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Blitz Ginestra: manipolati i click day. Business milionario sui migranti, 2.500 euro per ogni nulla osta

Ionio

LE INDAGINI

Blitz Ginestra: manipolati i click day. Business milionario sui migranti, 2.500 euro per ogni nulla osta

Secondo gli investigatori, una rete di aziende agricole e cooperative avrebbe manipolato i click day del Decreto flussi, presentando 1.254 domande senza reali assunzioni. Le intercettazioni ricostruirebbero i guadagni e le intimidazioni per riscuotere il denaro. La ’ndrangheta temeva le indagini di Gratteri e i sequestri dei patrimoni

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Blitz Ginestra Corigliano Rossano (2

CATANZARO – Il sistema dei click day trasformato in un’opportunità di guadagno illecito. Un presunto giro d’affari costruito sulle procedure per l’ingresso dei lavoratori stranieri in Italia, con richieste presentate attraverso il Decreto flussi e nulla osta venduti in nero. È lo scenario delineato dall’inchiesta “Ginestra” della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che ha portato ieri all’esecuzione di 41 misure cautelari.

Secondo l’ipotesi investigativa, il sistema avrebbe fatto capo alla cosca della Sibaritide riconducibile a Damiano Pepe. Il meccanismo contestato prevedeva il pagamento di 2.500 euro in nero per ogni lavoratore straniero, in cambio del nulla osta all’ingresso nel Paese, senza una reale prospettiva di impiego.

Attraverso una rete di aziende agricole e cooperative ritenute compiacenti sarebbero state inoltrate complessivamente 1.254 domande, senza che alle pratiche seguissero effettivi contratti di lavoro o prestazioni occupazionali. Un sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe sfruttato le procedure amministrative per alimentare un’attività illecita dai consistenti ritorni economici.

lavoratori migranti click day ginestra

Blitz Ginestra: il sistema del Click Day, i ruoli nell’organizzazione e le intercettazioni

Al vertice del presunto sodalizio, secondo la ricostruzione investigativa, ci sarebbe stato Damiano Pepe, affiancato dal fratello Marcello, da Vincenzo Sibarella, detto Mario, da Rocco Azzaro e dal figlio Antonio. Un compito operativo sarebbe stato affidato ad Antonio Angiò, conosciuto come «il professore», che avrebbe raccolto i documenti necessari e inserito le istanze nella piattaforma ministeriale.

Tra gli imprenditori indagati per un presunto coinvolgimento nel sistema figurano Domenico Arcidiacono, Luigi Benincasa, Walter Giovanni La Fauci, Giovanni Maulicino, Sandro Sibarelli e Santo Straface. A delineare le aspettative economiche del gruppo contribuirebbero anche alcune conversazioni intercettate dagli investigatori.

«Mangiamo e mangiamo un po’ per ciascuno», avrebbe detto Azzaro in una conversazione, mentre Marcello Pepe, facendo riferimento ai conteggi delle somme incassate, avrebbe parlato di «duemila e cinquecento euro che ci entrano a noi». Le frasi, secondo l’accusa, rappresenterebbero elementi utili a ricostruire la distribuzione dei guadagni e il funzionamento del presunto meccanismo.

Le intimidazioni per riscuotere il denaro

L’inchiesta non si concentrerebbe soltanto sulle presunte irregolarità nelle procedure amministrative, ma anche sulle modalità con cui sarebbero state recuperate le somme dovute. Tra gli episodi ricostruiti nelle carte figura quello del 16 gennaio 2024, a Marina di Sibari. In quell’occasione Damiano Pepe, insieme al fratello Marcello e a Sibarella, avrebbe affrontato e picchiato Antonio Angiò, accusato di non aver consegnato tempestivamente il denaro raccolto.

Durante l’aggressione, secondo quanto sarebbe stato registrato dalle microspie, sarebbe stata pronunciata la minaccia: «Ti ammazzo io». L’episodio, nella prospettiva degli inquirenti, evidenzierebbe il ricorso all’intimidazione per garantire il rispetto degli accordi economici interni al presunto sistema. Le accuse dovranno essere valutate nelle sedi giudiziarie competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza degli indagati fino a un’eventuale condanna definitiva.

