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Due donne uccise in pochi giorni nel Cosentino: quanto di quella cultura tossica alimentiamo anche noi?

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la riflessione

Due donne uccise in pochi giorni nel Cosentino: quanto di quella cultura tossica alimentiamo anche noi?

Due femminicidi in pochi giorni nel Cosentino riportano al centro il tema della cultura del possesso, della gelosia e del controllo. Ma la battaglia contro la violenza non può fermarsi all’indignazione: cambiare significa mettere in discussione anche quei modelli e quei comportamenti che, spesso inconsapevolmente, anche le donne continuano a tramandare e legittimare

Sonia Miceli

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Ornella-Forastefano-Carmela-Bifano

COSENZA – Due donne, due vite spezzate, due femminicidi a pochi giorni di distanza nel Cosentino. Prima Ornella Forastefano, 46 anni, morta dopo una violenta aggressione e abbandonata agonizzante davanti all’ospedale di Trebisacce. L’autopsia ha confermato che a ucciderla sono stati i gravissimi traumi e le numerose lesioni riportate. Per il delitto è in carcere il compagno, Elvis Metvelaj.

Poi Carmela Bifano, 72 anni, trovata senza vita in un terreno agricolo a Corigliano-Rossano, con gravi ferite alla testa. Il marito, Pietro Scintu, 80 anni, è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto. La dinamica e le responsabilità sono ancora al vaglio della magistratura.

Due storie diverse, ma unite da una domanda che non possiamo più eludere: quanto è radicata, nella nostra società, l’idea che una donna possa essere considerata una proprietà, qualcosa da controllare, possedere, punire quando sceglie di sottrarsi alle aspettative di un uomo?

Non basta raccontare questi delitti quando ormai è troppo tardi. Non basta indignarsi davanti alla violenza finale. Il femminicidio è spesso l’ultimo anello di una catena fatta anche di controllo, gelosia, isolamento, svalutazione, ricatti e normalizzazione della prevaricazione. Nel caso di Ornella, la gip ha parlato di un’azione omicidiaria riconducibile a prevaricazione, controllo e possesso della persona offesa in quanto donna.

Donne uccise: una cultura tossica che alimentiamo anche noi

Ma c’è un altro tema, più scomodo, che riguarda direttamente noi donne.

La rivoluzione culturale non può essere delegata soltanto agli uomini, alle istituzioni, alla scuola o ai centri antiviolenza. Deve partire anche da noi.

Non perché le donne abbiano una responsabilità nella violenza che subiscono — quella responsabilità appartiene a chi agisce la violenza — ma perché anche noi, quotidianamente, possiamo scegliere se alimentare oppure spezzare gli schemi culturali che la rendono possibile.

Lo facciamo quando giudichiamo una donna perché “esagera”, quando definiamo normale la gelosia perché sarebbe una prova d’amore, quando chiediamo a una compagna di essere più paziente con un uomo aggressivo, quando insegniamo alle figlie a non provocare invece di insegnare ai figli a rispettare. Lo facciamo quando una donna viene messa sotto esame per il modo in cui veste, ama, lavora, cresce i figli o decide di vivere la propria libertà. Quando una donna sceglie di vivere a modo proprio, senza inseguire un’ideale che da secoli le è stato imposto.

E lo facciamo anche tra donne.

Ci sono ancora madri, sorelle, amiche e colleghe che, consapevolmente o meno, perpetuano la stessa grammatica del possesso: “Lascialo stare, è fatto così”; “Sarà geloso perché ti ama”; “Dagli un’altra possibilità”; “In una coppia bisogna sopportare”. Frasi apparentemente innocue che possono trasformarsi in una gabbia quando vengono ripetute per generazioni. Spezzare questa cultura significa smettere di proteggerla, anche quando ci è familiare.

Significa credere a una donna che racconta di avere paura. Significa non minimizzare un controllo ossessivo. Significa non romanticizzare la gelosia. Significa educare le nostre figlie all’autonomia e i nostri figli al rispetto. Significa soprattutto non mettere una donna contro un’altra donna per ottenere l’approvazione di un sistema che, alla fine, danneggia tutte.

Questo non assolve gli uomini e non sposta sulle donne il peso della responsabilità. Al contrario: significa riconoscere che il cambiamento culturale è una responsabilità collettiva e che nessuna società può dirsi davvero cambiata se continua a trasmettere, anche attraverso le donne, gli stessi modelli che vorrebbe combattere.

Nel Cosentino, in questi giorni, due famiglie piangono due donne. Prima di trasformare le loro storie nell’ennesima statistica, dovremmo chiederci che cosa possiamo cambiare nelle nostre parole, nelle nostre relazioni e nei nostri comportamenti. Perché la violenza non comincia con un colpo. Comincia molto prima, quando il possesso viene scambiato per amore e il controllo per normalità. E proprio lì dobbiamo imparare a interromperla.

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