Calabria
Strage negli sport estremi, emergenza sicurezza?

Mare o montagna fa lo stesso: se non si sta attenti si muore. L’opinione dei big dello sport calabrese: “le regole ci sono ma non bastano, il legislatore intervenga”.
COSENZA – La strage di questa estate, tra le vette delle Alpi e i fondali di Palinuro, ribadisce una fondamentale esigenza di sicurezza. E ispira una riflessione, polemica ma non troppo: quando capita l’incidente, ad alta quota o in profondità, i soccorsi (o, alla peggio, le operazioni di recupero) hanno un costo che ricade inevitabilmente sulla collettività per ragioni che è persino inutile spiegare. Se la “strage” di atleti – del mare, delle rocce e degli abissi marini – dovesse continuare, qualcuno potrebbe porsi più di un dubbio, non illegittimo: è giusto, specie in un momento di crisi, spendere risorse pubbliche per soccorrere degli atleti? Passi per gli incidenti d’auto o aerei, perché tutti dobbiamo spostarci in un modo o nell’altro. Passi per le tragedie casuali. Ma per incidenti che possono essere evitati, perché causati da attività non necessarie che si fa? E poi: fino a che punto la prevenzione è possibile in attività in cui il rischio ha un ruolo importante?

«Occorre distinguere tra sport in cui il rischio c’è ma non è tutto, e sport in cui proprio il rischio è il fattore fondamentale», cioè tra gli sport “pericolosi” e quelli “estremi”, spiega Mimmo Praticò, ex presidente regionale del Coni e attuale presidente della Reggina. Il concetto è piuttosto chiaro: chi scala una montagna o si immerge lo fa perché ama il mare o le rocce, chi pratica il bungee jumping, il rafting o il parapendio lo fa perché ama il rischio o cerca un brivido. «Sarebbe auspicabile», prosegue Praticò, «che anche le discipline più estreme siano praticate da esperti dotati degli stessi requisiti che il Coni richiede ai suoi associati».
Il Coni comprende 46 associazioni sportive «dotate di regolamenti ferrei e precisi», insiste l’ex patron degli atleti calabresi. Quindi «chi vuole praticare un’attività rischiosa può farlo solo se si attiene ai nostri standard». Che tuttavia non sono obbligatori per legge. E il legislatore? «Sarebbe opportuno un intervento più preciso dello Stato», spiega Antonio Debilio, il presidente calabrese della Fipsas (Federazione italiana pesca sportiva, attività subacquee e nuoto pinnato). Ma, prosegue, «i nostri regolamenti sono inequivocabili: chi fa il sub per noi deve avere requisiti fisici ben precisi e deve attenersi a regole di prudenza inderogabili».

Antonio Debilio, presidente Fipsas Calabria e Mimmo Praticò, ex presidente Coni Calabria
Già. E la tragedia di Palinuro? «Gli esperti sapranno dire di più, ma è chiaro che è stato un incidente tragico, perché i tre sub erano istruttori con tanto di brevetto». Secondo Debilio occorre distinguere tra il rischio reale e quello percepito: «Si può avere un infarto o ci si può spezzare un femore anche durante una partita di calcetto, ma gli incidenti ad alta quota o in profondità fanno sempre più impressione». Certo: l’uomo non scende, normalmente, sotto i cinquanta metri e non sale sopra i mille. Ma due calci a un pallone riesce a darli. Però la possibilità di morire c’è in tutti i casi e resta comunque più alta nelle attività “innaturali”.
«Noi regolamentiamo tutto», prosegue Praticò, «però anche il singolo atleta deve darsi dei limiti». Cioè, approfondisce Debilio, «se uno ha un brevetto per scendere fino a 20 metri, non deve andare oltre». Se lo fa, è a suo rischio e pericolo e, peggio, «getta ombre sinistre su sport puliti che non meritano questo».

Le garanzie di sicurezza, fanno capire i due esperti, per il Coni sono tutto. «Ma nessuno vieta agli atleti di iscriversi altrove o, peggio, di non iscriversi affatto: chiunque può comprarsi una muta o un deltaplano», però una cosa è volare e inabissarsi secondo le regole, un’altra è farlo violandole. E neppure nelle associazioni più importanti è tutto rose e fiori: «Due anni fa la Fipsas ha dovuto cambiare assicurazione perché il nostro vecchio assicuratore aveva alzato un po’ troppo i premi», chiosa Debilio.
Per gli sport estremi la situazione è più complessa. Le associazioni sono poche e nessuna o quasi aderisce al Coni o ad altre federazioni ufficiali. In questi casi, il legislatore potrebbe fare molto. Non è detto che quando si muore per volare il cielo sia sempre più blu.
Mario Margheriti



















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