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Omicidio Roberta Lanzino, dopo ventisette anni il Ris scopre il DNA dello stupratore

COSENZA – Dal liquido seminale ritrovato sul luogo del delitto la scientifica di Messina ha isolato il DNA dell’uomo che avrebbe stuprato la giovane studentessa.
Gli esiti della perizia effettuata su una zolla di terreno, prelevata dal luogo del delitto, al momento del ritrovamento del cadavere, sono stati depositati alla Corte d’Assise di Cosenza. Il prossimo 21 Gennaio i carabinieri del Ris di Messina compariranno in aula dove, nel corso dell’udienza, renderanno noti i particolari emersi dalle analisi disposte sul braccialetto che la 19enne Roberta Lanzino indossava al momento della morte, conservato per anni dai genitori, del motorino sul quale viaggiava, prelevato dai magazzini dell’Arma, nonchè del profilo genetico estrapolato dal terriccio. Quest’ultimo potrebbe finalmente rivelare il nome della persona che abusò della giovane rendese prima di abbandonarla, cadavere, tra le sterpaglie sulla strada di Falconara Albanese.
All’epoca la responsabilità dell’atroce delitto fu attribuita ai cugini Frangella, ritenuti poi estranei ai fatti ed assolti. Anche se, dagli ultimi racconti resi in aula dall’agente Condò che nel 1988 era in servizio nel paolano, pare che il coltello con la quale Roberta Lanzino fu trucidata venne acquistato in un negozio di una frazione di Pavia, Stradella, dove vive il fratello dei Frangella. Una località in cui nè Franco Sansone nè Luigi Carbone (vittima di lupara bianca), a cui è stata attribuita la paternità del delitto, pare abbiano mai messo piede. Ora i nuovi elementi dovranno essere confrontati con il profilo genetico di Sansone il quale ha già provveduto a nominare un consulente di fiducia che dovrà confrontarsi con il criminalista noto per aver relazionato nel caso di Elisa Claps e la genesta chiamati a deporre dalla famiglia Lanzino.
Su Sansone pendono inoltre le accuse per la scomparsa di Carbone che sarebbe avvenuta con la collaborazione del fratello 46enne Remo e del padre 75enne Alfredo. I tre pastori, infatti, secondo ciò che rivelò il collaboratore di giustizia, Franco Pino, si sarebbero sbarazzati di Carbone perchè ‘sapeva troppo’. Secondo l’ex boss cosentino, la ragazza si fermò per chiedere un’informazione e i due la seguirono con una Fiat 131 per stuprarla nei cespugli e poi ucciderla. Le 63 pagine della perizia del Ris di Messina e le testimonianze dei due esperti che vi hanno lavorato, il maggiore Carlo Romano e il Maresciallo Giovanni Marcì, potrebbero confermare o smentire tale ipotesi.



















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