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Sorelle condannate per furto pluriaggravato, assolte in Appello

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Sorelle condannate per furto pluriaggravato, assolte in Appello

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corte d appello catanzaro 1

Condannate in primo grado perchè ritenute complici di un amico che tenta un furto ai danni della comunità Montana a Camigliatello. In Appello, accolta la tesi difensiva, vengono assolte per non aver commesso il fatto

 

CAMIGLIATELLO SILANO (CS) – Due sorelle, D.B. e A.F.B., accusate di furto pluriaggravato furono condannate in primo grado dal Tribunale di Cosenza, nel maggio del 2013, a sei mesi di reclusione e 400 euro di multa. La difesa rappresentata dall’avvocato Giampiero Calabrese, presentò ricorso in Appello e le due donne dopo dieci anni vengono assolte per non aver commesso il fatto. Una lunga vicenda che iniziò ad ottobre del 2008 nel comune di Camigliatello Silano in provincia di Cosenza. Due carabinieri liberi dal servizio poco prima della mezzanotte videro due autovetture inserirsi in via Verga, in prossimità di un edificio della Comunità Montana, la cui gestione all’epoca dei fatti, era affidata alla Sovrintendenza dei Beni Archeologici della Calabria, immobile che negli ultimi mesi subì molti furti ed altri fatti delittuosi. Insospettiti dell’orario notturno e dalla strada percorsa dai due veicoli, i militari predisposero dei controlli, approntando due aliquote per eseguire un appostamento. Notarono, così, che i due veicoli, una Honda Concert e una Polo Volkswagen erano state parcheggiate in una zona buia del cortile antistante l’immobile di proprietà della comunità Montana. Dopo essersi predisposti in modo da impedire la fuga dei veicoli, i militari si accorsero che sul tetto dell’edificio si trovava un uomo dalla corporatura  molto esile, intento a sradicare e lasciare cadere nello spazio sottostante lamiere in alluminio poste a copertura dello stabile, producendo un notevole rumore.

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L’avvocato penalista Giampiero Calabrese

All’improvviso la donna che si trovava all’interno della vettura Polo A.F.B., secondo gli inquirenti, probabilmente perchè aveva avvertito la presenza dei carabinieri, iniziò a chiamare a voce altra la complice D.B.. quest’ultima fu bloccata dai militari dell’Arma non appena la videro avvicinarsi alla macchina. Le due donne iniziarono ad urlare, allarmando l’uomo sul tetto che tentò la fuga. Il malfattore A.D., venne inseguito e tratto in arresto. Controllata l’area i carabinieri rinvennero 14 lamiere nel cortile dell’immobile che l’uomo, con la complicità delle due donne, aveva provveduto a sradicare dal tetto e depositare nello spazio sottostante l’edificio. L’uomo venne bloccato con in mano una tenaglia utilizzata per perpetrare il furto, mentre altri attrezzi per lo scasso furono rinvenuti all’interno della vettura Honda Concert, unitamente a frammenti di materiale utilizzati per la costruzione delle lamiere poste a copertura dell’edificio.

Durate il processo di primo grado (la posizione dell’uomo venne stralciata) il consulente della Procura dichiarò che i frammenti rinvenuti all’interno della vettura Honda erano uguali, per composizione, al materiale utilizzato per la copertura dell’edificio, anche se non vi erano contrassegni specifici che ne affermavano in modo certo l’univoca provenienza. Lo stesso imputato dichiarò che le amiche erano all’oscuro delle sue intenzioni e che lo accompagnarono quella sera senza sapere del furto che si apprestava a commettere. Ma per il tribunale le dichiarazioni furono mendaci. A.F.B. avrebbe funto da palo, secondo gli inquirenti, e D.B. avrebbe aiutato nel cortile l’uomo. Il giudice monocratico ritenne ampiamente dimostrata la piena colpevolezza delle due donne con la precisa intenzione di aiutarlo. Il Pubblico ministero chiese una pena di reclusione a un anno, ma il giudice, riconoscendo l’attenuante generica in quanto incensurate, condannò le due donne a sei mesi di reclusione e 200 euro di multa, pena sospesa.

La difesa, rappresentata dall’avvocato Giampiero Calabrese decise di ricorrere in Appello. Motivò la richiesta di assoluzione rifacendosi all’analisi delle dichiarazioni confessorie dell’uomo A.D., e alle condotte tenute dalle due imputate che non potevano essere definite tese a corroborare strumentalmente l’uomo nelle sue attività, nè una collaborazione morale al delitto. La donna che fu trovata in macchina dai carabinieri, impaurita gridò il nome della sorella.  Nel verbale furono riportate solo le urla di una delle donne, quindi non è raffigurato il tentativo di avvertire il presunto complice sul tetto dello stabile. La difesa ha evidenziato i chiari contrasti tra la prova documentale posta a supporto della responsabilità penale delle suddette e la trascritta sentenza del giudice: le due donne, sottolinea la difesa, sono sempre state vicine alla vettura; l’uomo A.D. nell’esame testimoniale ha sempre riconosciuto la propria e sola responsabilità del furto e l’estraneità ai fatti delle due sorelle; non si evince in nessun modo nel verbale di arresto che una delle due sorelle, D.B. fosse in cortile ad aiutare l’uomo, in quanto i carabinieri affermarono di aver visto solo quest’ultimo armeggiare con il materiale sul tetto dello stabile. Il 28 giugno scorso, in cosiderazione delle motivazioni presentate in Appello dall’avvocato Calabrese, le due sorelle sono assolte per non aver commesso il fatto

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