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La Difesa guarda alle università, Crosetto: «Usa e Cina cercano tecnologie italiane»
Il ministro Crosetto interviene al Defense Procurement Forum: «Ogni settimana scopriamo capacità e conoscenze uniche al mondo». L’obiettivo è rafforzare la collaborazione tra università, industria e apparato militare

ROMA – Le università italiane possono rappresentare una risorsa strategica per il futuro della Difesa, grazie a competenze scientifiche, conoscenze specialistiche e tecnologie innovative che non sempre riescono a trovare applicazione nel sistema produttivo nazionale. È il messaggio lanciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenuto al Defense Procurement Forum di Roma.
Il ministro ha annunciato di aver costituito un gruppo di persone incaricato di visitare gli atenei italiani per individuare nuove capacità tecnologiche e opportunità di ricerca da valorizzare in ambito difensivo. «Io ho fatto un gruppo di persone che girano nelle università italiane per cercare innovazione e ogni settimana scopriamo capacità, tecnologie, conoscenze uniche al mondo, da Trento a Pisa a Napoli», ha dichiarato Crosetto.
Un patrimonio di competenze che, secondo il ministro, rischia di rimanere sottoutilizzato in Italia, mentre suscita interesse all’estero. «Capacità che spesso non incontrano neanche l’industria ma che vengono cercate dagli Usa e dalla Cina», ha sottolineato, evidenziando la necessità di costruire un collegamento più efficace tra ricerca scientifica e applicazioni industriali.

Università e Difesa, una collaborazione da rafforzare
Il punto centrale dell’intervento riguarda la possibilità di rendere più stabile il dialogo tra il mondo accademico e le istituzioni della Difesa. L’obiettivo è individuare in anticipo le tecnologie emergenti e le competenze che potrebbero contribuire a rafforzare la sicurezza nazionale, evitando che risultati scientifici di alto livello restino confinati nei laboratori.
Crosetto ha però precisato che la cooperazione non deve trasformarsi in una subordinazione degli atenei alle esigenze militari. «Non perché l’università deve essere asservita alla Difesa», ha chiarito, spiegando che è piuttosto l’apparato militare a dover imparare dal mondo della ricerca per affrontare minacce sempre più complesse.
«La Difesa ha molto da imparare per contrastare i pericoli» provenienti da soggetti dotati di «una grande capacità tecnologica», ha affermato il ministro.
La distinzione è significativa: la collaborazione prospettata non viene presentata soltanto come uno strumento per trasferire innovazione alle Forze armate, ma anche come un’occasione per aggiornare competenze, metodi e capacità operative attraverso il confronto con chi sviluppa nuove soluzioni scientifiche.
La sfida del trasferimento tecnologico
Le dichiarazioni riportano al centro una questione che riguarda l’intero sistema italiano dell’innovazione: la difficoltà di trasformare i risultati della ricerca in applicazioni concrete. Il problema, nella prospettiva indicata da Crosetto, non sarebbe soltanto la disponibilità di risorse scientifiche, ma anche la capacità di metterle in relazione con le necessità industriali e strategiche del Paese.
Le competenze sviluppate negli atenei possono interessare diversi ambiti tecnologici rilevanti per la sicurezza, dalla digitalizzazione all’intelligenza artificiale, fino alle telecomunicazioni, alla sensoristica e alla protezione delle infrastrutture. Si tratta di settori esemplificativi, non di un elenco di progetti annunciati dal ministro durante l’intervento.
Perché la collaborazione produca risultati, sarà necessario individuare modalità operative che consentano di passare dalla conoscenza scientifica alla sperimentazione e, quando opportuno, alla realizzazione di sistemi utilizzabili. Un percorso che richiede risorse, competenze industriali, tempi adeguati e regole chiare sulla gestione dei risultati della ricerca.

Autonomia accademica e sicurezza nazionale
La prospettiva di una maggiore cooperazione tra università e Difesa pone anche interrogativi sul rapporto tra ricerca civile e applicazioni militari. La libertà accademica, la trasparenza degli accordi, la tutela della proprietà intellettuale e la valutazione delle possibili applicazioni delle tecnologie rappresentano aspetti centrali per costruire una collaborazione sostenibile.
La precisazione di Crosetto sull’autonomia delle università indica la consapevolezza di questo equilibrio: valorizzare le competenze scientifiche non significa necessariamente orientare tutta la ricerca verso obiettivi militari, ma creare occasioni di confronto tra istituzioni che perseguono finalità differenti e che possono condividere alcune esigenze tecnologiche.
Resta da capire come l’iniziativa annunciata si tradurrà in programmi concreti, quali atenei e settori di ricerca saranno coinvolti e quali strumenti verranno messi a disposizione per sostenere il trasferimento tecnologico.
Il messaggio politico del ministro è comunque chiaro: in uno scenario nel quale la capacità di sviluppare e utilizzare tecnologie avanzate incide sempre più sulla sicurezza, l’Italia deve riuscire a valorizzare meglio il patrimonio scientifico già presente sul proprio territorio. La sfida non consiste soltanto nel trovare nuove idee, ma nel creare le condizioni affinché le conoscenze maturate nelle università possano contribuire, nel rispetto della loro autonomia, alla capacità tecnologica e industriale del Paese.



















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