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Addio a Domenico Sidio Bruno, il professore del ‘Fermi’ di Cosenza che insegnava a cercare la verità
Domenico Sidio Bruno, professore di filosofia e storia, vicepreside e dirigente scolastico del Liceo scientifico “E. Fermi” di Cosenza, è stato un intellettuale, poeta e uomo di fede. Il suo ultimo saluto, affidato alla poesia “Io vado al Padre”, diventa un’eredità di pensiero, amore e umanità

COSENZA – Ci sono uomini che lasciano ricordi e uomini che lasciano un modo di guardare il mondo. Persone la cui presenza continua a vivere nelle parole che hanno pronunciato, negli insegnamenti trasmessi, nei gesti quotidiani e nei valori che hanno saputo incarnare.
Domenico Sidio Bruno apparteneva a questa seconda categoria. Filosofo per vocazione, educatore per professione, poeta per necessità interiore e uomo di fede, ha vissuto facendo della conoscenza una ricerca incessante e degli affetti il centro più autentico della propria esistenza.
La sua scomparsa lascia un vuoto profondo, ma anche una traccia destinata a durare: nella memoria dei suoi studenti, nelle riflessioni condivise con i familiari e nell’esempio di una vita vissuta con rigore, dedizione e attenzione agli altri.

Una vita dedicata alla scuola e alla ricerca della verità
Nato a Mottafollone, in provincia di Cosenza, il primo gennaio 1933, Domenico Sidio Bruno ha dedicato gran parte della propria vita alla scuola e alla formazione delle giovani generazioni.
Dal 1958 al 1962 è stato insegnante di scuola primaria; dal 1963 al 1967 docente di discipline letterarie; dal 1968 al 1980 professore di filosofia e storia. Dal 1981 al 1999 ha ricoperto il ruolo di dirigente scolastico nei licei, legando in particolare il proprio percorso professionale al Liceo scientifico “E. Fermi” di Cosenza.
Un’intera esistenza trascorsa nel mondo dell’istruzione, vissuto non soltanto come luogo di trasmissione del sapere, ma come spazio di crescita, formazione e responsabilità.
Per lui insegnare significava accompagnare i ragazzi nella costruzione del proprio pensiero, aiutarli a interrogarsi e offrire loro gli strumenti per affrontare la vita con consapevolezza.
La filosofia non era una disciplina confinata nelle aule scolastiche: permeava il suo modo di parlare, di ragionare e di confrontarsi con gli altri. Era parte della sua identità, una lente attraverso cui osservare il mondo e cercare un equilibrio tra ragione, spiritualità e vita concreta.
Accanto al professore e al preside c’era l’uomo degli affetti, profondamente legato alla sua terra d’origine, Mottafollone, mai dimenticata, e ai luoghi che custodivano la storia della sua famiglia. Tra questi, Campora San Giovanni, legata alle estati, ai momenti condivisi e ai ricordi che oggi acquistano un valore ancora più intenso.
Come ricorda Giovanni Trombino, amico dei figli, Bruno era un «professore e filosofo che metteva adagio anche noi più piccoli come solo i Grandi sanno fare».

«Io vado al Padre»: il congedo di un uomo che ha fatto della vita una ricerca
«Io vado al Padre». Una frase semplice, ma carica di significato, che accompagna l’ultimo saluto a Domenico Sidio Bruno.
Il suo congedo è affidato a una poesia composta il 20 agosto 2026, nella quale ha raccolto una sintesi del proprio pensiero e del proprio percorso spirituale. Un testo denso, fedele al suo stile, nel quale il cammino individuale si intreccia con quello collettivo, la ricerca della luce con le difficoltà dell’esistenza, il mondo terreno con la tensione verso il Sacro.
Io vado al Padre
Così l’Essere
Principio di Luce per aperto Cammino
Randagio di Campo per Raccolto D’Insieme;
Ciascuno di proprio
e in Massa Viaggiante di Faro la Guida
per Mare cui Scogli sono Venti
a Voce di cuore
che ravvisa incertezze e tutte le sfida.
