Segnala una notizia

Hai assistito a un fatto rilevante?
Inviaci il tuo contributo.

Richiedi info
Contattaci

Mohamed voleva ricominciare a vivere: il ritorno all’università ed il sogno di diventare farmacista. Oggi l’autopsia

Area Urbana

ANEDDOTI E RACCONTI

Mohamed voleva ricominciare a vivere: il ritorno all’università ed il sogno di diventare farmacista. Oggi l’autopsia

Chi era il 25enne tunisimo morto a Cosenza: il suo ritratto nei ricordi della mamma Nabila che ha affidato il suo racconto alla garante per i detenuti del Comune di Cosenza. Mohamed collezionava figurine, divorava libri, amava i Pokémon e Dragon Ball

Pubblicato

il

Mohamed Amin Bessioud -Emilia corea

COSENZA – Una giornata decisiva e densa di significato quella di oggi per il caso di Mohamed Amin Bessioud, il giovane di 25 anni morto nel corso di una perquisizione delle forze dell’ordine avvenuta nell’abitazione di famiglia. Nel corso della giornata sarà eseguita l’autopsia sul corpo del giovane, passaggio fondamentale che contribuirà ad accertare da dinamica dei fatti. Sotto la sua abitazione si terrà, poi, una manifestazione promossa da chi chiede che sulla morte di Mohamed non cali il silenzio e che ogni responsabilità venga perseguita.

Il corpo di Mohamed in Tunisia, sepolto accanto al padre

Appena possibile il corpo di Mohamed tornerà in Tunisia. Sarà sepolto accanto a suo padre, l’uomo che chiamava “il mio adorato papà”, il punto fermo della sua vita, il faro che si era spento due anni fa, quando la morte glielo aveva portato via. Lo spiega Emilia Corea, la garante dei detenuti del Comune di Cosenza, che ha a lungo parlato con la mamma del 25enne che ha perso la vita alcuni giorni fa. Racconta che solo pochi giorni fa il 25enne aveva scritto a sua sorella: “Prima o poi tornerò dal mio adorato papà”. Un congedo che nessuno avrebbe potuto immaginare e che quel ritorno avrebbe avuto oggi le tinta di una tragedia. Così il giovane tornerà da suo padre, accanto all’uomo che aveva continuato a cercare anche dopo la sua morte, come si cerca una casa quando il mondo è diventato troppo freddo.

Non si placa il dolore di Nabila, sua madre: “voce spezzata, mani che non smettono di tremare, nel corpo fragile disteso su una barella del pronto soccorso, nei ricordi che affiorano senza tregua. – spiega Corea – È il dolore di una madre che continua a parlare del figlio per paura che il silenzio lo cancelli: ‘Chiudo gli occhi e lo rivedo – racconta – Mi dice: ‘Non ce la faccio più, mamma.’ Poi è volato giù’. Un racconto straziante nelle parole di Corea che ha raccolto le parole di una madre che ha perso tutto. Lei che “era sull’uscio della porta, troppo lontana per riuscire a trattenere suo figlio”.

Chi era il 25enne tunisino: l’amore per la matematica, la filosofia e quel camice bianco che sognava

Tra le parole di Nabila ci sono anche aneddoti su suo figlio, piccoli istanti di vita vissuta che raccontano chi era davvero Mohamed. Un giovane che amava i Pokémon e Dragon Ball. Collezionava le figurine, divorava libri, soprattutto quelli di filosofia. La matematica era il suo orgoglio. Tra i suoi sogni da bambino, quello di avere sempre 10 in matematica e Nabila, con il suo stipendio da collaboratrice domestica, aveva deciso di pagargli delle lezioni private. Ricorda ancora il giorno in cui Mohamed era rientrato da scuola correndo. Sorrideva. Stringeva il foglio come fosse un trofeo: “Mamma, ho preso dieci anch’io.”

Mohamed Amin Bessioud

All’università Mohamed aveva scelto di seguire i corsi di Informazione Scientifica del Farmaco. “Poi era arrivata la depressione. Quella malattia che non lascia lividi ma svuota le giornate, che spegne lentamente perfino i desideri. Eppure qualcosa stava cambiando in quel giovane di 25 anni.  Qualche sera prima della tragedia aveva detto a sua madre: ‘Mamma, voglio ricominciare a vivere. Voglio tornare all’università. Voglio riprendere gli studi’. Aveva persino comprato un camice bianco da farmacista. Ogni tanto lo indossava in casa, quasi a ricordare a se stesso la persona che desiderava ancora diventare. Combatteva contro un buio che sembrava non lasciargli tregua”.

