Calabria
“Le Iene” a Rosarno tra caporalato, sfruttamento e l’alibi degli imprenditori. Coldiretti: “non c’è alcuna giustificazione”

Un servizio andato in onda ieri sera, nel corso della trasmissione ‘Le Iene’ su Italia1 ha colpito la nostra attenzione e non solo per le condizioni shock in cui vivono le centinaia di immigrati ma anche sull’alibi di imprenditori che sfruttano la manodopera e danno la colpa al mercato.
ROSARNO (RC) – Giulio Golia, l’intraprendente giornalista del programma televisivo d’inchiesta ‘Le Iene’ ha compiuto un viaggio tra Rosarno e San Ferdinando per raccontare, rispetto a sei anni fa, cosa è cambiato dalla cosiddetta “Rivolta di Rosarno”; gli immigrati impiegati nei campi, misero a ferro e fuoco la cittadina reggina nel 2010, per far sentire la loro voce e denunciare lo sfruttamento e le loro condizioni di vita. Persone che, e questo ci teniamo a sottolinearlo, mandano avanti aziende e cooperative agricole che altrimenti, senza il loro lavoro non raccoglierebbero i frutti della loro attività. Senza se e senza ma, vogliamo ribadire la condanna ferma al sistema del caporalato, ma anche sottolineare l’indignazione di chi guarda la televisione e assiste attonito ad immagini e racconti di schiavitù, sfruttamento e invivibilità.
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Nella Piana di Gioia Tauro ma non solo, perchè anche l’area della Sibaritide nel Cosentino, lo scenario è vergognoso e le situazioni sono molto simili: ogni anno in queste aree a vocazione agricola, si riversano i cosiddetti lavoratori stagionali per la raccolta degli agrumi, arance e mandarini, perlopiù africani. A Rosarno, dove sei anni fa la convivenza forzata ha portato alla rivolta non è cambiato proprio nulla, e i vari politici, istituzioni, prefetti… nulla hanno fatto se non lasciare le cose allo stesso modo, nel degrado. Esistono ancora tendopoli – ghetto, che sono vere e proprie polveriere pronte ad esplodere, dove sono evidenti condizioni disumane, non solo di vivibilità, ma anche di lavoro. Ed il servizio di Giulio Golia mette in evidenza ancora di più, qualora ce ne fosse bisogno, come nulla sia cambiato. I lavoratori continuano ad essere sfruttati dai caporali che intascano i soldi degli imprenditori e pagano i braccianti una miseria. Come dire, c’è qualcuno che guadagna sul lavoro faticoso degli altri. E questo non è accettabile.
Ma quello che ci ha colpiti del servizio di Golia, è anche la testimonianza di un imprenditore agricolo che opera nel settore degli agrumi canditi, che impiega in particolar modo le donne in questa attività, che consiste nello sbucciare centinaia di arance per 16 centesimi al chilo. In un giorno si arriva intorno alle 20-25 euro e dalla mattina alla sera queste donne lavorano per guadagnarsi la cosiddetta giornata.
Un imprenditore, intervistato dal giornalista delle Iene racconta: “Qui ci ritroviamo tra l’incudine e il martello. Se tu paghi 16 centesimi al chilo sfrutti le persone, ma dipende tutto dalla produzione. Ma è la stessa cosa se tu compri le arance a 7 centesimi al chilo. Se il prodotto sei costretto a venderlo a 7 centesimi, come li paghi i dipendenti? Devo abbassare i costi o diversamente chiudo. In Calabria chiudi perchè non c’è una Regione che aiuta i produttori. Siamo costretti a sfruttare gli altri, perchè il nostro prodotto non è tutelato. In agricoltura la legge vuole questo”.
In merito all’argomento questa mattina è intervenuto il presidente di Coldiretti Calabria, Pietro Molinaro ai microfoni di Rlb Radioattiva il quale ha sottolineato: “non c’è alcuna giustificazione al caporalato e certe dinamiche vanno denunciate”
ASCOLTA L’INTERVISTA Pietro Molinaro, presidente Coldiretti Calabria
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Il presidente Molinaro punta il dito contro le multinazionali che tengono il settore sotto ricatto e impongono prezzi impossibili. Perchè qui, in questo sistema non guadagna nessuno, e ci sono solo persone ‘spremute come arance’ costrette alla schiavitù e allo sfruttamento per 25euro al giorno di cui una parte va al caporale che li arruola, un altra al ‘secondo’ caporale che li porta con il furgone nei campi, spesso ‘nero’ come loro, e una comunità intera costretta ad accettare la presenza di baraccopoli, fabbriche e casolari dove vivono ‘esseri umani’… in condizioni disumane.



















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