Area Urbana
Il dolore che resta
Le tragedie silenziose e la fragilità interiore, due giovani vite spezzate nel Cosentino
Due ragazzi, due vite volate via. Un 15enne a Paola, un 37enne a Celico. Cresce l’attenzione su un fenomeno fatto di fragilità, di disagio, che richiede ascolto e prevenzione

COSENZA – Due casi in pochi giorni nel Cosentino: il primo a Paola, un ragazzo di appena 15 anni; l’altro a Celico, un giovane di 37 anni. Ragazzi che lasciano questa vita e che fanno emergere in maniera ancora più forte quanto è drammatico questo fenomeno. In Italia si registrano mediamente 10 casi al giorno, pari a oltre 300 al mese, con un totale annuo che supera le 3.000–3.900 persone negli ultimi anni monitorati. Ogni anno sono centinaia i “gesti estremi” in particolare nella fascia 15–34 anni: una delle principali cause di morte in età giovanile.
In generale, i dati indicano che il fenomeno è in crescita rispetto agli anni precedenti, con un aumento registrato anche tra le fasce più giovani e un picco recente rispetto al periodo post 2015. Le statistiche ufficiali sottolineano inoltre, che si tratta di un fenomeno complesso e multidimensionale, per il quale non esiste una causa unica, ma una combinazione di fattori personali, sociali e sanitari.
Due casi in pochi giorni nel Cosentino, troppo dolore
Due giorni fa, la mattina del 23 marzo scorso, a Paola, sul tirreno Cosentino, un papà ha trovato suo figlio, 15 anni, senza vita nella sua cameretta. Aveva chiuso la porta a chiave e quando il padre l’ha forzata, si è trovato davanti il corpo senza vita di suo figlio. Ieri invece, un altro ragazzo, di 37 anni, Emanuele, a Celico. Non c’è bisogno di dire come è successo perchè in entrambi i casi, come per tutti gli altri, si tratta di un fenomeno drammatico che richiede rispetto.
Di fronte ad episodi come questi, il racconto dei fatti richiede misura e senso di responsabilità. L’unica e sola certezza sono le famiglie di questi due ragazzi, e le comunità sprofondate nel dolore, quelle di Paola e Casali del Manco per due tragedie che non troveranno mai risposta o consolazione. Ogni vita che si spegne rappresenta una perdita profonda per la comunità e per chi resta. Il dolore, in questi casi, non ha bisogno di essere amplificato, ma compreso e accompagnato con discrezione.
Un fenomeno che interroga tutti, anche l’informazione
Due episodi tragici e ravvicinati che riportano l’attenzione su un disagio che attraversa diverse fasce d’età. Senza entrare nei dettagli, resta evidente la necessità di interrogarsi su come intercettare per tempo segnali di fragilità e difficoltà. Esperti e istituzioni sottolineano da tempo l’importanza di rafforzare gli strumenti di prevenzione, a partire dall’ascolto e dalla vicinanza alle persone più vulnerabili. Famiglie, scuole, servizi sociali e sanitari rappresentano una rete fondamentale per offrire supporto e non lasciare soli chi vive momenti di difficoltà.
Nel rispetto delle persone e delle loro storie, il compito dell’informazione resta quello di contribuire alla consapevolezza, perchè purtroppo il rischio di emulazione è un fenomeno noto sia nella letteratura scientifica che nell’informazione: la diffusione dettagliata e ripetuta di notizie relative a suicidi può, in alcuni casi, favorire comportamenti imitativi, soprattutto tra persone vulnerabili o già in situazioni di fragilità psicologica.
Per questo motivo, le linee guida internazionali sul giornalismo raccomandano di evitare la spettacolarizzazione dei fatti, la descrizione minuziosa dei metodi e l’enfatizzazione dei dettagli, privilegiando un racconto essenziale e rispettoso. È purtroppo vero però che, nel 2026, i social network amplificano una spregiudicatezza diffusa: molti si sentono autorizzati a raccontare e pubblicare qualsiasi cosa. Così, il confine tra informazione e rispetto diventa sempre più fragile, soprattutto su temi delicati come questo.

La prevenzione può salvare tante vite
Da queste due tragedie, così come per tante altre che accadono in silenzio, nasce la necessità di rafforzare l’ascolto al fine di intercettare precocemente segnali di disagio. Promuovere una maggiore consapevolezza sulla salute mentale e ridurre lo stigma è un’azione importantissima così come garantire un accesso rapido a servizi sanitari e percorsi di sostegno psicologico favorendo il dialogo e la condivisione, evitando quello che spesso si trasforma in isolamento o solitudine.
Il senso di colpa dei familiari e amici: un dolore silenzioso
Dopo un suicidio, familiari, amici e conoscenti spesso si confrontano con un intenso senso di colpa: la domanda “Avrei potuto fare qualcosa per evitarlo?” può diventare ossessiva, generando dolore e senso di impotenza. Gli esperti sottolineano che questo sentimento è comune e naturale, ma va gestito con attenzione. Non esistono colpe individuali: togliersi la vita è il risultato di un insieme complesso di fattori psicologici, sociali e biologici.
Il supporto psicologico, sia individuale sia di gruppo, può aiutare a elaborare il lutto e a distinguere tra responsabilità reali e percezioni emotive ingigantite dal trauma. Associazioni di supporto al lutto e ai familiari di persone decedute per suicidio offrono strumenti adatti ad affrontare il dolore, ridurre il senso di isolamento e promuovere una ripresa graduale della vita quotidiana. Riconoscere e accogliere il proprio dolore senza colpevolizzarsi è un passo fondamentale per trasformare il lutto in consapevolezza e prevenzione futura.




















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