Provincia
VITTIMA DELLA STRADA
Bisignano, dal dolore alla missione: la storia di Francesco e l’impegno dell’AIFVS per le vittime della strada
La toccante testimonianza di Franco Tortorella, papà di Francesco, morto a soli 20 anni in un incidente stradale il 4 dicembre 2011, della sorella Maria Teresa e di Francesco Amodio. Una storia d’amore, memoria e impegno civile attraverso l’attività dell’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada di Bisignano

RENDE (CS) – Da Bisignano una storia di dolore che si è trasformata in impegno e solidarietà. Ci sono vicende che non si possono raccontare soltanto attraverso le parole, perché dietro ogni frase si nascondono ferite profonde, ricordi indelebili e un coraggio difficile persino da immaginare. Storie nelle quali il dolore non scompare, non si cancella e non smette di accompagnare chi lo ha vissuto, ma può trovare una strada diversa: quella dell’impegno, della solidarietà e della prevenzione.
È stato un incontro particolarmente intenso quello in diretta su RLB, all’interno del programma radiofonico Giadissima, dedicato alla sicurezza stradale e soprattutto al valore della vita. Ospiti della trasmissione Franco Tortorella, responsabile della sede di Bisignano dell’AIFVS – Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada APS, Maria Teresa Tortorella, sua sorella e associata all’associazione, e Francesco Amodio, professionista con una lunga esperienza nel mondo delle autoscuole e oggi impegnato come educatore stradale. Tre testimonianze, tre prospettive differenti, ma un unico obiettivo: contribuire a rendere le nostre strade più sicure e fare in modo che altre famiglie non debbano conoscere lo stesso dolore.
Al centro dell’incontro, però, c’è soprattutto una storia: quella di Francesco Tortorella, morto in un incidente stradale il 4 dicembre 2011, a soli vent’anni. Un ragazzo che aveva davanti a sé una vita intera, sogni da realizzare e un futuro ancora tutto da scrivere. Una perdita che ha cambiato per sempre l’esistenza dei suoi familiari e che oggi, attraverso l’attività dell’AIFVS di Bisignano, è diventata anche una testimonianza rivolta alla collettività.

AIFVS Bisignano, Franco Tortorella: «Dopo un dolore così grande nasce la consapevolezza di dover fare qualcosa per gli altri»
La storia dell’AIFVS di Bisignano è legata a una ferita familiare profondissima. Franco Tortorella è il papà di Francesco, ed ha scelto di trasformare una tragedia personale in un impegno concreto per la comunità. Nel corso dell’intervista ha ripercorso la nascita della sede associativa, le attività realizzate negli anni e il significato di un percorso che, giorno dopo giorno, cerca di dare un senso a un dolore che non potrà mai essere dimenticato.
Le sue parole racchiudono il significato più autentico di questo percorso: «Dopo un dolore così grande nasce la consapevolezza di dover fare qualcosa per gli altri, affinché quello che è successo a noi non possa capitare ancora ad altre famiglie. È un bisogno che nasce da dentro, quando comprendi davvero quanto sia preziosa la vita e quanto sia importante proteggerla». Non una scelta semplice, né una strada che possa cancellare l’assenza di un figlio. Piuttosto, una necessità interiore, maturata attraverso un’esperienza che cambia profondamente il modo di guardare il mondo.
E in questo cammino c’è anche una convinzione che accompagna Franco e la sua famiglia, una frase particolarmente toccante, che restituisce tutta la dimensione affettiva di questo impegno: «Siamo convinti che Francesco sia felice di questo percorso che stiamo facendo e che sia orgoglioso di noi».
Parole che racchiudono un amore che continua oltre l’assenza. Un modo per sentire Francesco ancora vicino, non soltanto attraverso i ricordi, ma anche attraverso ogni iniziativa, ogni incontro nelle scuole e ogni ragazzo al quale viene trasmesso un messaggio di prudenza e responsabilità. Tra le attività più significative dell’associazione c’è la raccolta dei nomi di 89 vittime della strada, di cui 71 bisignanesi. Numeri che non devono essere considerati semplici statistiche, ma storie di persone, famiglie e comunità segnate da perdite che non potranno essere colmate. Dietro ogni nome c’è un volto. Una storia. Una famiglia. Un posto vuoto a tavola.
Nel 2012 l’associazione ha promosso l’intitolazione di una piazza alle vittime della strada e la piantumazione di un albero di canfora: un gesto simbolico che ha consegnato alla comunità un luogo dedicato alla memoria e alla riflessione. Un’altra testimonianza concreta è rappresentata dall’area delle croci bianche al cimitero, uno spazio nel quale il ricordo delle vittime diventa un patrimonio collettivo. L’impegno della sede AIFVS di Bisignano, tuttavia, non si limita alle commemorazioni. È un’attività costante che coinvolge scuole, istituzioni, cittadini e giovani.
Ogni anno vengono promosse iniziative in occasione della Giornata mondiale in ricordo delle vittime della strada, incontri con gli studenti, concorsi, convegni, percorsi in bicicletta e corsi di aggiornamento per automobilisti. Importante anche l’attività di segnalazione agli enti competenti delle situazioni di pericolo presenti sulle strade, nella convinzione che la prevenzione debba passare anche attraverso interventi concreti e una maggiore attenzione alla sicurezza delle infrastrutture.
Dal gennaio 2024 è stato inoltre avviato un protocollo d’intesa con l’Ufficio Servizi Sociali per i Minorenni del Ministero della Giustizia; un ulteriore tassello di un percorso che punta a coinvolgere i giovani e promuovere comportamenti responsabili. La testimonianza di Franco lascia emergere un concetto fondamentale: il ricordo non deve rimanere fermo al passato. Può e deve diventare un impegno per il futuro.

