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Oggi Cosenza può ammirare l’icona della sua patrona, la Madonna del Pilerio

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Oggi Cosenza può ammirare l’icona della sua patrona, la Madonna del Pilerio

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Inaugurata la mostra mariana in occasione del 30° anniversario della proclamazione della Madonna del Pilerio a patrona della città di Cosenza. Un significativo momento religioso, storico e culturale per l’intera comunità

 

COSENZA – Oggi Cosenza ha celebrato il 30° anniversario della proclamazione della Madonna del Pilerio a Patrona della città di Cosenza con l’inaugurazione dell’esposizione al Museo Diocesano questa mattina della Virgo Lactans. Si tratta della Madonna del Latte, galactotrofusa, icona trecentesca bizantineggiante dell’Italia meridionale della collezione Bilotti. Una significativa “galactotrofusa”di epoca angioina, un fondo oro attribuita ad un artista locale ispiratosi alla Madonna del Pilerio. Una significativa icona raffigurazione sacra di tradizione cristiano-bizantina, ove la figura della Vergine diviene fortemente simbolica perchè ritratta nell’atto di allattare suo figlio. La Madre di Dio diviene così presenza reale, e quindi appartenente al mondo fisico, nel quale il fedele ha modo di stabilire un contatto con la divinità stessa. Gli aspetti magici ed allo stesso tempo apotropaici delle icone, (evidente legame con i culti pagani di derivazione orientale) pone spesso interrogativi sulla natura di questi oggetti e soprattutto sugli artisti che li hanno realizzati. Di qui la tradizione delle famose icone dipinte acheropite (non dipinte da mano d’uomo). Durante l’inaugurazione dell’esposizione è stato ricordato come la Madonna del Pilerio nel 1943 durante la guerra fu salvata da Monsignor Aniello Calcara che la sottrasse ai devastanti bombardamenti del 12 aprile e del 28 agosto che misero in ginocchio Cosenza, portandola nel Convento dei Padri Minori di Pietrafitta. Il 20 febbraio un violento terremoto travolse di nuovo la nostra Città ed anche  in questa occasione i cosentini si affidarono alla protezione della Madonna del Pilerio diventata patrona della città.
Aniello Calcara, fu arcivescovo di Cosenza dal 1940. Il suo episcopato durò ventuno anni attraversati da eventi straordinari per la società, come la guerra, il catastrofico caos politico, amministrativo e sociale in cui cadde la Città con 1307 famiglie senza tetto e 436 in baracche fino agli anni ’50, il passaggio alla Repubblica e le battaglie politiche della Democrazia Cristiana. Autore anche di un trattato di estetica, dedicato alla espressione artisticabilotti della Madonna nel 1951,  Monsignor Calcara dedicò di suo pugno dei versi alla Madonna per le celebrazioni per la patrona di Cosenza, la Madonna del Pilerio musicato da Giuseppe Scalzo. Calcara, come ricordato nel rosone del Duomo, diede impulso e completò i lavori di restauro del “tempio” della Madonna del Pilerio che  ripristinarono sia all’esterno che all’interno dell’edificio, gli austeri connotati romanico-gotici che negli ultimi tre secoli la cattedrale aveva perduto. Legato da profonda amicizia con Enzo Bilotti in lui trovò grande sostegno in molte iniziative religiose e sociali quali la riedificazione e ridecorazione della bombardata chiesa di San Nicola, la “Minestra di San Lorenzo” nel palazzo Quintieri-Bilotti ai Padolisi, l’Oasi Francescana con la donazione dell’area edificabile per l’accoglienza delle persone emarginate.