Dramma di Eterno
“Uno” che Acqua prepara di Padre
Pensiero in sorte di Spirito Ardire.
Ardire di Mondo
per farne Presepe
Pazza Idea che si Abiti Regno
separato di Vero.
Domenico Sidio Bruno
Versi che non cercano una comprensione immediata, ma invitano a fermarsi, a tornare sulle parole e a cercare significati che si rivelano lentamente. È il tratto distintivo della sua scrittura, ma anche del suo modo di essere: non consegnare risposte già confezionate, bensì aprire domande, suggerire direzioni e stimolare la ricerca.
Il nipote Antonio ha letto l’epitaffio lasciato dal nonno al mondo terreno. In quel momento, la poesia è diventata qualcosa di più di un testo: la voce di un uomo che, attraverso le parole, ha scelto di consegnare agli altri una parte essenziale di sé.
Antonio: «Sarai per sempre il nostro Faro nel Mare»
Il ricordo del nipote Antonio restituisce con delicatezza il rapporto tra un nonno e un nipote, ma anche il legame tra due persone che si incontravano attraverso il linguaggio, le domande e il desiderio di comprendere.
«Caro nonno,
le tue poesie non erano mai di immediata comprensione. Dietro ogni verso si nascondeva un significato profondo, che quasi sempre richiedeva una tua spiegazione per essere colto fino in fondo.
Più di una volta ti suggerivo di togliere qualche parola, di renderle un po’ più semplici e comprensibili a noi “comuni mortali”. Ma accadeva l’esatto contrario: più provavamo a semplificarle, più diventavano misteriose ed enigmatiche.
A quel punto ti innervosivi e mi dicevi:
“Antò, più semplice di così è impossibile!”
E avevi ragione. Perché ogni parola era lì per un motivo, scelta con cura per raccontare ciò che avevi nel cuore e nella mente.
Tu hai scritto per tutti noi. Oggi, allora, provo io a scrivere qualche riga per te. Non con la tua profondità e la tua maestria, ma con tutto l’affetto, la gratitudine e l’amore che porto nel cuore.
“Caro nonno,
siamo onorati di Essere la ‘tela di ragno’, che hai reso infinita.
Sarai per sempre il nostro Faro nel Mare”».
Nell’apparente difficoltà dei versi di Bruno si nascondeva una cura assoluta per la parola, scelta e custodita come espressione fedele del proprio pensiero.
E proprio il faro, immagine che attraversa le testimonianze familiari, diventa la metafora di una presenza capace di orientare anche quando il mare si fa difficile: una guida che non impone la rotta, ma aiuta a trovare la propria.
Bianca Hena: «Sei stato il Padre, colui che indica la strada»
Anche le parole della nipote Bianca Hena raccontano il legame profondo con un uomo che ha saputo essere molto più di un nonno: una guida per la famiglia e un punto di riferimento per le generazioni future.
«Caro Nonno,
in un’istante ci hai lasciato.
So per certo che non ho ereditato il singolare modo Tuo di esprimerti, ma cercherò di fare del mio meglio nel raccontare cosa tu ci hai lasciato.
Hai lasciato un segno come quello che lasciano i Grandi.
Per la professione che hai svolto, in molti potrebbero definirti Maestro, ma credo sia più corretto definirti Padre.
Nel significato biologico sei padre di quattro meravigliosi figli, di cui una è la mia mamma e quindi sai bene che non potrei definirli diversamente.
Ma nel senso che gli attribuisco io, tu sei stato il Padre: colui che indica la strada e fa da guida a tutte le generazioni a venire (tu la strada non la tracci, la indichi perché ognuno si fa da sé).
Hai scritto tanto, ma a parlare sono state le tue azioni:
un Uomo che fino all’ultimo battito è stato la colonna portante, assistendo la moglie, adorando i nipoti e rimproverando i figli… d’altronde resti sempre un papà.
Ci hai insegnato a prenderci cura della vita, e, conseguentemente, di noi stessi, cucinando le migliori pietanze: anche la cosa più semplice, fatta da te è irreplicabile.
Ecco, finalmente ho trovato le parole giuste per descriverti, Unico e Irreplicabile.
