Cosenza
La spartizione dei boschi della Sila tra i clan cosentini e crotonesi

‘Italiani’ e ‘Zingari’ uniti per trattare con i cirotani. A favorire tagli abusivi e appalti pilotati sarebbero stati forestali e pubbliche amministrazioni
COSENZA – I boschi della Sila gestiti dalla ‘ndrangheta. Accordi tra cosche cosentine e crotonesi per spartirsi il business del legno con la complicità di pubblici ufficiali. Dipendenti del Corpo Forestale dello Stato e guardie ex AFOR e ARSSA che intascano ‘mazzette’ benedicendo appalti pilotati e tagli abusivi, senza effettuare alcun tipo di controllo. A cristallizzare le dinamiche dell”affare dei boschi’ sono state le indagini che hanno portato, nello scorso gennaio, ai 169 arresti dell’operazione Stige. Un’inchiesta che ha coinvolto anche amministratori pubblici tra cui il presidente della Provincia di Crotone e sindaco di Cirò Marina Nicodemo Parrilla, il sindaco di Strongoli Michele Laurenzano e quello di Mandatoriccio Angelo Donnici insieme al suo assessore ai Lavori Pubblici Filippo Mazza. A descrivere gli incontri tra ‘cosentini’ e ‘crotonesi’ sono stati tre collaboratori di giustizia cosentini: Adolfo Foggetti, Daniele Lamanna e Francesco Oliverio. Testimonianze confermate dalle intercettazioni captate dagli investigatori che non lasciano adito ad alcun dubbio. “Qua a breve non ci sarà più niente, queste quattro piante sono, quando sono finite le quattro piante hai finito, non c’è niente” afferma Gangale (uomo dei clan che controllano la Sila tra Crotone e Cosenza) parlando dell’esigenza di estendere il monopolio dei tagli boschivi ad altre attività economiche.

Adolfo Foggetti prima di collaborare con la giustizia, come noto, militava tra le fila della cosca Rango/Zingari e fungeva da reggente dell’associazione nella zona di Paola attraverso la gestione di estorsioni e stupefacenti. Lamanna era suo ‘collega’. Entrambi si premuravano di versare tutti i proventi delle attività criminali nella ‘bacinella’ dei clan cosentini. Francesco Oliverio era invece un boss di San Giovanni in Fiore a capo del locale di Belvedere Spinello collegato al crimine di Cirò. Il territorio su cui i ‘cosentini’ rivendicarono la propria influenza si estende dal litorale ionico fino all’entroterra silano tra le provincie di Cosenza e Crotone. Un’area in cui lo sfruttamento delle risorse naturali era prima degli accordi affidato al locale di Cirò. A coordinare la gestione del settore boschivo è Vincenzo Santoro allevatore di Mandatoriccio, meglio noto come U monaco. E’ lui, secondo gli inquirenti, l’uomo che si occupa di truccare le gare d’appalto e decretare chi deve deforestare la Sila abbattendo abusivamente ettari ed ettari di boschi. Santoro non possiede un’azienda boschiva, ma secondo gli inquirenti agirebbe attraverso l’impresa dei fratelli Spadafora di San Giovanni in Fiore (suoi stretti parenti) spesso incaricata di porre in essere atti di vandalismo nei confronti delle aziende poco inclini a collaborare con i clan. Antonio Spadafora già in carcere, nelle scorse settimane è stato colpito da un’altra inchiesta che lo vede protagonista di un meccanismo corruttivo insieme a funzionari di Calabria Verde. Francesco Oliverio racconta che proprio nel piazzale dell’azienda dei fratelli Spadafora incontrò due Guardie Forestali che erano andate a ritirare del denaro, un ‘regalo’ per chiudere gli occhi.




















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