Area Urbana
Trasformare il fallimento in forza espressiva: all’Unical il workshop sulla poetica del clown con Merry Conway
Dal 12 al 18 ottobre il TAU ospita un laboratorio di alta formazione teatrale con la celebre docente statunitense. Previsto anche un talk pubblico al DAM con artisti da tutto il mondo

RENDE – I propri limiti possono trasformarsi in uno straordinario spazio di possibilità? La risposta passa attraverso la poetica del clown teatrale e il valore espressivo dell’errore. Dal 12 al 18 ottobre, il TAU – Teatro Auditorium Unical dell’Università della Calabria accoglierà “Il Clown”, un workshop di alta formazione teatrale firmato da Merry Conway, rinomata docente di teatro e movimento di livello internazionale con importanti esperienze formative tra Gran Bretagna e Stati Uniti.
L’iniziativa è promossa e organizzata dal collettivo ConimieiOcchi di Rende, realtà da sempre impegnata nel promuovere progetti artistici e sociali che valorizzano il territorio e l’arte come motore di crescita sociale, in collaborazione con Margarete Assmuth.

La poetica del clown all’Unical: workshop con artisti e docenti
Il workshop vedrà la partecipazione di 18 persone, tra artisti, artiste e docenti di arti performative, provenienti da varie parti del mondo, dal Giappone, agli Stati Uniti, a varie parti d’Europa. Gli appuntamenti si svolgeranno negli spazi universitari, dove Merry Conway condurrà il workshop, mirando al suo principio fondamentale, così come articolato con tanto amore dallo scrittore, pittore e saggista Henry Miller: «La gioia è come un fiume: scorre incessantemente. A me sembra che questo sia il messaggio che il clown ci vuole trasmettere. Che dovremmo partecipare attraverso un flusso di movimento incessante, che non ci dovremmo fermare per riflettere, confrontare, analizzare, elaborare ma che dovremmo fluire continuativamente, senza fine, come la musica. Questo è il regalo del concedersi e il clown lo fa simbolicamente. Sta a noi renderlo reale».

Merry Conway, insegnante di recitazione e movimento per Anna Deavere Smith e Los Angeles Women’s Shakespeare Company, ha lavorato sulla figura del clown dalla metà degli anni settanta, in diverse direzioni, sia come performer che come insegnante. E’ stata in Italia per sette volte con i suoi workshop, cinque dei quali ospitati e organizzati in Calabria da ConimieiOcchi, consecutivamente dal 2014 al 2018. Uno dei laboratori sul Clown e la poetica del fallimento ospitati dal Collettivo, è stato la base per la creazione dello spettacolo “La Donna che ride”, con Maria Grazia Bisurgi, direttrice artistica di ConimieiOcchi, e la performer Audrey Chesseboeuf.
Gli incontri realizzati nel corso degli anni, hanno contribuito a creare e consolidare una profonda connessione e un forte senso di ammirazione verso le persone che in Calabria praticano e sviluppano il linguaggio del clown, facendo emergere le sue potenzialità nel rapporto con la società. Mentre il workshop si concentrerà sulle basi del clown teatrale, il pensiero di come applicare le nozioni apprese, sarà sempre presente.

La poetica del clown: percorso formativo ed esperienza di ricerca condivisa
Ad arricchire i momenti del workshop, mercoledì 14 ottobre alle 17:30, nella sala DAM – Dipartimento Autogestito Multimediale, in collaborazione con Entropia, si svolgerà l’incontro “Clown, Semi di Gioia”, durante il quale Merry Conway incontrerà il pubblico con le allieve e gli allievi del corso. L’incontro sarà moderato da Carlo Fanelli, docente di discipline dello spettacolo, che si occupa di cultura teatrale italiana del Rinascimento, accostando a queste ricerche anche interessi sulla ridefinizione del teatro contemporaneo come “teatro vivente”.
Una tavola rotonda in cui gli artisti e le artiste incontreranno gli studenti e le studentesse del DAMS, un talk durante il quale verrà affrontata la tematica del clown e del potere e al quale prenderanno parte gli artisti, i docenti e gli studiosi provenienti da diverse parti del mondo, che parteciperanno al laboratorio dal 12 al 18 ottobre.
La poetica del clown si propone così non solo come un percorso di alta formazione teatrale, ma come un’esperienza di ricerca condivisa, capace di mettere in discussione il modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri.



















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