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La morte di Momo a Cosenza, i legali del carabiniere «si fermi la macchina del fango. I processi si fanno in aula»

Area Urbana

«Attacco mediatico»

La morte di Momo a Cosenza, i legali del carabiniere «si fermi la macchina del fango. I processi si fanno in aula»

Caso Mohamed Amin Bessioud a Cosenza: gli avvocati Antonio Ingrosso ed Ernesto Gallo intervengono denunciando la gogna mediatica e chiedendo imparzialità nelle indagini della Procura sul Brigadiere dell’Arma

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COSENZA – In seguito ai tragici fatti verificatisi a Cosenza lo scorso 23 luglio, culminati con ila morte del 25enne Mohamed Amin Bessioud, detto Momo, precipitato dal balcone della propria abitazione in via dei Mille, la Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo d’indagine finalizzato all’accertamento del fatto storico. L’evento si è verificato mentre il personale dell’Arma dei Carabinieri era impegnato nell’esecuzione di una perquisizione domicilia nei confronti del giovane, che si trovava in regime di arresti domiciliari.

In merito alla vicenda, a tutela e su espressa richiesta del Brigadiere dell’Arma, sono intervenuti con una nota ufficiale i suoi legali di fiducia, gli avvocati Antonio Ingrosso ed Ernesto Gallo, per fare chiarezza sulla posizione del militare e denunciare la violenta campagna denigratoria scatenatasi nei suoi confronti.

La morte di Momo, i legali del carabiniere «attacco mediatico e violazione della riservatezza»

Nel comunicato diffuso dagli avvocati Ingrosso e Gallo, viene espresso in primo luogo il profondo cordoglio e il dolore del Brigadiere per la tragica morte del giovane Bessioud. Contestualmente, però, i difensori evidenziano come il sottoufficiale sia rimasto vittima di una gravissima aggressione mediatica e social: «Il Brigadiere ovviamente addolorato per quanto successo al povero Mohamed Amin Bessioud, è rimasto vittima di una singolare tempesta mediatica, aggressiva e spesso orientata in maniera ideologica. Tale campagna denigratoria è stata realizzata sia da alcune testate giornalistiche, sia per mezzo dei più noti social network.»

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I legali hanno sottolineato con preoccupazione come si sia giunti persino alla pubblicazione incontrollata delle fotografie del militare, ponendolo in uno stato di potenziale pericolo per la propria incolumità personale e familiare, in aperta violazione delle norme sulla privacy. «Il Brigadiere – evidenziano gli avvocati – è stato arbitrariamente additato come responsabile dell’accaduto e ricoperto di accuse ingiuriose prima ancora di qualsiasi riscontro giudiziario».

«Ci si è spinti perfino a pubblicare le fotografie del Brigadiere, non solo in spregio alle più elementari regole in materia di riservatezza personale, ma ponendolo anche in uno stato di potenziale pericolo personale e familiare. Il Brigadiere – non si comprende sulla base di quali ragioni – è stato espressamente ritenuto responsabile del decesso del Mohamed Amin Bessioud e in ragione di ciò, in molteplici articoli di stampa veniva accusato di ogni tipo di nefandezza e appellato nei modi più offensivi e ignominiosi».

Per contrastare quella che definiscono una narrazione distorta, i legali hanno ripercorso la carriera professionale del sottoufficiale, caratterizzata da oltre trent’anni di servizio ed eccellenti note di merito e di un una carriera lineare e specchiata. «Ci troviamo al cospetto di un Sottoufficiale con note caratteristiche sempre eccellent. Ha prestato servizio di tutela e scorta in favore di numerose autorità giudiziarie, militari e politiche, ha partecipato a complesse missioni internazionali di pace in Kosovo, Iraq, Ecuador e Kenya. ed ottenuto molteplici encomi e lodi formali da parte dei superiori gerarchici».

«I processi si fanno nelle aule di giustizia»

La nota degli avvocati Ingrosso e Gallo si sofferma anche sulla pubblica manifestazione di piazza tenutasi a Cosenza in concomitanza con lo svolgimento dell’esame autoptico, iniziativa che ha visto la partecipazione di esponenti politici e di settori dell’istituzione ecclesiastica. Secondo i difensori, tali prese di posizione rischiano di trasformarsi in sommari processi di piazza alimentati da chiacchiericci e non da dati oggettivi: «Considerato che ancora in Italia la sede naturale dei processi sono le aule di giustizia e non le piazze, riteniamo che tali prese di posizione siano imprudenti e inopportune. Tutto ciò non rappresenta una legittima manifestazione del pensiero, ma un J’accuse camuffato da una richiesta di verità e giustizia»

«Viviamo in un periodo storico in cui si è radicato, da parte dell’opinione pubblica, un pericoloso sentimento di sospetto per non dire avversità nei confronti delle Forze dell’Ordine, soprattutto nel caso in cui la presunta vittima del loro operato appartenga alle cosiddette “categorie deboli” , in questi casi vi è addirittura una presunzione di responsabilità da pare degli Operatori di Polizia, rei semplicemente di fare il loro dovere e servire lo Stato con spirito di sacrificio e abnegazione».

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«Pericoloso sentimento di avversità verso le Forze dell’Ordine»

Nella parte conclusiva del comunicato, i legali mettono in guardia l’opinione pubblica contro la deriva culturale del sospetto sistematico nei confronti delle Forze dell’Ordine, richiamando precedenti giudiziari (come il caso dei sanitari per la morte di Salvatore Iaccino o la vicenda del Carabiniere Placanica) finiti con proscioglimenti pieni ma con vite segnate dalla gogna mediatica. «Ci troviamo, inoltre, al cospetto di una distorsione dell’informazione (con particolare riferimento a quella “fai da te”), una vera e propria macchina del fango che sovverte in maniera evidente la realtà storica creando dei finti “mostri”, che magari saranno riabilitati dall’Autorità Giudiziaria, ma che avranno per sempre la vita rovinata a causa dello stigma instillato nei confronti della pubblica opinione».

Gli avvocati Ingrosso e Gallo concludono esprimendo piena fiducia nella Magistratura: «Ci auguriamo, ma ne siamo certi, che le indagini vengano svolte in maniera imparziale ed in tempi rapidi, in modo tale da fare emergere la verità dei fatti e non lasciare alcuna ombra sull’operato del Brigadiere, restituendogli la dignità e l’onore suo e della divisa che ha da sempre indossato con orgoglio».

 

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