Area Urbana
L'INTERVISTA
Spartaco Pupo (DrMn Calabria): “la Calabria deve riscoprire la propria identità culturale”
Patrimonio culturale, identità e restanza: il professor Spartaco Pupo spiega perché la Calabria deve riscoprire la propria storia per costruire un futuro più consapevole

COSENZA – Per il professore Spartaco Pupo, docente Unical e componente del Comitato scientifico della Direzione regionale Musei nazionali Calabria la valorizzazione del patrimonio culturale calabrese non può essere ridotta alla conservazione dei luoghi o alla loro capacità di attrarre visitatori: deve diventare uno strumento di costruzione della coscienza civile. Ma non solo, conoscere Telesio, gli illuministi, i riformatori, il Risorgimento e figure come Achille Fazzari non significa semplicemente recuperare nomi dal passato, ma restituire ai calabresi una genealogia culturale nella quale riconoscersi.
Di questo e di altro ne ha parlato in una intervista a Quicosenza, il professore Pupo, noto anche a livello internazionale per i suoi studi, è anche un intellettuale pubblico, firma de “Il Tempo” e collaboratore di altri quotidiani nazionali. Qualche mese fa è stato designato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli componente del Comitato scientifico della Direzione regionale Musei nazionali Calabria.
Professore, la sua designazione è venuta direttamente dal ministro Giuli. Quale idea di politica culturale porta in dote al Comitato?
Mi occupo da molti anni di storia della cultura e una parte significativa delle mie ricerche ha riguardato la Calabria, dai grandi protagonisti della sua tradizione filosofica agli illuministi e ai riformatori calabresi. Il mio primo libro fu dedicato a Telesio, il mio ultimo riscopre Achille Fazzari, grande garibaldino catanzarese finora dimenticato. Sono convinto che il patrimonio culturale non sia soltanto artistico o archeologico, ma anche memoria, tradizione intellettuale, eredità civile, capacità di una comunità di riconoscersi nella propria storia.

Credo che per troppo tempo si sia parlato di cultura quasi esclusivamente in termini di ricadute economiche, flussi turistici e grandi eventi. Sono aspetti importanti, ma vengono dopo. Il patrimonio culturale ha innanzitutto una funzione civile, perché custodisce l’identità di una terra e rende visibile la continuità della sua storia. I nostri giovani conoscono poco la storia della Calabria e capita persino che, quando vanno fuori, alcuni si vergognino di essere calabresi, anche perché ignorano le proprie radici.
La tanto celebrata “restanza”, se fa rima con “ignoranza”, può diventare persino controproducente, perché non costruisce un futuro consapevole. Per questo una politica culturale degna di questo nome non dovrebbe limitarsi a chiedersi quanti visitatori produce un museo, ma quale consapevolezza riesce a generare, specialmente tra i giovani. La Calabria deve urgentemente passare dalla semplice gestione dei siti alla costruzione di una geografia identitaria che metta in relazione luoghi, figure, opere e tradizioni, trasformandoli in un racconto nel quale i giovani possano riconoscersi e trovare ragioni per restare e contribuire consapevolmente al futuro di questa terra.
Nella prima riunione del Comitato scientifico quali sono state le sue proposte?
Ho insistito sul rapporto intimo tra patrimonio, identità e memoria civile, sulla centralità della comunicazione, sulla costruzione di reti tra musei nazionali, comunali e diocesani, questi ultimi spesso tagliati fuori dai grandi finanziamenti, nonché tra biblioteche e archivi, guardando anche all’accrescimento del patrimonio, non soltanto alla gestione di ciò che già esiste. Ho inoltre suggerito che la Direzione dialoghi con l’intero sistema universitario e culturale calabrese. Devo dire che le mie richieste sono state tutte recepite nel testo del nuovo Statuto della Direzione.
Ma basta il lavoro del Comitato?
Naturalmente no. Molto dipende dalle istituzioni locali, che dovrebbero fare quadrato intorno a questi problemi invece di considerarli di serie B o C rispetto a quelli più immediatamente spendibili sul piano politico.
Lei sostiene una tesi molto forte: la Calabria come una delle capitali culturali dell’Europa moderna.
Non credo sia un’esagerazione. Basterebbero Telesio e Campanella, due delle personalità intellettuali più straordinarie della prima modernità, per capire che il pensiero calabrese è stato un protagonista della cultura europea. Tra Cinque e Seicento, molto prima della piena affermazione della scienza moderna, qui si elaborarono idee nuove sulla natura e sulla conoscenza che contribuirono ad aprire la strada alla scienza moderna.
Intorno alle figure più rappresentative occorrerebbe costruire luoghi riconoscibili, percorsi e attività permanenti di studio e divulgazione. Lo sviluppo culturale deve passare attraverso quattro grandi direttrici: quella magnogreca, quella religiosa, quella del Rinascimento filosofico e quella della memoria civile e politica. Sibari, Crotone, Locri, Capo Colonna e gli altri grandi siti testimoniano una delle stagioni fondative della civiltà mediterranea. E la Magna Grecia non deve essere soltanto archeologia, ma coscienza diffusa del ruolo storico della Calabria nel Mediterraneo e della sua antica vocazione marittima.
Immensa è anche la tradizione religiosa, troppo spesso ridotta alla sola dimensione devozionale. Penso a Paola, Serra San Bruno, Rossano, Gerace, Santa Severina, Bisignano e ai tanti musei ecclesiastici sparsi sul territorio. Figure come san Francesco di Paola e san Bruno hanno una caratura internazionale e la loro eredità può alimentare un turismo culturale alto, capace di attrarre non soltanto pellegrini e visitatori, ma anche studiosi e ricercatori da tutto il mondo.
Lei parla anche di memoria civile e politica. Non teme che questo terreno possa diventare divisivo?
Diventa divisivo quando viene affrontato ideologicamente, come purtroppo accade quando la memoria viene piegata alla propaganda, magari perché più vantaggiosa sul piano della visibilità e delle carriere, e finisce per prendere il posto della storia, che dovrebbe invece essere patrimonio comune. Non si rimuovono i luoghi scomodi della propria storia: si contestualizzano per restituirli alla fruizione pubblica.
La memoria civile e politica della Calabria comprende personaggi di primo piano appartenenti a tradizioni molto diverse: da Fazzari a Grimaldi, da Gullo a Bianchi, da Mancini a Misasi e a Ciccio Franco, per ricordarne solo alcuni. Non bisogna celebrare acriticamente nessuno, ma nemmeno farne oggetto di “cancellazione”, come prescrive l’ideologia woke. Se non faremo prevalere una calabresità capace di unire anziché dividere e continueremo a guardare alla storia con censure ideologiche preventive, non potremo addebitare solo alla politica il ritardo della Calabria.

