Area Urbana
L'APPELLO
“Ho paura che la stiano lasciando morire”. L’appello disperato di una figlia dal pronto soccorso di Cosenza
Riceviamo e pubblichiamo lo sfogo di una figlia preoccupata per le condizioni di salute della madre, in stallo al pronto soccorso all’ospedale di Cosenza: “Non chiedo miracoli. Chiedo accertamenti”

COSENZA – Riceviamo e pubblichiamo lo sfogo della signora C.C., una figlia preoccupata per le condizioni di salute della madre, in stallo da giorni in Pronto Soccorso all’ospedale Annunziata di Cosenza. Le sue parole nascono dalla paura e dall’ansia per la situazione, senza voler puntare il dito contro nessuno: è un appello di attenzione, un grido di chi osserva impotente chi ama.
Il grido disperato dal pronto soccorso di Cosenza
“Mia madre è in Pronto Soccorso da tre giorni. Io ho paura che la stiano lasciando morire. Scrivo queste righe non da medico, non da esperta, ma da figlia. Da tre giorni mia madre è in Pronto Soccorso per una grave emorragia nasale causata da una caduta. Il sangue non si fermava. Hanno fatto una bruciatura. Non ha retto. L’hanno rifatta. Neanche quella è servita.
In questi tre giorni ho visto solo una cosa: il tempo passare. Nel frattempo i valori di mia madre sono scesi fino a un numero che fa paura anche a chi non è del mestiere: emoglobina a 7.
Ora è in trasfusione. Ma nessuno — almeno a me — ha spiegato da dove continua a perdere sangue. Non chiedo miracoli. Chiedo accertamenti. Chiedo che qualcuno cerchi la causa, non solo di tamponare l’emergenza quando ormai è troppo tardi.
Mia madre è ancora lì, in Pronto Soccorso. Non in reparto. Non seguita da uno specialista in modo continuativo. È come se fosse sospesa in un limbo: troppo grave per essere dimessa, ma non abbastanza da meritare un vero ricovero. Io la guardo diventare sempre più debole e mi chiedo come sia possibile che, nel 2026, una persona con un’emoglobina così bassa venga trasfusa senza che nessuno stia indagando seriamente sull’origine della perdita di sangue.
Ho paura. Paura che questa attesa diventi irreversibile. Paura che un giorno qualcuno mi dica che “non si poteva fare di più”, quando in realtà non si è fatto abbastanza. Scrivo perché non voglio restare in silenzio. Scrivo perché mia madre non può difendersi da sola. Scrivo perché il diritto alla cura non dovrebbe dipendere dalla voce che si riesce ad alzare”.

















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