Area Urbana
Fragilità del territorio
Maltempo, Andiloro: “nuova pianificazione territoriale contro il rischio idrogeologico”
Per il presidente dell’Ordine dei Geologi della Calabria, Giovanni Andiloro, è necessaria una nuova pianificazione territoriale alla luce dei cambiamenti climatici per ridurre il rischio idrogeologico

COSENZA – “Bisognerà lavorare a una nuova pianificazione territoriale che cammini di pari passo con i nuovi scenari climatici” afferma, in un’intervista esclusiva a Quicosenza, il presidente dell’Ordine dei Geologi della Calabria, Giovanni Andiloro. “Questo per evitare che si ripetano episodi come quelli registrati in questi giorni nel Cosentino, dove le abbondanti piogge hanno provocato smottamenti e frane fino alla rottura dell’argine del Fiume Crati, nella Sibaritide, nei punti più vulnerabili, con la conseguente inondazione delle aree depresse limitrofe”. Il cambiamento climatico è un evento con cui anche a queste latitudini bisogna cominciare a fare i conti e ovviamente a conviverci.
Una nuova pianificazione territoriale
Presidente Andiloro, quali sono state, dal punto di vista geologico e idrogeologico, le principali cause che hanno determinato la rottura degli argini del fiume Crati e gli smottamenti registrati nel territorio della provincia di Cosenza?
“L’analisi dei dati pluviometrici evidenzia come i fenomeni di dissesto registrati nell’area di Cosenza siano riconducibili, in via prevalente, alle ingenti cumulate di precipitazione. Tra il 12 e il 14 febbraio si sono infatti registrati apporti fino a 270 mm di cumulata in 48 ore, valori rilevanti sotto il profilo idrologico. Le precipitazioni delle settimane precedenti avevano già determinato una diffusa saturazione dei suoli e un innalzamento della falda superficiale; in tali condizioni, la riduzione delle forze resistenti dei terreni ed il loro appesantimento dovuto all’imbibizione idrica, determinano una perdita di equilibrio dei versanti e hanno creato i presupposti per l’innesco, ad opera delle intense cumulate, di fenomeni franosi e smottamenti diffusi nell’intero hinterland cosentino”.

“Differente appare il quadro relativo alla Piana di Sibari, dove le precipitazioni locali non hanno assunto carattere di particolare intensità. In questo caso, l’evento è stato determinato dall’incremento delle portate provenienti dal settore tirrenico di monte del bacino idrografico del Fiume Crati, che ha generato a valle condizioni di sollecitazione tali da provocare la rottura degli argini in terra nei punti più vulnerabili, con conseguente inondazione delle aree depresse limitrofe. L’episodio conferma come le dinamiche del dissesto debbano essere interpretate e governate alla scala del bacino idrografico, secondo una visione integrata “da monte a valle”, indipendentemente dalla collocazione geografica degli effetti più evidenti”.

Per quanto riguarda la Piana di Sibari, và precisato che il Crati non è esondato naturalmente, ma ha rotto gli argini provocando gli allagamenti che sono sotto gli occhi di tutti. Dal punto di vista tecnico, cosa significa questa distinzione e cosa potrebbe aver determinato il cedimento arginale?
“Sulla base delle notizie circolate, le inondazioni sarebbero riconducibili non a un’esondazione in senso stretto, bensì alla rottura degli argini in più punti. Dal punto di vista tecnico, l’esondazione si verifica quando il livello idrico supera la quota sommitale dell’argine, determinando la tracimazione delle acque. La rottura arginale, invece, consiste nel collasso strutturale del rilevato: le acque fuoriescono lateralmente dal punto di cedimento, invadendo aree contigue che, nel caso in esame, risultano morfologicamente depresse rispetto al piano fluviale e dunque particolarmente esposte all’allagamento”.
“L’individuazione puntuale delle cause richiede un’analisi dettagliata dei tratti interessati lungo l’asta fluviale, con particolare attenzione a eventuali criticità morfologiche — quali anse fluviali soggette a maggiore erosione o spostamenti del filo della corrente verso sponda — che possono aver innescato processi di scalzamento al piede dell’argine. Le elevate portate, soprattutto in condizioni di torbidità e trasporto solido significativo, rappresentano il fattore determinante nel compromettere la stabilità degli argini. Appare comunque chiaro che gli aspetti manutentivi degli argini, non possono essere demandati ad interventi occasionali o post emergenziali, ma devono trovare una dimensione continuativa e strutturata nel tempo”.

