell’intera regione: i Pesce e i Bellocco.

E proprio ai Bellocco, secondo quanto raccontato anche dalla stessa ex testimone di giustizia, fa capo la famiglia Cacciola. Il padre di Maria Concetta, Michele Cacciola, e’ parente di Gregorio Cacciola, uno dei pezzi da novanta dell’omonimo clan. Maria Concetta nasce e cresce in un ambiente intriso di cultura mafiosa: sposa a 13 anni, madre a 14. Una vita da “vedova bianca”, suo marito Salvatore Figliuzzi e’ in carcere da diversi anni perche’ condannato per associazione mafiosa.

Nell’estate di due anni fa, con un pretesto, si presenta alla caserma dei carabinieri di Rosarno. Vuole collaborare con la giustizia, vuole che i suoi figli crescano in modo diverso da lei. Viene trasferita in una localita’ protetta, ma non riesce a non chiamare i suoi tre figli. Cosi’, i familiari la rintracciano e lei ritorna a Rosarno. Aveva ripreso i contatti con le forze dell’ordine per ricominciare la collaborazione con la Dda di Reggio Calabria e andarsene via un’altra volta. Cio’, purtroppo, non si e’ realizzato in quanto il 20 agosto 2011 nella casa paterna viene trovato il suo corpo senza vita. Maria Concetta e’ morta bevendo dell’acido muriatico. Dopo qualche mese la Dda di Reggio Calabria e la procura di Palmi chiudono le indagini su quello strano suicidio: vengono arrestati suo padre Michele, suo fratello Giuseppe e sua madre Rosalba Lazzaro con l’accusa di induzione al suicidio e violenza.

Sono durissime le richieste di pene della procura di Palmi contro i familiari della vittima. Davanti alla Corte d’Assise di Palmi si e’ celebrato il processo che vedeva alla sbarra lo stretto nucleo familiare della 30enne, la donna che aveva deciso di collaborare con l’antimafia di Reggio Calabria nonostante non fosse mai stata indagata. Le richieste sono state formulate dal procuratore capo Giuseppe Creazzo, dopo gli interventi dei sostituti Giulia Masci e Francesco Ponzetta. Sono stati chiesti per tutti e tre ventuno anni di carcere.

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