Maria Teresa Tortorella: «Il dolore diventa più pesante quando si torna alla “normalità”»
Accanto a Franco c’è Maria Teresa Tortorella, sua sorella e zia di Francesco. La sua presenza in trasmissione ha permesso di raccontare un’altra dimensione di questa esperienza: quella di chi condivide il dolore familiare e ha scelto di partecipare attivamente a un percorso di sensibilizzazione. Le sue parole hanno restituito una realtà spesso poco conosciuta: quella che le famiglie delle vittime si trovano ad affrontare dopo i primi momenti di una tragedia.
«Quando è successo proprio a noi, all’inizio abbiamo sentito tanta vicinanza. Tante persone ci sono state accanto, ci hanno sostenuto e ci hanno fatto sentire meno soli. Ma poi la vita, per gli altri, piano piano riprende il suo corso. Si ritorna alla normalità, agli impegni quotidiani, alle proprie abitudini. Per chi ha subito una perdita così grande invece, quella normalità non sarà mai più la stessa. Il vuoto rimane e torna a farsi sentire ogni giorno, anche quando intorno tutto sembra essere andato avanti».
Una riflessione particolarmente significativa, perché racconta quanto sia importante non dimenticare le famiglie anche quando l’attenzione pubblica si spegne e una tragedia smette di occupare le pagine della cronaca. Il dolore infatti, non segue i tempi delle notizie. Non termina quando si conclude una commemorazione e non scompare quando le persone intorno riprendono la propria quotidianità.
Maria Teresa ha quindi spiegato il significato più profondo della partecipazione all’attività associativa: «Per noi portare avanti questo impegno significa continuare a fare qualcosa per Francesco. È un modo per mantenere vivo il suo ricordo, ma anche per cercare di essere utili agli altri. Vorremmo che la nostra esperienza potesse servire a sensibilizzare tanti giovani, aiutarli a comprendere quanto sia preziosa la vita e quanto sia importante comportarsi responsabilmente quando si è sulla strada. Se anche una sola testimonianza riuscisse a far riflettere un ragazzo e ad evitare un comportamento pericoloso, per noi avrebbe già un valore enorme».
Parole che racchiudono il senso di una scelta familiare diventata impegno sociale. Perché dietro ogni incidente stradale non c’è soltanto il momento dell’impatto, ma una lunga storia di conseguenze che coinvolge chi resta: genitori, fratelli, sorelle, zii, nonni e amici devono imparare a convivere con un’assenza che non avrebbero mai voluto conoscere. Ecco perché l’associazione rappresenta anche uno spazio di vicinanza e condivisione, nel quale le famiglie possono incontrarsi, raccontarsi e sentirsi comprese. La memoria di Francesco, attraverso Franco e Maria Teresa, diventa così un messaggio rivolto soprattutto alle nuove generazioni: non aspettare di conoscere il dolore per comprendere il valore della vita.