La ’ndrangheta temeva le indagini di Gratteri e i sequestri dei patrimoni

Nelle intercettazioni dell’inchiesta Ginestra, la preoccupazione dei presunti affiliati della Sibaritide per le possibili conseguenze delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nicola Acri. Nell’ordinanza che ha portato a 41 misure cautelari emergono anche i timori per le telecamere installate nei pressi di un bar a Rossano.

Gratteri Click Day Ginestra

Il timore delle indagini e del pentimento di Acri

«Hai capito che va trovando Gratteri? I soldi dove sono!». È una delle frasi che, secondo le intercettazioni riportate negli atti dell’inchiesta Ginestra, restituisce il clima di preoccupazione tra presunti esponenti della ’ndrangheta nella Sibaritide e nell’area di Corigliano-Rossano. Al centro delle conversazioni, le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e il timore che potessero tradursi in nuovi arresti e provvedimenti sui patrimoni illeciti.

In diversi passaggi delle conversazioni intercettate ricorre il nome di Nicola Gratteri, all’epoca procuratore della Dda di Catanzaro, associato alla possibilità di nuove iniziative investigative. A destare particolare apprensione sarebbe stato il pentimento di Nicola Acri, storico esponente della cosca di Rossano e collaboratore di giustizia. I presunti sodali temevano che le sue dichiarazioni potessero fornire agli investigatori nuovi elementi per ricostruire le attività criminali e individuare responsabilità.

«Ora è un anno che si è pentito Nicola… dopo sei mesi partono le indagini e da giugno ci si aspetta qualche provvedimento cautelare», si sente in una delle conversazioni, nella quale vengono ipotizzati i tempi per l’avvio di ulteriori iniziative giudiziarie.

La paura dei sequestri: il precedente dell’operazione Stige

A preoccupare i presunti affiliati non sarebbe stata soltanto la prospettiva di finire in carcere, ma anche quella di perdere i beni accumulati attraverso attività illecite. Nelle conversazioni, infatti, emerge il timore che le indagini potessero concentrarsi sulla ricostruzione delle disponibilità economiche e sull’individuazione dei patrimoni da sottoporre a sequestro. «Va a cercare i soldi dove sono, come fatto a Cirò con l’operazione Stige», avrebbero osservato alcuni interlocutori, richiamando la maxi-inchiesta che aveva colpito la ’ndrangheta nel Crotonese.

Il riferimento, secondo la ricostruzione investigativa, mostra quanto il contrasto alle ricchezze di presunta provenienza illecita fosse percepito come una minaccia concreta. L’attenzione degli investigatori, dunque, non sarebbe stata considerata un rischio limitato alle persone coinvolte, ma anche alla possibilità di conservare il controllo delle risorse economiche. Le intercettazioni delineano così la preoccupazione per un’azione giudiziaria capace di incidere sia sugli assetti criminali sia sulle disponibilità patrimoniali riconducibili ai presunti affiliati.

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Le telecamere a Rossano e i tentativi di neutralizzarle

Un altro elemento emerso dagli atti dell’indagine Ginestra riguarda i sistemi di videosorveglianza installati nei pressi di un bar di Rossano, dove i presunti sodali si sarebbero incontrati. La presenza di una telecamera, che ritenevano destinata a monitorare i loro movimenti, avrebbe generato ulteriore inquietudine e spinto alcuni interlocutori a discutere possibili soluzioni per impedirne il funzionamento. Tra le ipotesi considerate sarebbe comparsa quella di coprire l’obiettivo con vernice o nastro adesivo. Altri avrebbero invece suggerito di coinvolgere i residenti dello stabile, invitandoli a chiedere direttamente alla Procura la rimozione del dispositivo.

«Perché non la cacciano quelli del palazzo… dicono: caccia questa telecamera da là… a Gratteri», si ascolterebbe in una delle conversazioni riportate negli atti. Il passaggio si inserisce nel quadro investigativo relativo ai tentativi di evitare controlli e osservazioni indesiderate. Le conversazioni costituiscono elementi raccolti nell’ambito dell’inchiesta e dovranno essere valutate nel procedimento giudiziario, nel rispetto della presunzione di innocenza delle persone coinvolte.

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