 

L’immagine della Protettrice cosentina del Duomo, è stata attribuita al periodo svevo 1198 1167 e si rifà all’archetipo riconducibile a quella dipinta, secondo la tradizione, da san Marco Evangelista dal vivo, quando frequentò la Madonna. L’Apostolo Marco portava la tavola da lui dipinta sempre con sé, alla sua morte, l’affidò alla chiesa degli Odeghi a Constantinopoli, da qui il nome di “Odigitria”, distrutta dalla furia turca alla conquista della città. L’imperatrice Eudocia ne aveva fatto fare diverse copie, una delle quali fu donata da re Baldovino di Gerusalemme ai congiunti d’Angiò di Napoli, ed oggi venerata nel Santuario di Montevergine nel comune di Ospedaletto d’Alpinolo (Avellino). Da questa deriverebbe quella cosentina. L’appellativo “del Pilerio” dell’icona del Duomo sarebbe più tardo, riferibile al Viceregno spagnolo, 1507-1714, durante il quale Cosenza fu colpita dalla peste e salvata dalla sacra immagine nel 1576; epoca nella quale l’influenza della pietas spagnola potrebbe aver portato a Cosenza la devozione per la Vergine del Pilar anch’essa collocata su di una colonna o pilastro. Le fonti ricordano che la tavola era appesa ad una colonna abbandonata a pila neglecta penderet.

 

 

La Vergine del Pilar è molto venerata ancora oggi a Saragoza, in Aragonia, è patrona della Spagna celebrata il 12 ottobre. Secondo una a tradizione che dovrebbe risalire al 40 d. C., la Vergine apparendo nei pressi del fiume Ebro all’Apostolo Giacomo addolorato per gli scarsi risultati della sua predicazione apostolica gli consegnò un pilastro, chiedendogli di edificare una chiesa in suo onore. Il pilastro fu collocato da San Giacomo nello stesso punto nel quale si trova oggi, e che nonostante la chiesa abbia subito vari cambiamenti e vicissitudini, tra cui un incendio, il pilastro si sia conservato nei secoli. Gli autori nella realizzazione di queste tavole con la Vergine Allattatrice, su modello delle icone bizantine, potrebbero essere stati influenzati dall’appartenenza della Città di Cosenza all’eparchia greca fin dal IV secolo e della vicina Rossano. Nella tradizione e nella liturgia bizantina è uso collocare la Vergine alla porta del Tempio e nei punti strategici delle Città come atto di affidamento alla “Custode” del popolo di Dio, dal greco puloròs, custode della porta.

 

LA DESCRIZIONE DELL’OPERA

Il fondo oro, in parte evanide, conferendo luminosità, accentua l’effetto mistico, metafisico e divino. Il rosso della veste del bambino e della Vergine ed il suo copricapo maphorion, sono simbolo della divinità e regalità, che richiama anche alla dimensione sacerdotale. Simbolo della “potenza dell’Altissimo” di cui l’angelo annunziante le propone il grande progetto della salvezza e della maternità. La veste anch’essa rossa indica che la Vergine Maria è la kecharitoméne avvolta dalla grazia di Dio. Il manto blu che la avvolge indica il suo rapporto con Dio. Le stelle d’oro cosparse sul manto fanno riferimento alla sua verginità: prima, durante e dopo la nascita di Gesù. Le 3 stelle più grandi con i raggi a croce, posti rispettivamente sulla fronte e ai lati, sulle spalle rappresentano la salvezza del genere umano quale opera congiunta del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’aureola d’oro intorno al capo della Vergine simboleggia la gloria di Dio che tutto abbraccia e a Lei fanno corona gli Apostoli di cui è Regina, con cui attese nel Cenacolo di Gerusalemme l’effusione dello Spririto Santo il giorno di Pentecoste, secondo la promessa di Gesù prima di ascendere al cielo. L’aureola corociata del Bambino, indica il sacrificio della Croce. Il cordone ombelicale che ne cinge il corpo come un nastro, indica la natura divina del Figlio di Dio, ma allo stesso tempo la sua natura umana sottolineata dal gesto di prendere il latte dal seno, riferimento tra gli altri alla mensa eucaristica.

 

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