Scordati l’idea che qualcuno sarà in grado di fare o essere anche in piccola parte ciò che sei stato tu.
Le tue piante sono state le più alte e vegete mai viste, questo è il simbolo della costanza, dedizione e passione che tu dedicavi alle cose di cui ti prendevi cura, ciò che amavi, ciò che hai costruito con tanto sacrificio: la tua famiglia, la tua casa, le tue poesie.
Nessuno sarà mai come te, ma sei l’esempio da seguire per crescere e crearsi seguendo il proprio Io, coltivando e scovando le nostre passioni fino alla fine come hai fatto tu.
È giusto piangerti, e rimpiangere la mancanza di una persona come te nell’Universo.
Ma è ancora più giusto sentirsi leggeri nel pensare che finalmente la tua anima e la tua essenza, adesso, occupano lo spazio che a loro appartiene: l’immenso.
E allora quando avremo bisogno di te, ti ricorderemo nei peperoncini piccanti, quasi velenosi, nelle poesie incomprensibili se non da un’intelligenza superiore come la tua, nelle piante alte alte di basilico, nelle parole sempre precise mai fuori contesto.
Nelle partite del Napoli che sappiamo continuerai a guardare da lassù, magari ora con la tua supervisione avranno più possibilità di vincita. (Perdinci! se perde)
Ma soprattutto, quando avremo bisogno di una guida, sapremo dove trovarti: dentro il nostro cuore, e tu sarai il nostro Faro.
Non hai voluto ti lasciassimo fino alla fine, e noi così abbiamo fatto, ora sono certa (sta nel vero) che sarai tu a non lasciarci mai.
L’ultimo messaggio che mi hai scritto è stato: “Buonanotte. Io ti Penso”, e allora anche io oggi Nonno ti saluto così.
Buona notte, anche io ti Penso
Oggi, domani, e nei secoli dei secoli,
Amen».
Nelle parole di Bianca convivono il dolore della perdita e la gratitudine per una presenza che ha saputo essere guida senza togliere agli altri la libertà di diventare sé stessi.
Il ritratto del nonno prende forma attraverso le grandi idee e i piccoli gesti, la profondità intellettuale e le abitudini familiari, la severità e l’ironia. La cura delle piante, la passione per la cucina, i peperoncini, il basilico, il Napoli e i messaggi della buonanotte diventano frammenti di una memoria viva.
Sono i dettagli che fanno sì che una persona amata continui a essere presente, non come un ricordo distante, ma come parte integrante della quotidianità di chi resta.
Federico Sirimarco: la fede, la filosofia e la ricerca del bene
La testimonianza di Federico Sirimarco racchiude il nucleo della vita intellettuale e spirituale dello zio: la ricerca della verità come esercizio continuo, l’amore per la filosofia come strumento di comprensione e la fede come orizzonte di senso.
«Salutiamo oggi un uomo straordinario, che ha attraversato 93 anni di vita con la dignità del filosofo e la devozione del credente.
Lo zio Sidio è stato il faro morale di tutti noi nipoti. La sua fede incrollabile in Dio e il suo amore per i grandi pensatori ci hanno insegnato che vivere significa cercare sempre la Verità e il bene.
La terra ti sia lieve, zio. La tua guida non ci lascerà mai, perché vive in tutto ciò che ci hai insegnato: la ricerca della verità è molto più difficile e preziosa del suo possederla: usque ad finem et ultra.»
Non la certezza di possedere ogni risposta, dunque, ma la volontà di continuare a cercare, fino alla fine e oltre.
Leopoldo Brindisi: «La perdita delle persone sagge è come una biblioteca che va a fuoco»
Tra le testimonianze più intense c’è quella di Leopoldo Brindisi, che ricorda Bruno come un uomo dalla forte disciplina interiore, capace di affrontare la fatica senza sottrarsi alle proprie responsabilità e di interrogarsi continuamente sulla coerenza delle proprie azioni.
«Ed il suo era un silenzio che conoscevo bene.
Che ci accomunava.
Quello dello stoico. Capace di sopportare il dolore, la fatica ed ogni forma di disagio. Fisico e spirituale.
