Ionio
Il dolore di una famiglia
Da Corigliano a Bologna, il calvario di Isabella. La figlia: «Mia madre morta per indifferenza»
Maria Teresa è la figlia di Isabella Marzullo, scomparsa il 3 dicembre: racconta un lungo calvario sanitario tra ritardi e sottovalutazioni: «Nessuno l’ha ascoltata»

CORIGLIANO ROSSANO (CS) – Maria Teresa è la figlia della signora Isabella Marzullo, venuta a mancare lo scorso 3 dicembre. Ancora una lettera, ancora dolore e una straziante storia di indifferenza. Nei giorni scorsi abbiamo ascoltato le parole cariche di dolore di Natalina, che ha perso suo marito, morto da solo nel bagno del Pronto Soccorso dell’Annunziata di Cosenza. Una moglie rimasta sola senza il suo punto di riferimento e senza aver potuto fare niente per aiutarlo.
In questo caso la testimonianza forte e straziante arriva da una figlia dopo la morte della sua mamma, a 74 anni, figura molto conosciuta e stimata nella comunità coriglianese. «Aveva un tumore alla coda del pancreas di 7 centimetri, scoperto quando ormai era troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Ma non è morta per sfortuna o per un destino crudele, ma per l’indifferenza di chi avrebbe dovuto curarla».
La figlia di Isabella: «liquidata come una paziente con “malattia immaginaria”»
Maria Teresa ricostruisce un anno e mezzo di sofferenze e richieste d’aiuto rimaste inascoltate. «È la storia di cinque figli che hanno visto la loro mamma consumarsi nel dolore, supplicare aiuto, e venire liquidata come una paziente con “malattia immaginaria”» «È la storia di un sistema sanitario che al Sud troppo spesso abbandona i pazienti». I primi dolori addominali risalgono a circa un anno e mezzo prima della morte. «Si è rivolta al suo medico, ma lui ha definito i suoi sintomi una “malattia immaginaria”», racconta la figlia. I dolori venivano ricondotti all’artrite reumatoide «ma l’artrite colpisce le ossa, non le parti molli come gli organi o l’addome».
Solo dopo insistenti richieste, la signora Marzullo ottiene un’ecografia, eseguita il 24 maggio 2025 in un centro di Corigliano-Rossano. «Anche qui, l’incompetenza», scrive la figlia. «Lo specialista non è stato nemmeno capace di decifrarla correttamente, accusandola di fumare e bere. Mia madre non ha mai fumato né bevuto alcol».
Nonostante dolori sempre più forti, paragonati dalla donna «alla testa di un bambino che le premeva sullo stomaco», il percorso diagnostico resta frammentato. Dal medico di base arriva la prescrizione di una visita ematologica fissata per il 3 dicembre 2025. «Sette mesi di attesa per una visita che avrebbe dovuto essere urgente. Ma al 3 dicembre mia madre non c’è arrivata».
Nel frattempo, la donna si è sottoposta privatamente a colonscopia e gastroscopia, pagando 400 euro. «Le hanno detto che non c’era nulla di anomalo ma ovviamente non erano gli esami giusti per individuare un tumore al pancreas». Anche all’ospedale di Potenza sarebbe stato minimizzato il dolore, attribuendolo ancora all’artrite. Un nuovo controllo era stato fissato per il prossimo 23 dicembre ma «anche a quell’appuntamento mia madre non c’è arrivata».

Dopo il calvario, a Bologna la diagnosi ma è tardi
La svolta arriva solo a Bologna, dove la famiglia si reca per curare il padre. «Quando la vidi soffrire chiamai il mio medico curante a Bologna. Lui le prescrisse immediatamente un’ecografia con urgenza». Il 31 ottobre, al pronto soccorso del Sant’Orsola, la diagnosi: «Tumore in stadio avanzato di 7 centimetri alla coda del pancreas. Non si poteva più fare nulla».
«Il primario della Gastroenterologia mi disse: “Ormai è troppo tardi, ma sua madre nella sfortuna ha avuto la fortuna di avere questo tumore alla coda del pancreas, perché ha dato campanelli d’allarme”», ricorda Maria Teresa. «Ma quei campanelli d’allarme li aveva lanciati da un anno e mezzo, solo che nessuno al Sud li aveva ascoltati». Dopo il rientro in Calabria, la figlia denuncia ulteriori disservizi nell’assistenza domiciliare e nelle cure palliative: «Una vergogna assoluta». Racconta di difficoltà burocratiche, di mancanza di mezzi, di un’ambulanza del 118 «senza barella», e di frasi che l’hanno segnata profondamente, come «“tanto la signora è terminale”».
«Spero che altri figli non debbano vivere quello che abbiamo vissuto noi»
E’ consapevole della situazione in cui versava la sua mamma ma non accetta «la negligenza di quei medici del Sud che le hanno tolto ogni possibilità». Ringrazia invece l’ospedale Sant’Orsola di Bologna «per averci ascoltato» e l’oncologo Francesco Nigro Imperiale «che ha gestito magistralmente la terapia del dolore». «Questa è una testimonianza per tutto il mondo, non per vendetta, ma perché altri figli non debbano vivere quello che abbiamo vissuto noi».




















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