Quanto e se hanno inciso la fragilità strutturale del territorio e le scelte di uso del suolo, sia nelle aree interne sia lungo le coste, rispetto alla eccezionalità delle precipitazioni?
“La fragilità del territorio calabrese costituisce un dato strutturale consolidato, strettamente connesso alle sue caratteristiche geologiche e morfologiche, che lo rendono intrinsecamente vulnerabile ai fenomeni di dissesto geo-idrologico. L’intero sistema regionale risulta interessato da molteplici fattori di rischio, frane, alluvioni, erosione costiera, in un quadro di diffusa esposizione”.
“Le trasformazioni dell’uso del suolo, caratterizzate nel tempo da processi di urbanizzazione intensi e talvolta disordinati, hanno ulteriormente accresciuto tale vulnerabilità. Il consumo di suolo e la conseguente impermeabilizzazione determinano infatti una riduzione dell’infiltrazione efficace e un incremento della componente di ruscellamento superficiale. In presenza di precipitazioni prolungate e intense, ciò comporta un sovraccarico dei sistemi di drenaggio e canalizzazione, favorendo fenomeni di allagamento. Ancora più critico è il fatto che in passato siano stati realizzati insediamenti in aree a pericolosità idrogeologica, accrescendo il livello di rischio per popolazione e infrastrutture”.

“Con riferimento alle dinamiche costiere, il fenomeno dell’erosione va ricondotto al delicato equilibrio tra l’azione del moto ondoso e l’apporto sedimentario alle foci fluviali. Le modificazioni dell’uso del suolo, la regimentazione dei corsi d’acqua e l’alterazione del trasporto solido incidono direttamente sulla capacità delle spiagge di autorigenerarsi. In tale prospettiva, il ripristino dei sistemi dunali, la riqualificazione delle spiagge e la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua devono configurarsi come obiettivi strategici di medio-lungo periodo. Le spiagge rappresentano infatti una fondamentale infrastruttura naturale di difesa dalle mareggiate, con rilevanti ricadute ambientali, paesaggistiche ed economico-turistiche”.
Eventi come questo possono ormai rientrare in una dinamica ricorrente, anche alla luce dei cambiamenti climatici? Ritiene sia necessario avviare una pianificazione territoriale e infrastrutturale che proceda di pari passo con questi nuovi scenari climatici?
“La comunità scientifica evidenzia come i cambiamenti climatici in atto siano associati a un incremento delle temperature medie e a una modificazione della distribuzione spaziale e temporale delle precipitazioni, con una maggiore frequenza di eventi estremi, tra cui alluvioni e periodi di siccità. In tale contesto, episodi come quello in esame rischiano di non costituire più un’eccezione”.
Andiloro: “una nuova pianificazione territoriale, rappresenta la vera sfida”
“Si rende pertanto imprescindibile una revisione organica della governance in materia di difesa del suolo e governo delle acque. La qualità e la coerenza dell’intera filiera decisionale, dalla pianificazione alla programmazione, dalla progettazione alla realizzazione, fino alla manutenzione e al monitoraggio, rappresentano la vera sfida”.
“Elemento trasversale è il monitoraggio permanente dei fenomeni e delle opere. L’adozione di misure non strutturali di natura conoscitiva, quali l’istituzione dei servizi geologici regionali e dei presìdi tecnici idrogeologici territoriali, costituisce una condizione essenziale per consolidare la capacità decisionale. Un sistema tecnico di osservazione continuo consente infatti di aggiornare gli strumenti di pianificazione e di adottare un approccio di gestione adattiva, coerente con l’evoluzione delle fenomenologie di dissesto”.

“In particolare, risulta evidente che l’eventuale attivazione, in passato, di misure non strutturali quali l’istituzione di presìdi tecnici idrogeologici territoriali avrebbe consentito di disporre, allo stato attuale, di una mappatura conoscitiva puntuale delle vulnerabilità presenti lungo gli argini fluviali. Ciò avrebbe reso possibile programmare interventi preventivi secondo criteri di priorità fondati su valutazioni tecnico-scientifiche oggettive. Inoltre, l’attuazione degli interventi deve essere accompagnata lungo tutte le fasi operative, superando le criticità di natura burocratico-amministrativa senza tuttavia compromettere la qualità tecnico-scientifica delle analisi e della progettazione”.
Per cui, alla luce dei cambiamenti climatici in atto, oltre ad una pianificazione in funzione di questi nuovi scenari climatici, ritiene necessario anche una rimodulazione delle mappe di pericolosità e rischio idrogeologico?
“Gli strumenti di pianificazione sovraordinata di bacino rappresentano strumenti fondamentali per un corretto utilizzo del territorio e per una corretta allocazione delle risorse destinate alla mitigazione del rischio.
In un contesto climatico in rapida evoluzione, appare necessario adottare un approccio dinamico anche nella definizione delle mappe di pericolosità e rischio idrogeologico, aggiornandole sulla base di dati costantemente implementati. Una pianificazione supportata da un sistema conoscitivo solido consente di orientare le scelte territoriali verso modelli autenticamente sostenibili, includendo, ove tecnicamente inevitabile, anche la delocalizzazione di opere e insediamenti situati in aree a rischio non mitigabile”.


















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