Calabria
Scene da Gomorra
Fermata la baby gang dell’orrore: pestaggi, umiliazioni ai disabili e animali uccisi per una manciata di like
L’inchiesta ‘Marijoa’ svela l’orrore a Melicucco: cinque giovani tra i 20 e i 22 anni accusati di sequestro di persona e torture contro disabili e soggetti fragili. I filmati delle violenze venivano montati e condivisi nelle chat per esibire il controllo del territorio: ‘Se lo accoltelli diventa virale’

MELICUCCO (RC) – La baby gang dell’orrore non cercava soldi, ma “like”. Non puntava al profitto, ma al dominio psicologico e territoriale attraverso la violenza ostentata. All’alba del 29 aprile, i Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro hanno smantellato quello che gli inquirenti descrivono come un “branco” senza empatia: cinque giovani, tra i 20 e i 22 anni, accusati di aver terrorizzato le persone più fragili di Melicucco. L’Operazione “Marijoa”, coordinata dalla Procura di Palmi guidata dal dott. Emanuele Crescenti, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza cautelare che dispone tre arresti domiciliari e due obblighi di presentazione alla Polizia Giudiziaria. Le accuse, pesantissime, delineano un quadro di degrado morale che va ben oltre la semplice delinquenza giovanile.
Un catalogo di violenze
Le ipotesi di reato contestate agli indagati sono numerose e gravi: Associazione per delinquere, sequestro di persona, atti persecutori (stalking), violazione di domicilio, detenzione e fabbricazione di armi (tra cui bottiglie incendiarie) e uccisione di animali. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le vittime – tra cui una persona disabile e altre due con gravi problemi mentali e di dipendenza dall’alcol – venivano aggredite con materiale incendiario e petardi, ingannate con modalità pericolose e sottoposte ad atti intimidatori anche in luoghi pubblici. Il gruppo aveva inoltre realizzato ed esploso ordigni artigianali in aree isolate, e nelle chat sequestrate esibiva fucili e pistole accompagnati da espressioni riconducibili a logiche di controllo del territorio.
I video della violenza: lo strumento del dominio
L’elemento più inquietante dell’inchiesta è il ruolo centrale dei social media. La violenza non era fine a se stessa: veniva ripresa, montata e condivisa come strumento di affermazione e dominio all’interno del gruppo e verso l’esterno. Tra le frasi choc emerse dalle intercettazioni, una in particolare sintetizza l’aberrante logica del branco: “Se gli dai una coltellata questo video diventa virale“. I filmati documentano pestaggi, vessazioni e atti degradanti compiuti nel clima di risate e incitamenti reciproci. In uno dei video sequestrati, il gruppo si accanisce con crudeltà su un animale. Gli investigatori descrivono gli indagati come caratterizzati da una “totale assenza di empatia”.
Il Procuratore: “Un’atmosfera da Gomorra”
Il procuratore Crescenti ha usato parole nette per descrivere il contesto dell’indagine: “A Melicucco c’era un’atmosfera quasi da fiction, da Gomorra. Gli indagati non avevano un ritorno economico. Qui siamo a livelli che si muovono su piani diversi, di una violenza apparentemente gratuita che serve a segnare il territorio, volersi imporre utilizzando la forza”.
Il magistrato ha sottolineato come gli arrestati provengano da “contesti familiari non peggiori di altri”, individuando il vero nodo del problema nell’aspetto culturale: la normalizzazione della violenza ostentata sui social. “L’aspetto più terribile, con cui ormai ci confrontiamo quotidianamente nelle nostre indagini, è che quelle violenze venivano messe in mostra sui social”, ha dichiarato.

Il muro dell’omertà spezzato
Uno degli ostacoli maggiori all’indagine è stato il silenzio delle vittime. Per lungo tempo, secondo gli inquirenti, le persone colpite erano rimaste in silenzio, paralizzate dal timore di ritorsioni e dall’umiliazione subita. Alcune avevano radicalmente modificato le proprie abitudini di vita fino all’isolamento sociale. “In paese lo sapevano tutti e alla fine è saltato il tappo”, ha spiegato Crescenti. “È stato difficile rompere il muro di omertà perché si è registrata una ritrosia timorosa alla collaborazione con le autorità. Però ci siamo riusciti“. Il procuratore ha anche anticipato che altre persone sono coinvolte nell’indagine e che le attività investigative sono ancora in corso.
Nel fascicolo dell’inchiesta sono stati documentati anche episodi di vandalismo ai danni del patrimonio pubblico, che si aggiungono al quadro già grave delineato dagli inquirenti. Il procuratore Crescenti ha concluso con una riflessione sul significato più ampio dell’operazione: “Quello che noi auspichiamo è che questi interventi di reazione dello Stato abbiano una funzione non meramente repressiva, ma anche una funzione di recupero”.




















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