Spartaco Pupo: “Cosenza deve ritrovare la propria identità”
Lei è cosentino. Che giudizio dà oggi della vita culturale di Cosenza, una città che per secoli si è fregiata del titolo di “Atene delle Calabrie”?
Titolo alquanto sbadito. Purtroppo credo che Cosenza sia retrocessa parecchio sul piano culturale, anche per effetto di politiche miopi, favorite dalla mancanza di dibattito pubblico e da uno scadimento della qualità del ceto politico. Nel ’500 Cosenza fu sede di una delle più prestigiose istituzioni culturali del Regno di Napoli, l’Accademia Cosentina, fondata da Aulo Giano Parrasio e alla quale furono poi legati Telesio, Quattromani e numerosi altri intellettuali. A quell’ambiente appartenne anche Lucrezia della Valle, originale quanto dimenticata voce femminile della poesia rinascimentale. Oggi questi nomi sopravvivono soltanto attraverso vecchie intitolazioni, mentre la città dovrebbe tornare a raccontarne la storia.
Cosenza ha continuato a produrre cultura anche nei secoli successivi. Penso a Pasquale Rossi, antesignano della psicologia delle folle, protagonista di un dibattito di dimensione europea; o alle esperienze futuriste del territorio, da Giuseppe Carrieri a Michele Berardelli, Piero Bellanova e Giuseppe Sprovieri. È una storia intellettuale e artistica straordinaria che non è mai diventata memoria condivisa. E poi c’è il caso che considero più grave: la Biblioteca Civica. Un’istituzione depositaria di manoscritti, fondi antichi, edizioni rare e di una parte fondamentale della memoria cittadina è rimasta chiusa per anni, e lo è tuttora. È una vicenda culturalmente ignobile, sulla quale pesano responsabilità politiche sedimentate nel tempo.

Come potrebbe Cosenza recuperare la centralità culturale perduta?
Bisogna innanzitutto recuperare i luoghi simbolici della storia cosentina. Cosenza ha urgente bisogno di tornare a riconoscersi per raccontarsi. Anche il teatro è in forte crisi rispetto ad altre realtà regionali. Il Rendano ha perso da tempo la centralità che il suo prestigio di Teatro di Tradizione meriterebbe. Non si tratta di alimentare campanilismi, ma di capire che un patrimonio storico serve a poco se smette di generare cultura. E la cultura genera a sua volta ricchezza. Infine c’è il rapporto con l’Unical e, inevitabilmente, con Rende.
La presenza dell’università ha fatto di Rende uno dei principali poli formativi della Calabria e sarebbe miope continuare a pensare Cosenza e Rende come due realtà separate o, peggio, in concorrenza. La sinergia tra l’ateneo e Cosenza è rimasta finora al di sotto delle reali potenzialità offerte dalla “terza missione”, che chiama l’università a un rapporto diretto con il territorio. Il modello residenziale del campus e i vincoli connessi alla sua configurazione, insieme alle difficoltà logistiche e infrastrutturali, hanno reso difficile insediare stabilmente nel capoluogo parti consistenti delle attività dell’ateneo.
Qualcosa si è mosso e va riconosciuto, ma resta molto da fare. Occorre costruire una relazione istituzionalmente stabile sul terreno dell’alta formazione e della ricerca, mettendo in rete biblioteche, archivi, teatri e altri luoghi della cultura anche attraverso le possibilità offerte dall’Intelligenza Artificiale.
Insomma, professore: da dove dovrebbe ripartire Cosenza?
Dalla strategica riscoperta della propria identità. Cosenza ha una storia che molte città vorrebbero, ma quando i primati culturali si perdono, come nel nostro caso, e non si lavora per riconquistarli, si smette di attrarre intelligenze e quindi anche ricchezza. Il passato ci ha consegnato un capitale enorme: continuare a dissiparlo sarebbe imperdonabile, forse persino fatale.



















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