Capace di aiutare sé stesso ed il prossimo impegnandosi al massimo.
Sempre intento a scrutarsi nello specchio interiore e ad interrogarsi sul suo operato se fosse stato congruo o meno.
Sempre insoddisfatto perché forse avrebbe potuto dare di più, pur sacrificandosi fino allo sfinimento.
Il messaggio che ci lascia, con il suo stile di vita e le sue riflessioni dovrebbe essere assunto come modello per noi tutti con l’obbligo di trasmetterlo alle generazioni future.
Credo che questo forse sia il più alto lascito del suo mandato esistenziale.
La notizia della sua dipartita ha per me il sapore amaro del danno.
Lo stesso che considerano i popoli dell’Africa equatoriale quando sostengono che la perdita delle persone sagge del proprio villaggio equivale ad una biblioteca che va a fuoco.
Zio Sidio è stato, è, e resterà un modello di vita.
Un invito alla riflessione, alla ricerca nelle sue meditazioni di quei valori ancestrali che hanno sempre garantito la prosecuzione della nostra esistenza nei momenti di criticità, al pari di quello attuale.
Un inno alla vita, alla luce, a non arrendersi ed a credere in un domani migliore.
Lascia un grande vuoto affettivo tra noi.
La sua lezione esemplare però non renderà vana la sua dipartita.
Caro zio, modello esistenziale, che Dio possa condurti nei Campi Elisi con i tuoi grandi maestri a fianco: Lucio Anneo Seneca e Marco Aurelio Antonino.
Onorato della tua conoscenza.
Ps Michele, queste poche parole vorrei che tu le custodissi come monito.
Da parte mia le ripercorrerò ogni volta che mi sentirò solo.
Mi serviranno e mi aiuteranno a credere, in questo mondo sempre più ateo».
L’immagine della biblioteca che va a fuoco esprime con particolare efficacia ciò che la scomparsa di Bruno rappresenta per chi gli è stato vicino: la perdita di una memoria vivente, di un patrimonio di conoscenze e di esperienze, ma anche di una persona alla quale tornare nei momenti di solitudine per ritrovare una direzione.
Le parole di chi gli è stato accanto
Se i familiari ne ricordano la dimensione più intima, anche chi lo ha conosciuto attraverso altre relazioni restituisce l’immagine di un uomo capace di lasciare un segno profondo.
Il suo cardiologo, il professor Luigi Pastormerlo, lo ricorda con poche parole, essenziali e cariche di affetto:
«Sei stato grande luce per me.
Mancherai profondamente.
Ricorderemo sempre il tanto tuo vissuto».
La testimonianza di Maria Felicita Mazzuca racconta invece l’intreccio indissolubile tra l’uomo e il professore, la filosofia vissuta come parte naturale dell’esistenza, la ricerca di un equilibrio interiore e la capacità di trasmettere serenità anche attraverso il confronto.
«Ricordare zio Sidio non è facile. Particolarmente arduo è scindere, intanto, la persona dal ruolo che rivestiva: iniziava a raccontare un fatto che era “Sidio” e lo terminava come il professore Bruno, appassionato di filosofia, disciplina che permeava il suo intimo a tal punto che le immagini e il lessico specifici entravano naturalmente nell’eloquio ordinario.
Credo che la serenità dell’animo fosse il fulcro del suo speculare e del suo agire: era un “portatore di pace”, che cercava la “quadra” dell’equilibrio; e anche se sapeva bene che era quasi impossibile trovarla, perché le contingenze frappongono mille ostacoli, tuttavia si convinceva, e convinceva l’interlocutore, che un’esistenza pacata può dipanarsi, a patto che la governi la ragione.
E noi, prima bambini, poi ragazzi, poi giovani e infine adulti, lo abbiamo ascoltato quasi avessimo davanti un oracolo, fissando ogni parola nelle nostre menti, consapevoli di avere un privilegio.
Zio Sidio non era una persona comune, anzi era un eccentrico, al passo coi tempi universali, quelli degli uomini di ieri, di oggi e di domani.
