Attualità
Calabria, 11,3 milioni contro le dipendenze: il ruolo di scuole, famiglie e territorio
Con questo finanziamento la Regione prova a uscire dalla logica dell’intervento spot per costruire una programmazione stabile. Non si parla soltanto di dipendenze da sostanze ma anche di ludopatia e l’iperconnessione digitale

COSENZA – La nascita dell’Osservatorio regionale sulle dipendenze patologiche segna un cambio di passo nelle politiche calabresi. Con lo stanziamento di oltre 11,3 milioni di euro e il coordinamento tra sanità, scuole, università, istituzioni e terzo settore, la Regione prova a uscire dalla logica dell’intervento spot per costruire una programmazione stabile. Non si parla soltanto di dipendenze da sostanze: rientrano nel perimetro anche la ludopatia e l’iperconnessione digitale, comportamenti che oggi pesano quanto e più dell’abuso di alcol o droghe.
Dalla logica dell’emergenza alla programmazione
Il passaggio più significativo riguarda proprio il metodo. Finora gran parte delle risorse si attivava quando il problema era già esploso, davanti a un caso, a una famiglia in difficoltà, a un giovane finito nel circuito dei servizi. L’Osservatorio ribalta questo schema. Mette al centro il monitoraggio scientifico, la raccolta standardizzata dei dati, i servizi di prossimità e l’individuazione precoce dei fattori di rischio. L’obiettivo è intercettare i comportamenti problematici prima che si consolidino, lavorando sul territorio e non solo negli ambulatori.
In questo disegno le scuole hanno un peso enorme. Sono il luogo dove i segnali si manifestano per primi, dove un docente può notare un ritiro improvviso, un calo del rendimento, un’attenzione catturata interamente dallo schermo. Per questo la programmazione punta su percorsi educativi continuativi e non su singoli incontri occasionali, con il coinvolgimento diretto dell’Ufficio scolastico regionale e degli atenei. Accanto alle scuole ci sono le famiglie, spesso le prime a percepire il disagio e altrettanto spesso lasciate sole nel gestirlo. Dare loro strumenti di lettura significa trasformare un’ansia privata in una richiesta di aiuto che il sistema sa accogliere.
Questa impostazione non nasce nel vuoto. Si inserisce nella cornice del Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025, che chiede alle Regioni interventi fondati sulle evidenze, misurabili e verificabili nel tempo. La prevenzione basata su dati e protocolli aggiornati è il contrario dell’improvvisazione: parte dall’analisi dei bisogni reali e costruisce risposte calibrate sui contesti locali. È la stessa direzione indicata anche a livello regionale, dove il modello di presa in carico capillare è stato presentato come validato dal Ministero della Salute.
Quando la fragilità passa dallo schermo
C’è poi un punto che merita attenzione particolare, perché tocca il cuore delle nuove fragilità. Molte di queste dipendenze passano oggi dagli ambienti digitali. L’accesso è immediato, l’anonimato percepito abbassa le difese, la continuità d’uso rende difficile fissare un confine tra abitudine e perdita di controllo. Un adolescente può scivolare nel gioco o nell’iperconnessione senza che intorno a lui cambi nulla di visibile. È in questo scenario che entra in gioco la legalità digitale, intesa come capacità di riconoscere quali ambienti online siano regolati e controllati e quali invece operino fuori da ogni tutela.
Distinguere il mercato autorizzato dai canali abusivi è una competenza che andrebbe insegnata come si insegna l’educazione stradale. Per orientarsi può essere utile partire da una panoramica delle piattaforme regolate del settore, così da capire dove esistono limiti, controlli e strumenti di tutela e dove invece non c’è nulla di tutto questo. Non si tratta di promuovere alcun comportamento, ma di fornire una mappa: chi conosce i confini del mercato legale è meno esposto ai circuiti che si nascondono nell’ombra, dove il rischio cresce e le garanzie spariscono.
Il legame tra gioco illegale e territorio, del resto, non è un’astrazione. La cronaca calabrese racconta con regolarità di centri scommesse abusivi, di reti che intercettano proprio le persone più fragili, di un sommerso che sfugge a qualsiasi controllo. Sono gli stessi soggetti che un Osservatorio ben strutturato può aiutare a far emergere, incrociando i dati dei servizi sanitari con quelli delle forze dell’ordine e degli uffici giudiziari. La prevenzione, in questo senso, non vive solo nelle aule: passa anche dalla capacità di rendere riconoscibile ciò che è legale e di isolare ciò che non lo è.
Una rete tra scuole, sanità e giustizia
Tornando al contesto calabrese, la forza del progetto sta nella rete. L’Osservatorio mette allo stesso tavolo le cinque Aziende sanitarie provinciali, l’Ufficio scolastico, le Università della Calabria e Magna Graecia di Catanzaro, il Forum del Terzo settore e i rappresentanti del sistema giudiziario. Proprio dal mondo della giustizia è arrivato un richiamo netto: lo strumento repressivo da solo non basta più, serve un coordinamento stabile tra uffici giudiziari, scuole e sanità. L’approccio scelto non criminalizza il digitale e non demonizza la tecnologia. Punta invece a costruire strumenti di lettura più maturi, capaci di accompagnare i ragazzi e gli adulti dentro un mondo che non si può spegnere ma che si può imparare a frequentare con consapevolezza.
È qui che la partita diventa interessante. Trattare la ludopatia e l’iperconnessione come questioni cliniche isolate sarebbe un errore. Sono fenomeni che attraversano famiglie, classi scolastiche, quartieri, e che chiedono una risposta corale. La Calabria, con questo investimento, prova a dire che le dipendenze digitali non riguardano solo chi ne soffre, ma l’intera comunità che gli sta intorno. Trattarle come un tema di comunità, e non come una colpa individuale, è forse il vero salto culturale di questa stagione. Il finanziamento e l’Osservatorio sono gli strumenti; la maturità con cui scuole, famiglie e istituzioni sapranno usarli farà la differenza.


















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