Tirreno
DIRITTI E TUTELE
Assunta in nero e licenziata per un incidente, azienda condannata a risarcire una donna straniera
È la storia di una donna straniera che assistita dall’avvocato Fiona Esposito si è rivolta al Tribunale di Paola per vedere riconosciuti i propri diritti. Ora l’azienda dovrà risarcirla per i danni subiti. A stabilirlo una recente sentenza

COSENZA – Lavorava in nero, con la promessa di un contratto, senza però avere nessuna garanzia. A seguito di un incidente sul lavoro è stata però licenziata. È la storia di una donna straniera che assistita dall’avvocato Fiona Esposito si è rivolta al Tribunale di Paola per vedere riconosciuti i propri diritti. Ora l’azienda dovrà risarcire la donna per i danni subiti. A stabilirlo una recente sentenza del tribunale di Paola.
La vicenda di una donna in cerca di futuro
La donna arrivata in Italia era mossa dal desiderio di costruirsi un futuro solido attraverso il proprio lavoro. Tuttavia, la sua aspirazione si è scontrata con una realtà fatta di irregolarità e promesse mancate. Nonostante, infatti, svolgesse un’attività reale e continuativa, inserita pienamente nell’organizzazione aziendale, il suo datore di lavoro non ha mai formalizzato il contratto, adducendo pretestuose “difficoltà burocratiche”.
La situazione è precipitata quando la donna è rimasta vittima di un incidente sul lavoro. Invece di ricevere l’assistenza e la protezione dovuta, è stata prontamente licenziata con l’ordine di non presentarsi più a lavoro. Un licenziamento senza forma, senza motivazione e senza garanzie che ha spinto la donna a ricorrere al Tribunale.
“Questa sentenza – spiega l’avvocato Fiona Esposito – non riguarda soltanto una singola vicenda, ma un meccanismo che si ripete spesso. Ci sono persone che lavorano per necessità, per il proprio sostentamento, non per scelta o per convenienza. È proprio su questo bisogno reale che, in molti casi, si innestano pratiche scorrette”.
Licenziata a seguito dell’incidente, la decisione del Tribunale
Con la sentenza del 22 dicembre 2025, il Tribunale di Paola, Giudice del Lavoro, ha accolto il ricorso presentato dalla donna, affermando principi di particolare rilievo in materia di lavoro irregolare e licenziamento.
Il Giudice ha chiarito che non può esistere un valido periodo di prova in assenza di un patto scritto. In mancanza di una forma scritta, la prova è giuridicamente nulla e il rapporto di lavoro deve considerarsi a tempo indeterminato sin dall’inizio.
È stato inoltre precisato che, una volta accertato lo svolgimento di un’attività lavorativa concreta, l’ordine di non presentarsi più equivale a tutti gli effetti a un licenziamento. Se tale licenziamento avviene in forma verbale, come nel caso esaminato, è da considerarsi inefficace.
La sentenza ha quindi applicato la tutela prevista dall’articolo 2 del decreto legislativo n. 23 del 2015, riconoscendo alla lavoratrice un’indennità risarcitoria complessiva pari a venti mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento.
Il Tribunale ha inoltre chiarito che eventuali profili amministrativi o burocratici non possono essere utilizzati dal datore di lavoro per sottrarsi agli obblighi di legge. Il lavoro effettivamente svolto, così come gli eventi che si verificano durante il rapporto, generano diritti che non possono essere ignorati o elusi.
Le somme da pagare
A seguito della sentenza, alla società condannata è stato notificato atto di precetto. In mancanza di pagamento spontaneo, si procederà con l’esecuzione forzata.
Gli importi dovuti in favore della lavoratrice, così come risultanti dal titolo esecutivo e dall’atto di precetto notificato, ammontano complessivamente a oltre 42.000 euro, comprensivi delle indennità risarcitorie riconosciute dal Tribunale, delle spese legali e degli accessori di legge.
“Il lavoro è dignità”
“Il fatto che l’interruzione del rapporto sia avvenuta dopo un incidente sul lavoro rende ancora più evidente la fragilità di certe posizioni – spiega ancora l’avvocato – e l’importanza delle tutele previste dall’ordinamento. Il Tribunale ha ribadito che quando il lavoro esiste, i diritti non possono essere cancellati con comunicazioni informali o con il silenzio”.
“Negli ultimi anni sto dedicando una parte sempre più significativa della mia attività professionale al diritto del lavoro, perché queste vicende non sono isolate, ma rappresentano una realtà diffusa. – conclude Esposito – Dare voce a queste storie significa ricordare che il lavoro è dignità e che il bisogno di lavorare non può mai trasformarsi in uno strumento di ricatto”.




















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