Zio Sidio è stato un pilastro delle sue famiglie e delle nostre famiglie, un albero maestro che nessuna tempesta ha piegato, al quale chi gli voleva bene ha potuto aggrapparsi sempre.
Ora lo immagino che passeggia, chiacchierando con i suoi amici storici, intellettuali come lui, con i quali, nei tempi belli, aveva costituito una sorta di cenacolo: Luigi De Franco, Armando Manna, Franco e Gerardo Mazzuca. Mentre noi siamo qui, loro lo hanno già accolto in Paradiso.
Ciao, zio Sidio!»
In queste parole si ritrovano la figura del pensatore e quella dell’uomo capace di offrire ascolto e stabilità. La filosofia, per Bruno, non era mai stata soltanto teoria: era un modo di abitare il mondo, di affrontare le difficoltà, di ricercare la misura e di riconoscere nell’altro una persona con cui condividere il cammino.
Il ricordo dei suoi alunni: «Ci ha trattati con rispetto e amore»
C’è un’eredità che appartiene in modo particolare alla scuola: quella che un insegnante lascia nelle coscienze dei suoi studenti.
A distanza di decenni, gli alunni della quinta B del 1976 del Liceo scientifico “E. Fermi” di Cosenza conservano il ricordo di un professore che seppe coniugare autorevolezza, rispetto e umanità.
Il loro messaggio è breve, ma racconta con immediatezza la forza di un legame che il tempo non ha cancellato:
«Uomini come tuo padre, non dovrebbero morire mai.
A lui sono legati tanti bei momenti dei miei anni scolastici.
Nessuno più di lui, ci ha trattati con rispetto e amore prova ne è il dispiacere, da tutti esternato, nel nostro gruppo della mitica sezione B».
Il rispetto e l’amore ricordati dagli ex studenti sono forse il riconoscimento più significativo per chi ha trascorso la vita nella scuola. Perché insegnare non significa soltanto trasmettere nozioni, ma riconoscere la dignità degli studenti, accompagnarli nella crescita e contribuire a formare persone capaci di pensare, scegliere e assumersi responsabilità.
Che quel ricordo sia rimasto vivo dopo tanti anni testimonia quanto il professor Bruno abbia saputo andare oltre la lezione in aula, trasformando il rapporto educativo in un legame umano duraturo.
Il faro che resta
Oggi Domenico Sidio Bruno ritorna idealmente alla sua Mottafollone, la terra delle origini che ha sempre portato con sé. Intorno alla sua memoria si stringono la famiglia, gli amici, gli ex alunni e quanti hanno avuto il privilegio di incontrarlo lungo il cammino.
Ognuno conserva un frammento della sua personalità: il rigore del filosofo, la sensibilità del poeta, la fede dell’uomo credente, la disciplina dello stoico, la tenerezza del nonno, l’autorevolezza del preside. Frammenti diversi che compongono il ritratto di una persona complessa, originale e profondamente umana.
La sua poesia, i suoi insegnamenti e i gesti della vita quotidiana continueranno a parlare attraverso chi gli ha voluto bene e chi ha imparato da lui. Nella famiglia che ha costruito, negli studenti che ha formato, nelle conversazioni che ha lasciato in sospeso e nelle parole che ha affidato alla carta, la sua voce continuerà a interrogare il presente.
Forse è proprio questo il significato più profondo del suo «Io vado al Padre»: il congedo di un uomo che ha cercato di dare alla propria vita un senso, affidandolo a chi sarebbe venuto dopo di lui.
Perché alcune persone non se ne vanno davvero. Continuano a vivere nei valori che hanno trasmesso, nei gesti che gli altri ripetono senza accorgersene, nelle parole che ritornano nei momenti difficili, nella luce che aiuta a ritrovare la strada quando tutto sembra incerto.
Domenico Sidio Bruno ha insegnato a cercare la verità, a coltivare il pensiero, a prendersi cura degli affetti e a non rinunciare alla propria strada.
Ora quella strada prosegue nella memoria e nelle scelte di chi lo ha amato.
E il suo faro, come scrive il nipote Antonio, continuerà a brillare nel mare della vita.



















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