“La sera precedente alla sua morte era seduto sul balcone. Sulla stessa sedia dalla quale, poche ore dopo, sarebbe precipitato. – fa sapere Corea – Accanto c’era Nabila. Le raccontava il libro che aveva appena finito di leggere, spiegandole la trama. Oggi quella madre piange anche l’ultima pagina sfiorata dalle mani di suo figlio. Stringe al petto tre fotografie. Ritraggono un bambino di sette o otto anni, con il viso paffuto e gli occhi pieni di vita. ‘Guarda com’era bello mio figlio’. Poi il racconto cambia tono”.

Il racconto di Nabila: le viste dei carabinieri e la paura

Nel racconto di Nabila che Corea riporta, anche un particolare che, per la donna fa tutta la differenza nella storia. “Racconta che le visite dei carabinieri si erano sempre svolte con regolarità. Entravano, eseguivano i controlli previsti e poi andavano via. Erano momenti vissuti con il disagio che ogni controllo può portare, ma senza episodi che lei descriva come violenti. ‘La paura vera – dice la mamma di Mohamed – cominciava quando arrivava quel carabiniere’. Secondo il suo racconto, ogni volta che si presentava, – continua la garante dei detenuti – l’atmosfera in casa cambiava radicalmente”.

Mohamed Amin Bessioud - madre 02

“Lei e Mohamed, racconta, vivevano quei momenti con terrore. Racconta che andava al lavoro con l’angoscia che quella persona potesse arrivare mentre lei era fuori casa, lasciando il figlio da solo. Racconta di avere pensato più volte di denunciare quella situazione, ma di essersi fermata davanti alle parole di Mohamed. ‘No, mamma. Non farlo. Non possiamo metterci contro lo Stato’. Durante alcune di quelle visite Mohamed era stato umiliato e aggredito. Descrive un episodio in cui era stato picchiato e spinto a terra, bagnato con una pentola d’acqua e trascinato dalla camicia lungo il corridoio fino alla sua stanza. Racconta anche che, in altre occasioni, la porta della stanza veniva chiusa a chiave e lei rimaneva fuori, incapace di proteggere il figlio, mentre Mohamed veniva picchiato e torturato. Sono dichiarazioni gravi – puntualizza Corea – e l’auspicio è che vengano verificate nell’ambito delle indagini”.

“Chi indaga deve arrivare fino in fondo”

La tortura è uno dei più gravi crimini contro la dignità della persona. – ricorda la garante – La Convenzione delle Nazioni Unite la definisce come l’inflizione intenzionale di gravi sofferenze fisiche o psichiche da parte di un pubblico ufficiale, o di chi agisce a titolo ufficiale, con finalità di punire, intimidire, ottenere informazioni o esercitare pressioni. Perché giuridicamente si possa parlare di tortura devono concorrere tre elementi precisi: l’intenzionalità del dolore inflitto, il coinvolgimento di soggetti che agiscono per conto dello Stato e una finalità di punizione, intimidazione o coercizione. Nel caso di Mohamed, secondo quanto emerge dal racconto della madre, questi tre elementi sembrano emergere: il dolore fisico e psicologico inflitto, il ruolo attribuito alla persona indicata nei racconti della madre e la finalità di intimidire e punire descritta nei suoi racconti. Sarà ora il compito delle indagini stabilire la verità dei fatti e accertare eventuali responsabilità. Ma davanti a un racconto di questa gravità, il dovere di chi indaga è uno solo: arrivare fino in fondo”.

Il dovere di chi resta: quello di chiedere certezze

“Chi resta ha il dovere di non distogliere lo sguardo. Di pretendere che ogni fatto venga accertato, che ogni responsabilità venga riconosciuta. Perché la giustizia non restituisce un figlio, ma almeno impedisce che il suo nome venga sepolto insieme al suo corpo. Il resto appartiene al silenzio. Quello delle madri quando finiscono le parole. Quello delle stanze rimaste vuote. Quello di un ragazzo che aveva scritto di voler tornare da suo padre e che, senza saperlo, stava già salutando il mondo. – conclude Corea –  Sui social scorrono parole d’odio, giudizi affrettati e cattiverie, ma intanto Mohamed vola altrove. Più in alto dell’odio, più in alto delle offese, più in alto dell’indifferenza. Il suo corpo ha toccato terra in un istante. La coscienza di chi ha smarrito ogni pietà continua ancora a cadere!”.

Pubblicità
Pubblicità .

Categorie

Social