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‘Ndrangheta, i vescovi calabresi con il procuratore nazionale antimafia Roberti

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‘Ndrangheta, i vescovi calabresi con il procuratore nazionale antimafia Roberti

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CATANZARO – Il procuratore ha puntato il dito contro i silenzi della Chiesa, la curia si difende.

“Abbiamo appreso con stupore e amarezza, dai mezzi di informazione, le parole del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Citando nobili esempi quali quelli di don Peppino Diana e del beato Pino Puglisi, Roberti ha denunciato il silenzio seguito alla morte dei due parroci per sostenere, ha dichiarato testualmente, che ‘la Chiesa potrebbe moltissimo contro le mafie e che grande responsabilità per i silenzi sia della Chiesa”. È quanto si afferma in un comunicato diffuso dalla Conferenza episcopale calabra (Cec) a conclusione della riunione svoltasi ieri a Catanzaro.

 

“Queste parole – aggiunge la Conferenza – fanno male perché denotano una lettura superficiale e una conoscenza approssimativa del pur faticoso, forse a tratti lento ma in ogni caso ininterrotto cammino che proprio la Chiesa ha compiuto dal secondo dopoguerra a oggi per la comprensione e la trattazione del fenomeno mafioso e di cui proprio don Puglisi e, con lui tante altre figure di sacerdoti, sono testimonianza viva. Un conto è parlare di ritardi, che pure ci sono stati, un altro è farli passare per immobilismo, silenzi, omissioni e talvolta larvata connivenza. Evidentemente il dottor Roberti non sa della Lettera pastorale del 1948 dei vescovi meridionali, cui seguì il 30 novembre 1975 una lettera dei Vescovi calabresi dal titolo ‘L’episcopato Calabro contro la mafia, disonorante piaga della società‘”.

 

“Noi crediamo – affermano i vescovi nel comunicato – che per sconfiggere il male ciascuno deve fare il proprio dovere, fino in fondo. Siamo convinti che alla Chiesa si debba chiedere di essere Chiesa, nello spirito e nell’insegnamento del Vangelo, e non altro. Ce lo insegna il Beato Puglisi, figura straordinariamente semplice che combatteva le cosche da prete: innanzitutto con la coerenza della vita e poi amministrando i sacramenti, strappando i giovani alla strada, spingendo e stimolando le istituzioni ad essere presenti, sempre e comunque. Cosa che fanno silenziosamente, ogni giorno, tanti sacerdoti e laici nelle parrocchie che in alcuni casi sono l’unico presidio sociale nel territorio”. “Per questo siamo altrettanto certi – affermano ancora i vescovi calabresi nel comunicato – che lo Stato e le sue articolazioni debbano fare quello che il martire chiedeva.

 

E siamo anche convinti che si possa riuscire, ciascuno nel proprio ambito, ma in unità di intenti, a debellare la piaga mafiosa senza più incertezze né tentennamenti: su questo aspetto papa Francesco, sulla scia sia di Giovanni Paolo II nella Valle Templi ad Agrigento (1993) sia di papa Benedetto a Lamezia (2011), il 21 giugno 2014 a Sibari e il 21 febbraio scorso a Roma è stato chiaro, fermo, forte”. “È sulla strada indicata dal Santo Padre – aggiungono i vescovi – che camminano le Chiese del Sud sia pure con i loro guai terreni, forse non sempre con la speditezza necessaria, magari in qualche caso zoppicando, ma convinte, senza riserve né sconti per nessuno. Certo, molto resta da fare.Anche sul piano pratico con le azioni per liberare la religiosità popolare dalle mire e dalle infiltrazioni delle mafie e con la costituzione di un corso di formazione per i seminaristi, preti del domani”. “Non aver considerato tutto ciò e tanto altro – conclude il comunicato – lascia l’amaro nei cuori e non fa di certo progredire l’unità di intenti tra tutte le istituzioni e la Chiesa”.

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