Francesco Amodio: «Conoscere il Codice della strada non significa essere già pronti ad affrontare ogni pericolo»
La terza voce della trasmissione è stata quella di Francesco Amodio, che ha portato nel dibattito una prospettiva professionale e formativa. Ex istruttore e titolare di autoscuola, già rappresentante nazionale CONFARCA, ex coordinatore regionale Calabria ed ex presidente provinciale delle autoscuole di Cosenza, oggi socio onorario CONFARCA e socio dell’AIFVS di Bisignano. Amodio mette la propria esperienza al servizio dell’educazione stradale e lavora inoltre presso il Ministero della Giustizia, alla Procura di Castrovillari.
Nel corso dell’intervista ha affrontato una questione fondamentale: quanto sono realmente preparati i giovani che conseguono la patente ad affrontare i pericoli della circolazione? La sua risposta è chiara e invita a riflettere: «Non posso negare che il divario tra conoscere le regole della strada e affrontare i reali pericoli della circolazione sia notevole. Aver frequentato un buon corso di guida e aver superato gli esami, magari anche al primo tentativo, non significa automaticamente essere un eccellente conducente».
Amodio ha ricordato come lo stesso Codice della strada individui nel neopatentato, per i primi tre anni dal conseguimento della patente, una categoria alla quale sono rivolte specifiche limitazioni e disposizioni, proprio per richiamare a una maggiore prudenza. Da qui la necessità di rafforzare la preparazione pratica:
«Per quella che è la mia esperienza, insisterei maggiormente sulla guida obbligatoria, aumentando le ore di pratica, come peraltro è già stato proposto. Insisterei anche su esperienze specifiche in aree attrezzate, dove i ragazzi possano imparare a controllare il veicolo in situazioni particolarmente difficili: ad esempio, la perdita di aderenza su fondo bagnato o ghiacciato oppure la frenata di emergenza con evitamento di un ostacolo, come potrebbe essere un pedone».
Un altro passaggio importante dell’intervista ha riguardato i comportamenti che mettono maggiormente a rischio la sicurezza stradale: smartphone, velocità, alcol, sostanze stupefacenti e distrazione. Amodio ha richiamato l’attenzione su un fenomeno particolarmente diffuso e spesso sottovalutato: l’utilizzo del telefonino mentre si guida: «Stiamo parlando di comportamenti che rappresentano alcune delle principali cause di incidente stradale e che continuano a provocare un numero impressionante di vittime. Tra questi, quello che accomuna tutti noi e che paradossalmente viene ancora troppo sottovalutato è proprio la distrazione causata dal telefonino».
L’ex rappresentante delle autoscuole ha spiegato che la distrazione da smartphone agisce su tre livelli contemporaneamente: «C’è una distrazione visiva, perché lo sguardo non è più rivolto alla strada; una distrazione manuale, perché una o entrambe le mani possono non essere correttamente impegnate nella guida; e una distrazione cognitiva, perché la mente non è più concentrata sulla conduzione del veicolo». Un comportamento che può avere conseguenze gravissime anche in pochi secondi.
«Pensiamo a cosa significa viaggiare a 130 chilometri orari: in un attimo si percorre uno spazio enorme, paragonabile a quello di un campo da calcio. E magari proprio in quei secondi siamo distratti dal telefono, senza guardare la strada. L’attenzione dovrebbe essere sempre e soltanto sulla guida». Amodio ha inoltre richiamato un dato di particolare rilievo: secondo le statistiche citate nel suo intervento, utilizzare il telefono mentre si guida aumenta fino a quattro volte il rischio di incidente.

Francesco, vent’anni per sempre: il suo ricordo diventa un impegno per il futuro
L’intervista a Giadissima si è conclusa con un messaggio che va oltre i confini di una trasmissione radiofonica. Franco Tortorella, Maria Teresa Tortorella e Francesco Amodio hanno portato negli studi di RLB non soltanto la storia di un’associazione, ma una testimonianza di impegno civile e umano. La storia di una famiglia che, dopo aver conosciuto il dolore più grande, ha trovato la forza di mettersi al servizio degli altri.
Francesco aveva soltanto vent’anni. Aveva davanti a sé una vita intera, fatta di possibilità e di sogni. Il suo ricordo oggi vive anche attraverso le iniziative, gli incontri nelle scuole, le campagne di sensibilizzazione e tutte quelle attività che cercano di trasformare la memoria in una concreta possibilità di prevenzione. Non esiste un impegno che possa cancellare la sua assenza. Non esiste una parola capace di restituire a un padre suo figlio o a una famiglia la quotidianità di un tempo.
Ricordare Francesco significa impegnarsi affinché domani qualcun altro possa tornare a casa, riabbracciare la propria famiglia e continuare a vivere i propri sogni. A volte la prevenzione nasce proprio da una ferita che non si chiuderà mai. E quando il dolore riesce a trasformarsi in un messaggio capace di salvare altre vite, la memoria diventa un impegno che riguarda tutti.




















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